Le cose che odi non devono permettersi di dirti cosa fare.

A volte scendere di casa il sabato sera può mettermi ansia.
È una cosa atavica, forse risale alle medie, quando uno mi disse che ero un emarginato perché non uscivo il sabato pomeriggio.
Infatti un sabato ero di ritorno da chissà cosa con mia mamma e vidi quello lì con tutti gli amichetti che si mangiava la pizzetta. Ero un bimbo idiota e mi sentii fuori posto.
L’anno dopo cominciarono ad andare in discoteca. Io ovviamente non ci andavo.
“Col cacchio che ci vengo” pensavo. “Ho da fare” rispondevo.
Era una scusa infallibile, si entrava in discoteca alle 17.30, cioè l’ora in cui la gente della mia età adesso se ne torna a casa, dalla discoteca eh.
Quando arrivi al liceo invece è diverso. O meglio diventa diverso quando a fine anno la smetti di prenderti i gavettoni facendo finta di divertirti e cominci a farli anche tu. Quel giorno di fine primavera fu un po’ come lo sverginamento della mia vita sociale.

Se alle medie ci si divideva tra chi usciva e chi no, al liceo ci si divideva tra chi aveva l’appuntamento con gli amici sotto Feltrinelli e chi sotto al bar Cimmino.
All’epoca era tuttok, ma per andare sotto Feltrinelli (lo so, è scontato che andassi lì) dovevo passare necessariamente sotto al Cimmino per motivi di struttura urbana e la cosa mi dava fastidio.
Alla fine divenne scontato odiare quello che mi circondava. Andare contro le discoteche, i vestiti firmati, la pinkobag, il barbiere fashion, la canzone di quel telefilm di merda che ripeteva in continuazione California California ecc. divenne quasi uno stile di vita.
E anche quando cresci queste cose dentro di te continui a schifarle.
Te ne accorgi quando vai ai baretti, e sei in mezzo a quella gente mentre aspetti i tuoi amici (lo so che mi state leggendo, vi voglio bene!) pensando che se non ci fossero loro, i tuoi amati amici, che ti aspettano te ne scapperesti a gambe levate ascoltando Creeping Death dei Metallica a tutto volume.
Perché si sono passati tanti anni, adesso vesti meglio, ti sei comprato pure il doppiopetto, sei stato ore a contorcerti le budella davanti alla tv illuminato solo dai flash verdi a guardare partite della tua squadra del cuore (che vafammoc non è il Napoli), sei stato pure a Miami a fare il figo, ma la sostanza è sempre quella e lì non ci vorresti stare. Non vuoi andare nemmeno sotto Feltrinelli, nemmeno startene a casa perché anche se sei sceso senza soldi lo sappiamo tutti che vuoi bere, vuoi ridere con gli amici, scherzare, raccontare puttanate. Ovunque, ma non lì.
Perché là smetti di esistere, le persone perdono interesse in te e tu lo perdi in loro, le donne hanno quel sorriso ebete senza significato come il cielo a dicembre, alcune sono belle, bellissime, vestite in modo da esaltare ogni cosa fantastica del loro corpo ma in quei momenti hanno lo stesso fascino di una sedia scassata vicino uno sputnik della munnezza. Mi ci potrei pure sedere o portarmela a casa, ma che schifo.

E alla fine, come sempre, quando la gente insiste per riaccompagnarmi a casa io spiego che voglio tornarmene da solo. È sempre stato così, alcuni lo sanno e non insistono, altri si offendono, manco mi facesse schifo la loro macchina.
E dopo anni passati a leggere cose sull’importanza di fare quel che si ama, a farsi bagni nella cultura americana per comprendere il loro modo di pensare sull’argomento, ad andare contro la gente con la strada già spianata oppure che non sa che cazzo farsene di se stessi, anni passati a fare discorsi in ristoranti urlando di tutto a tutti sostenendo le mie ragioni, l’altra sera, tornando da solo a casa, mi ritrovo difronte ad una cazzo di vetrina di un negozio d’abbigliamento fescion (perché questo genere di negozi diventano il distillato in pura essenza di tutto quello che ho sempre odiato) che esponendo una frase in inglese svilisce tutto.
I miei pensieri, le mie parole, le mie urla, le notti passate a mordere il cuscino diventano escamotage consumistico. Mi sono sentito svilito, per un attimo intellettualmente stuprato.
“È la vita” ho pensato poco dopo.
“Forse è la volta buona che la smetto con queste seghe mentali”.
Ma dopo un minuto passato con la bocca della mente spalancata ho sorriso ed ho preso il telefono, ho scattato una foto ed ho pensato che infondo chissene frega, magari un giorno mi pagheranno per leggerli questi sfoghi da 15enne frustrato (cit.)

Il mio papà ha passato una vita a cazziarmi (giustamente) spiegandomi che è più importante sforzarsi qualche volta per piacere di più agli altri più che essere in un modo e pretendere che la gente ci sopporti.
Papà hai ragione, vale la stessa cosa anche per quelli che suonano male e pretendono di essere considerati originali. Ma c’è troppa gente che suona male e la massa li adora e questa cosa non l’ho mai capita, quindi è meglio cercare di essere come si è (una passeggiata, eh? ma a me piace passeggiare) e magari darsi una limatina ogni tanto.
E non sia mai ci fosse qualche chitarra da dover suonare…
Meglio portarsi dietro anche qualche plettro.

La gente che mette le corna alla ragazza, dopo tutto a loro è andata bene.

Piazza Amedeo. Sento la tasca che vibra, “di sicuro non è il mio pene” penso.
Guardo il cellulare, ore 18.32, chiamata in corso.
Leggo il numero il numero sul display, non lo conosco, chissà chi è.

– Pronto.
– We Totò.

Alzo gli occhi mentre attraverso la strada sulle strisce pedonali, una vespa si dirige a tutta velocità verso di me, “vuole di sicuro fottermi il telefono” penso, ma mi sbaglio.

– We ciao, dimmi tutto – dico rassegnato.
– No niente devo parlarti di un fatto. – Ecco che parte in automatico il mio identikit telefonico (li avete mai fatti degli identikit telefonici?).

Maschio, pressapoco mio coetaneo, voce come quella di una papera affogata in lago di tequila, vestito con un jeans aderente, camicia a righe e probabilmente maglioncino sulle spalle con le maniche legate all’altezza del petto. Studente universitario, istruzione nella media ma ama fregiarsi di una cultura non sua con improbabili citazioni ed ancora più improbabili teorie complottistiche degne di un programma Mediaset.

– Ma guarda menomale che hai risposto, stai sempre con quelle cuffie nelle orecchie, ed ero proprio sicuro che non avresti sentito la chiamata anche perché ho cambiato numero, con quello vecchio troppi problemi, sai le mie ex come sono, vanno sempre trovando qualcosa (si, lo dice proprio in corsivo) e la guagliona è gelosa.
– Ma guarda un po’, non me lo sarei mai immaginato ah ah. – Blatero queste parole con un compiacente tono sarcastico di cui mi pento subito, ma nel frattempo ho capito tutto.
Certa gente non riesce ad accettare il fatto di aver bisogno di qualcuno, e quando entra in contatto con la persona di cui ha bisogno per riequilibrare le cose deve sempre enunciare un difetto e contemporaneamente far notare qualcosa di interessante riguardo se stesso. Nel caso specifico il suo cervello mi ha detto “te sei uno sfigato che si sente la musica per strada magari pensando agli amori di una volta mentre io le mie ex me le chiavo“.
“Se non avesse avuto un’istruzione sto qua finiva a fare il leader di una banda di schiaffeggiatori di quartiere, sicuro come la morte” penso prima che il soggetto mi investa con una raffica di parole da antologia.

– No senti è di questo che ti volevo parlarle cioè fondamentalmente io sto con XXX lo sai no io la amo lei mi ama le ho fatto pure il regalo per natale sai le ho comprato il cofanetto della serie che le piace tanto quella di quelli che cantano insomma ho speso 40 euro mi puoi capire anche tu che non fai regali del genere.
– Si come no.
Attraverso all’altezza di via del parco margherita. Spero che il buzzurro col beverly mi scippi il telefono.
– No è che da un po’ mi vedo con un’altra che mi piace proprio assai, e credo che la guagliona sospetti qualcosa non so che fare, non la voglio lasciare io la amo poi la mamma mi vuole così bene mi hanno invitato a natale io non so poi capisci pure a mia mamma che ci dico…
– Ammazza l’amante, non farti scoprire e poi continua a vivere con la tua fidanzata.
– Come?
– Non l’hai visto match point?
– Che cazz?
– Lascia sta, era una battuta…
– Non ti permettere di pazziare su sti fatti fra.

Visto che di solito la gente si rincretinisce per delle sciocchezze, mi immagino cosa sia successo a sto qua. Chissà magari ha visto il suo cane vomitare ed è rimasto traumatizzato.

– Ma com’è che lei sospetta? – chiedo innocentemente, e qui mi dice una serie di cose che un po’ per decenza ed un po’ perché mi sembrano non avere senso non riporterò.

– Ah… – Dico ma in realtà penso “a facc ro cazz“.
– Eh si. Come devo fare?

E li mi viene l’illuminazione.

– Senti a me, mettiamola in termini musicali: tu non hai una relazione clandestina eticamente controversa, diciamo che hai un side-project.
– Mmmh? Eh? Wa si cazzo..
– Prova a vederla così magari funziona.
– Si cazzo sei un genio, è il mio side-project, dopotutto i Liquid Tension erano meglio dei Dream Theater ed ai Dream Theater è andata sempre bene.

A quel punto avrei voluto dire che fare album come Systematic Chaos e quello seguente, più la storia di Portnoy che se ne è andato, il ridicolo reality show sulla scelta del nuovo batterista ecc. non è sinonimo di “è andata sempre bene“.
Ma è troppo tardi, ho già capito che ormai l’incubo è quasi finito e me lo sono quasi levato dai coglioni, magari per sempre.

Dopo quella conversazione allucinante ho pensato che mi sarebbe piaciuto anche a me conoscere un altro me stesso da telefonare in caso di emergenze etiche, in modo che dal nulla con una frase sia capace di risolvermi un problema.
Però poi ho ripensato alla storia dei Dream Theater ed al fatto che io probabilmente se mi avessero detto una cosa del genere avrei pensato “ma si scem?”

Comunque i Liquid Tension Experiment erano davvero meglio dei Dream Theater…

Čajkovskij e gli ultras di giurisprudenza.

Inizio primavera 2011. Siamo nel periodo in cui avevo deciso di mollare giurisprudenza, anche se a tutti dicevo “no sai, mi sono preso sei mesi di stop” in realtà pensavo “col cazzo che ci rimetto piede in quel posto di merda”.
Lo facevo non per la vergogna di dire che avevo abbandonato quel “supermercato di vetro in cui prendono vita i corrotti del domani” ma semplicemente per evitare di ascoltare la solita arringa di quelli che io chiamo gli ultras di giurisprudenza.
Brutta gente e la città ne è piena.
Ed io, come amo spesso dire a persone a cui tengo molto, ho visto cose che manco potete immaginare. E lo dico perché è mio diritto, mi arrogo di questa possibilità perché è sacrosanto criticare ciò che ritengo indegno.

Premetto, non è mia intenzione mancare di rispetto o criticare chi ha fatto questa scelta e ne è felice, ognuno deve fare il cazzo che gli pare nella vita, amici miei vi auguro di trarre da quello che fate la massima soddisfazione ed il massimo prestigio. Per par condicio dico anche: nemici miei vi auguro di finire in malora!

Giurisprudenza. Tremila iscritti ogni anno, quanto un ridente paese di campagna. L’ipocrisia di quelle aule ripiene di assurdità. Ricordo quegli occhi, gli occhi raccontano un sacco di storie sapete. Ci sono quelli infarciti di terrore, che cercano in un numero pronunciato da un vecchio l’ennesima ancora di salvezza per la propria autostima. Ci sono quelli ripieni di speranza, forti delle tante notti insonni. Ci sono quelli che quando li guardi reggono il tuo sguardo perché in loro c’è quell’effimera consapevolezza che tutto gli è dovuto. Leggasi: papà ha fatto la telefonata.
Ricordo tutto, il volto sadico di quegli schifosi matusalemme. Forti del loro sapere estrinsecano la rabbia per la loro vita che sta inesorabilmente finendo verso quelli che invece ce l’hanno tutta davanti.
Infine non dimenticherò mai quell’odore di figli di papà, un misto di sigaretta spenta e profumo d&g, dopobarba e caffè rovesciato, ascelle non lavate e deodorante al borotalco.
E poi ci sono loro, gli ultras di giurisprudenza: non hanno un età o un ceto particolare, quel verme maligno potrebbero utilizzarlo come testimonial per uno spot contro il razzismo. Lo scovi nel barista che ti fa il caffè, nell’amico di tuo padre che è a cena a casa tua, nel conoscente che fa la strada con te mentre ti esterna la sua saggezza da colui che d’inverno va a ballare a “La mela”.
L’ultras di giurisprudenza è quello che fa e dice sempre la cosa giusta, perché nella sua testa ha i fatti che lo dimostrano. Ho visto cose allucinanti in cinque anni, ho visto gente autodistruggersi, certi di un futuro economicamente roseo che gli avrebbe permesso di prendersi le proprie rivincite (verso di chi poi? Scommetto il laureando in scienze della comunicazione che si è fatto la tua ragazza). Ho visto manichini umani farsi strada tra raccomandazioni e bustarelle fregiandosi della propria superiorità. Ho visto gente congenitamente incapace di parlare in lingua italiana festeggiare per un 18 e vendere i libri a sconosciuti ad esame appena convalidato.
L’ultras di giurisprudenza è quello che ti entra nella testa, anzi no, è già nella tua testa e sa meglio di te non cosa è giusto per te, ma cosa tu in realtà, vuoi.
L’ultras di giurisprudenza è lo scrittore, il filosofo, il letterato, l’artista, il calciatore, quello che stoicamente mette da parte la sua vera ma inesistente vocazione per l’infinito bene superiore: “e sord'” (si, dicono proprio così).

Uno dei momenti più bassi della mia carriera universitaria fu quando andai ad un convegno di diritto internazionale a Roma. “Se devo farlo è giusto che diventi un insider, è giusto che viva l’ambiente” pensai, arrivato là li odiai subito, mi fecero schifo, non credo di aver mai desiderato tanto accedermi una sigaretta come in quel momento. Ad un certo punto corsi in bagno, mi misi le cuffie e ascoltai un brano di Bill Evans. Mi dissi che potevo farcela. Quando uscii dal quel cesso tanto profumato quando squallidamente sterilizzato li vidi avventarsi sul buffet di dolci come dei porci, bere litri di succo di ananas, parlare di Berlusconi mentre sputavano pezzi di pastafrolla. Li odiai a morte, salutai la tizia di Milano che avevo conosciuto (un cesso, se fosse stata carina forse sarei rimasto) e scappai via con tutta la disperazione che avevo in corpo. Ricordo che vagai sotto la pioggia per le strade del centro di Roma per ore, con sciarpa e doppiopetto mi sentivo come una ragazzina che scappa dal convento in cui è reclusa ancora col rosario in mano. Poi approdai in una Feltrinelli, ordinai al bar un Jack Daniel’s e lessi una biografia di Čajkovskij.

Leggevo e sfogliavo le pagine con rispetto, come quando il destino ti concede il supremo onore di spogliare la donna di cui sei innamorato. L’estasi del momento in quanto tale diventa secondaria solo alla consapevolezza che quello che sta lentamente ed inesorabilmente diventando un ricordo accresce e cambia la connessione con quello che ami.
In metropolitana ripassavo le note del concerto per violino ed orchestra, all’altezza delle battute in cui il violino suona le sestine accompagnato dai legni pensai che se la dea della musica esiste allora sa anche giocare a calcio, un assist del genere che ti salva da quello che odi è roba da fuoriclasse.

Per concludere qualche sera fa un tassista mi chiede cosa faccio nella vita, gli rispondo “il musicista”. Ricordai di quando il mio migliore amico scrisse di quanto lo facesse sentire fiero il fatto di essere e dire che era un letterato. Lo invidiai da morire.

Ma mentre pronunciavo quelle parole al tassista non sentii nessuna fierezza, era tutto così fottutamente naturale.

Strane fantasie di un vecchio tifoso frustrato.


Cazzeggiando nei meandri del mio iMac, in particolare in una cartella chiamata “scritti miei munnezzosi” ho trovato un documento scritto circa 2 anni fa, risalente ad un periodo in cui ero molto tifoso e soprattutto frustrato perché la mia squadra del cuore andava una vera chiavica.
L’ho riletto poco fa e, oltre bearmi della mia inventiva, mi sono reso conto che quando voglio so produrre un quantitativo di stronzate praticamente inimmaginabile.
Vi lascio con questo scritto, chissà può essere pure che lì su a Torino lo leggono e magari qualche idea la usano pure.

The Masterplan – La mia personale soluzione al fatto che la Juve non vince più.
Buona sera a tutti gentili lettori.
Togliendo da mezzo le soluzioni da poco conto (proposte da curvaioli e persone di dubbio spessore) come “Via Ferrara! vogliamo Spalletti o Hiddink o Lippi o Benitez o Capello o Ancelotti o Mancini o perché no tutti insieme” direi che anche la soluzione proposta da molti altri, etichettata come “Via Elkann, Blanc, Secco e tutto il CDA, vogliamo il ritorno di Luciano Moggi!” è del tutto improponibile.

Anche se gode della mia simpatia (in realtà di tutta stima, anzi ma che dico, per lui ho il massimo rispetto & la massima devozione, forza Big Luciano!) devo purtroppo dire che Luciano Moggi non potrà mai tornare alla Juve anche se dovesse scoprirsi che in realtà è un bravo ragazzo che con Paparesta voleva semplicemente giocare a nascondino, facendolo ovviamente vincere (chiudendolo nello spogliatoio) perché gli dispiace quando gli altri perdono.

Moggi quindi è:
A) Antipatico a John Elkann
B) Antipatico a tutta l’Italia
C) Antipatico a Zeman (anche se per grazia di Dio non conta e non conterà mai un cazzo, purtroppo ci sono ancora degli imbecilli, o scusate, giornalisti che gli danno ancora retta)
D) Il cattivo della situazione
E) Il cattivo di tutte le situazioni
F) Inibito per non so quanti anni dal calcio e forse anche dai campi di bocce
G) Fumatore di sigari (sembra non centrare un cazzo, ma in realtà si ricollega ai punti D ed E in quanto fumare il sigaro lo fa sembrare ancora più cattivo)

In più, le conseguenze principali di un eventuale ritorno sarebbero:

A) Moratti, Tronchetti Provera ed il resto della “banda degli onesti” tornerebbero a farsela sotto al solo sentire una parola che inizia per J e finisce per S ed a non vincere più un cazzo per il prossimi 40/50 anni (insomma, tornerebbero a fare l’Inter)
B) Berlusconi direbbe che è stato frainteso ed era sicuro della sua innocenza in quanto i magistrati sono non sono solo comunisti ma persino interisti (insomma, come buttare la propria vita nel cesso per anche se poi sei uno stimato professionista e la gente del palazzo si fida di te).
C) Il 100% dell’Italia antijuve tornerebbe a rosicare, cagarsi addosso quando ci giocano contro (altro che “andiamo a Torino per vincere” e poi davvero vincono), e urlare parole smozzicate e smoccolate come “lafhdri!” “shabbete sholo vubbave!” “Fhozza Intev!” “E’ più fhorte J.Zanetti o Godzilla?” ecc.

“Allora caro Toto, visto che stai facendo il solito buffunciello che dispensa verità per l’universo, qual’è la soluzione?”

Ecco quest’ultima è molto semplice e strutturata in vari passaggi.
Premesso che negli ultimi 4 anni la dirigenza della Juventus F.C. è stata in grado di: comprare bidoni (Almiron, Tiago, Poulsen, Grygera, Boumsong, Knezevic, Mellberg e tanti altri disgraziati), comprare giocatori credendo fossero bidoni ma per qualche ragione non lo erano (Sissoko, Iaquinta), comprare buoni giocatori e trasformarli in bidoni dopo poche partite (Diego, Felipe Melo, Cannavaro, Grosso, Amauri), vendere giocatori che si credevano bidoni invece non lo erano (Zanetti, Marchionni, Criscito, Palladino e tanti altri ex-disgraziati), direi che è assolutamente impossibile pensare o quanto meno sperare di poter costruire una squadra forte piena di giovani talenti, magari legati alla maglia.

Allora voglio proporre questo a Blanc e Secco:

A) Licenziate tutta quella schiera di osservatori che avere sguinzagliato per il pianeta ed assumete una squadra di circa 30 rapitori seriali a sangue freddo (meglio se tedeschi, hanno più cazzimma).

B) Mandateli in Cina e ordinategli di sequestrare circa 50 ragazzini sotto i 15 anni, forti, dinamici ed in buona salute (il numero è volutamente alto perché sappiamo che il 10% di loro saranno bidonazzi da vendere qua e la e conosciamo il numero sempre allucinante di infortuni che si verificano a Vinovo).

A mio avviso queste sono le proporzioni da rispettare:

20 prelevateli da diversi templi buddisti, meglio se Shaolin e pupilli del maestro Zen

10 devono essere orfani traumatizzati per la morte dei genitori e desiderosi di vendetta, non dimenticate di dire loro che i mandanti si chiamano Moratti e Trochetti Provera ed i loro assassini vestivano maglie a strisce verticali nere ed azzurre. A mio parere questi dovranno essere i difensori centrali, state sicuri che Balotelli ci penserà otto volte prima di fare il solito buffunciello.

10 ancora prendeteli tra esperti di arti marziali, di qualunque stile essi siano. Non è importante che siano intelligenti (per quello ci sono i 20 del tempio buddista) ma devono essere veloci rapidi e soprattuto fare male senza farsi sgamare dall’arbitro

5 dovranno essere figli di lavoratori terribilmente professionali ed instancabili che hanno ereditato le qualità dai genitori

5 infine prendeteli dove vi pare, basta che siano dei bei ragazzi se no le femmine non vanno allo stadio e si perdono tutti gli introiti che derivano da poster, gigantografie ed altre cazzate inutili.

C) Portateli in segreto a Vinovo, dove allestirete un bunker super protetto (a tipo Area 51) in cui dovrete custodirli, proteggerli ma soprattutto non far sapere a nessuno della loro esistenza. Se necessario arrivate anche ad uccidere.

D) Chiamate i migliori allenatori, preparatori, esperti di tattica del mondo ed un centinaio di personal trainer iper-preparati ed iper-severi che sappiano trasformarli da simpatici ragazzini cinesi a demoni infernali scesi sulla terra per giocare a pallone.

E) Prendete una squadra di professori (BRAVI) che insegnino loro l’Italiano e la perfetta dizione, la storia della Juve, il valore della maglia, le frasi famose dell’Avvocato e tante citazioni colte che li farà sembrare bravi ragazzi ma soprattutto rispettabili professionisti. Non dimenticate il lavaggio del cervello anti-inter: ditegli tutti i santi giorni che se la loro vita è una merda è colpa di Moratti e che a rovinare il loro paese d’origine non sono stati solo i comunisti ma anche e soprattutto gli interisti, e perché no anche la nuova variante: i comuninteristi.

Appena saranno andati andati in pensione tutti i senatori, ed i tifosi si sentiranno spacciati perché i pochi che sapevano giocare a pallone ormai sono troppo vecchi anche per mettersi la dentiera da soli vi dovrete giocare la carta del nuovo settore giovanile che “comprende anche qualche talento dalle belle speranze!” (potete anche lasciare la squadra in mano a Ciro Ferrara, tanto saranno in grado di allenarsi e giocare da soli anche senza allenatore).

A quel punto vedrete che in 10 anni vinceremo 12 scudetti (l’Inter e Guido Rossi ci restituiranno i due orfanelli dopo aver perso 37 a 0 in casa loro con un portiere esploso improvvisamente dopo aver cercato di parare un tiro da fuori area del nostro attaccante Shun-Kotomotako), 10 coppe italia ed 9 champions league (una lasciata vincere agli avversari “giusto per essere sportivi”).

A questo punto in realtà inizierebbero le note dolenti perché già so che starete pensando cose tipo “ma come, la Juve piena di stranieri! che schifo! noi dobbiamo avere gli italiani in squadra! non siamo mica l’Inter” ecc.
Non preoccupatevi, ho pensato a tutto: basta semplicemente andare da qualcuno all’anagrafe, corromperlo con qualche milioncino di € (non fate gli sparagnini, ne avete spesi 13,5 per Tiago) e far cambiare tutti i nomi cinesi dei ragazzi in nomi italiani.
Ovviamente la cosa dovrà essere credibile, quindi dovrete evitare nomi di fantasia tipo “Giuseppe Volpevolante” o “Marco Dragoinfernale” ed optare per i i classici “Antonio Esposito” “Alberto Rossi” ecc.
L’altro problema è gli occhi a mandorla: se volete spendere soldi basta farli operare (da uno bravo) se no fateli scendere in campo con gli occhiali da sole (esclusivamente Ray-Ban niente robe fighette come quelli di Lapo), tanto c’è già il precedente di Davids e non sarà male vedere i giocatori in campo che si atteggiano a divi rock’n’roll.
Ah dimenticavo, fate scurire la pelle ad un paio di loro, così, giusto per non essere razzisti…

Il capodanno, il capodanno… ma vafancul.

In famiglia mia si è sempre portato sparare i botti. Per quello che so il motivo principale, a parte il divertimento, è quello che insieme ai botti esplodano anche i guai dell’anno precedente. Può sembrare una credenza stupida, ma immaginate le varie ex ragazze che esplodono modello trik-trak.
Roba forte insomma.
Comunque se vogliamo dirla a tutta a me attualmente servirebbe un botto modello “Hiroshima”. E conoscendo i meravigliosi meandri di questa città non dovrebbe essere troppo difficile nemmeno reperire  l’Enola Gay.
Questo comunque è il primo anno dove molto probabilmente, anzi sicuramente, non sparerò nulla. Nemmeno le stelline. Ah no ho fatto un capodanno a Berlino, dove a parte i milioni di litri di birra che mi sono menato in cuorpo non ho sparato nulla.
I tedeschi sono antipatici comunque. E Berlino mi ha fatto cagare. Ma questa è un’altra storia.
Non voglio parlare male del capodanno perché è una festa che ho amato, ho passato anni aspettando il capodanno perfetto: quello più bello di quello dell’anno precedente.
Sti cazzi, è un po’ come  aspettare che il cane volante de La storia infinita venga a prenderti e ti porti a NYC così, a senza niente, senza motivo.

Non farò buoni propositi per l’anno nuovo. Non li farò perché so che non li manterrò. Non li farò perché in realtà domani sarà esattamente uguale ad oggi, solo che sarò leggermente più rincoglionito. Non né farò perché li fanno tutti ed odio fare quello che fanno tutti e quando lo faccio ho voglia di fare tutt’altro oppure sentirmi dire da qualcuno o da qualcosa che “comunque non lo fai come gli altri, rock’n’roll”. Non voglio farli perché non voglio far vedere che ho la volontà di migliorare i miei difetti perché attualmente non ce l’ho assolutamente. Anzi, se possibile vorrei accentuarli fino a portarli all’estremo così posso menarmela che ho dei vezzi e cazzate varie; come fanno i cafoni arricchiti insomma. Non voglio farli perché non ho intenzione di smettere di drogarmi visto che non l’ho mai fatto; ho saltato la “fase Nirvana” ed ahimè delle droghe me ne passa ampiamente per il cazzo. Non voglio farli anche perché come si è capito non voglio mantenerli e poi non mi va rinfacciare alle persone che li fanno e non li mantengono che sono poco coerenti.
Non è vero, muoio dalla voglia di farlo, lo farei in continuazione, ma non mi va di sentirmi dire che poi parlo male di tutti e che rimarrò solo come un cane.
Certe cose so benissimo che accadono, ma quando lo scopro un po’ mi dispiace che la gente ce l’ha con me. Dopo tutto sono buono.
Ma anche no, vai a farti fottere.
Alla fine l’unica cosa che voglio dire è che se nella prossima vita dovessi rinascere a Napoli farò in modo di procurarmi un’enorme cicatrice sul viso che magari va da un occhio all’angolo della bocca. Così quando la sera del 31 Dicembre cammino per le strade della città i cafococainomani che sparano i botti per strada non mi indicheranno urlando “A chill! A chill!!”.
Che poi quando è successo (ossia pochi minuti fa) ho pensato che è una cosa orrenda perché ha senso anche in Inglese. Immaginate di stare nel Bronx ed uno per strada vi indica ed urla ad i suoi amici “Kill! Kill!!”.

Non è un paese per vecchi di merda, assolutamente.

Andiamoci a prendere una birra dai, poi vattene pure affanculo.

Non mi piaceva la birra. Certo ne ho bevuta tanta in vita mia, forse troppa, anzi decisamente troppa. Non è che mi sia sforzato, è semplicemente che quando avevo 15 anni pensavo che se avessi voluto essere me stesso mi sarebbe dovuta piacere. Ora quando la bevo dopo un po’ avverto come un senso di fastidio alle guance. A volte è insopportabile. Penso che sia a causa del fatto che in passato ne ho dette tante di puttanate dopo averla bevuta. Sarà un modo del mio subconscio per dirmi “Ehi testa di cazzo, ricordati che adesso quando vuoi dire qualcosa sai come farlo, non c’è più bisogno di perdere la dignità”.
Il ruolo dell’alcol nella mia vita è qualcosa di squallidamente simile a quello di tutti: l’abbassamento di freni inibitori che diventa iniezione di qualcosa simile alla personalità.
Si ok l’alcol mi ha dato il coraggio di baciare molte ragazze (e probabilmente ha anche dato a loro il coraggio di farsi baciare da me) ma ha anche il difetto di far girare la mia testa a mille, ogni nevrosi che si nasconde dietro le mura invisibili della mia psiche sbuca come un dannato gatto da una grancassa.
Le sento quando si avvicinano, anche se non le vedo. Camminano all’unisono con me mentre mi dirigo verso il cesso del locale che mi sta dolcemente avvelenando. In quei momenti vorrei che la mia testa si svuotasse come quando sei davanti alla traccia di un tema sulla guerra. Le sento che come un surfista cavalcano i miei pensieri, mi fanno sentire inadeguato, mi inondando di rimorsi, mi attribuiscono colpe che non dovrei avere (perché è la vita, è la sorte, è gli altri che sono stronzi, è lei che è una zoccola ecc). Una volta ricordo che ero felice, sorridevo, la gente mi guardava come se avessi chissà quale paresi facciale. Ma poi eccole, in un attimo era cambiato tutto. Il tragitto dal bagno al tavolo dove ero seduto mi sembrò lunghissimo: il cercare di uscire dai miei pensieri per immettersi di nuovo nel pensare collettivo di un tavolo fatto di amici che bevono insieme divenne un’infinita odissea.
Quando poi mi siedo lo so che quello che è successo riguarda solo me, allora quello è il momento in cui dico qualcosa di vagamente divertente, magari su una scritta che c’era nel bagno.
E poi aspetto, aspetto di tornare a casa, essere finalmente da solo nel mio letto e con la testa che mi gira zittire tutto quell’essere nevrotico e ricominciare il giorno dopo, con l’ansia di ricordarmi da dove avevo lasciato.