Domani mi compro un dinosauro 1/7.

Ci avete mai pensato? Quando eravate bambini. Le sensazioni di allora. Le parole di allora. Le emozioni di allora. E quando diventate grandi, cosa vi rimane? Cosa buttate via? Il tempo non aspetta. Non importa quanto stretto lo teniate. Il tempo fugge.
È bastardo. Infimo. Come l’universo e tutto il resto del creato.
Oggi non sei niente ma ieri eri qualcosa.
Poi un giorno conosci una donna e… niente, cacaci il cazzo.

Ahahahahah ok c’ho provato ad essere serio ma sticazzi, sto blog stava diventando il ricettacolo delle confessioni di un mentecatto pieno di problemi, manco stessi scrivendo una sceneggiatura per un film che andrà di moda tra gli artisti del centro storico (ve lo immaginate? Che titolo gli diamo? Io pensavo a qualcosa di profondo ma che in realtà non significa un cazzo, tipo “L’abbraccio dello struzzo” oppure “Volando con l’airbag sgonfio” ecc.)
Il fatto è che mi sono reso conto che avere una vita sociale oltre che toglierti tempo ti butta sulle spalle anche una responsabilità non indifferente. Praticamente è come stare a dipingere continuamente un quadro davanti alle persone che frequenti.
Non sarebbe manco troppo difficile, tanto il quadro rappresenta il modo in cui ti mostri agli altri.
Il fatto è che se non fosse che a volte conosci persone nuove e quindi essendo per un bel po’ già disegnato (e non avendo avuto questi la possibilità di assistere al “processo creativo”) ti ritrovi a dover disegnare ed improvvisare munnezza in maniera affrettata come per dire “guarda che io non solo solo così! ho anche dei sentimenti, sono una testa pensante, ho persino un blog! Come? No il grande fratello non lo guardo, no, nemmeno zelig”
Ma mica è solo questo il problema, eh. Se no che ci vuole, pensa che c’è pure gente che li piglia a capate sti quadri e poi li spaccia per “arte contemporanea”. Beati a loro, a me mica vengono queste idee geniali. Eh no.
Il fatto è che non si capisce perché certa gente se ne va di capa e da che sembrava che ti volessero pure dare una mano a fare sto quadro (ok magari tipo buttarci dei brillantini sopra non è proprio aiutarti ma uno apprezza il pensiero ed il gesto… finché possibile) te li ritrovi che non solo cercano di sfregiartelo, ma si mettono pure a fare i buffuncielli afferrandoti il polso e mettendosi a dipingere al posto tuo come a dirti “guarda che non sei così come vuoi far sembrare, infatti ho notato che ecc ecc” non capendo che dopo che te li sei levati dai coglioni bastano due pennellate e via, la puttanata è coperta. Ed a meno di scartavetrare tipo barbone che rovista nella munnezza non verrà mai più fuori.
Il problema è che se non te li levi dai coglioni, come si fa? ma questa è un’altra storia, evvai!
Comunque è inutile buttare il tempo a cercare di sputtanare i quadri degli altri tramite il proprio, almeno io la penso così. Per sputtanare la gente bastano le parole, se poi il tuo sudore puzza di odio e disprezzo non c’è bisogno nemmeno di quelle.
Sarà per questo che usiamo il deodorante, meglio non far sentire che odiamo.
Cioè, ci pensi? Ma vafammoc.

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Amaffoc.

<<Per essere rispettato, un ragazzo come me deve essere cinque volte meglio di tutti i Leffe Persson o come diavolo si chiamavano. Deve allenarsi dieci volte più duramente. Altrimenti non ha nemmeno una chance. Da nessuna parte!>>

La solita pantomima.
La conosci, ci parli, magari ti piace pure, o magari non ti piace ma te la fai piacere a forza “se no dai eccheccazzo”.
La inviti ad uscire, lei accetta ma poi trova una scusa ed un giorno e mezzo prima ti appende, via sms.
Quando il telefono squilla e leggi il nome del mittente un po’ già immagini quello che c’è scritto, te lo senti.
“Lo fa apposta per farti schiattare” dicono.
“Sicuro? Ma chi cazz a sap’ a chest” penso.
“Insisti dai” incalzano.
“Se lo dici tu…” rispondo.
“Ti ha avvisato con anticipo, ti ha voluto lasciare il tempo di organizzarti e non buttare la serata”.
O magari ha trovato di meglio da fare, la zoccola.

Se vabbuò, basta. Diciamoci la verità, è sempre la solita storia e ci siamo rotti i coglioni.
Ogni volta è una guerra, sempre tabula rasa e vai col tango delle rompicoglioni.
Fai la battuta, sii simpatico, pensa prima di dire qualcosa, non parlare male di cose che potrebbero piacerle, mostrati superficiale ma profondo al momento giusto. Magari iscriviti pure in palestra. Insomma rovinati la vita.
Tanto non serve a niente, perché alla fine sono i difetti che le piacciono.
Una vita ad indagare se stessi e poi scopri che stanno con te perché le piacciono le cose più insignificanti ed inutili.
“Mi piace quando dici disgraziatissimo”.
Eh?
Per non parlare di quando ti trovano difetti che invece capiscono solo loro.
“La tua camminata non mi da sicurezza”
Eh già. Manco fossi uno sciancato, senza offesa.

Ma mi ci vedo a fare di nuovo le stesse cose? Non posso infilarti una lingua in bocca e basta?
Perché devo affrontare queste situazioni eticamente controverse? Alle volte mi sento come immerso in una piscina dove sulla superficie c’è una lastra di vetro.
Non riesco a sfondarla ma vedo il mio riflesso.
Ho le guance gonfie, sembro Dizzy Gillespie.
Potrei insistere e sfondare il vetro ma mi sono rotto i coglioni, mi lascio cadere sul fondo e penso di dire “ma vafammoc”.
Ma ho il difetto che certe volte mi imbroglio con le parole, succede relativamente spesso.
Non mi esce e dico “ma amaffoc”.

Se sei uno sfigato non è facile diventare un cazzone quando dai peso a certe cose.
Se no mi comprerei un motorino e basta.
È il modo in cui l’universo si pone con te, che pretende sempre quel qualcosa in più.
A volte mi chiedo se magari non è il contrario, cioè che l’universo pretende lo stesso da tutti ed a me c’è un qualcosa che manca.

Ogni giorno potrebbe essere un continuo, “da domani…” ma non funziona.
Non funziona nemmeno il “da oggi…”.
E allora vafammoc, perché “fatti, non pugnette”?
Da me pretendo i fatti ma voglio anche le pugnette.
Fatte da altri ovviamente, anche se mi sa che me le farei meglio da solo.
Il sabato sera vedo solo animali per strada.
Li disprezzo a tal punto che mi fanno quasi paura.
Zombie animaleschi che si aggirano per le strade.
Ai semafori del buon senso sgommano con il rosso, senza cintura.
Quella è gente che della patente a punti se ne ne fottono.
Ruberebbero persino i canielli di razza alle signore perbene.
Ma che cazzo l’avete fatta a fa sta ZTL…

Sento sulla schiena il fondale della piscina.
Lo sfioro con la nuca, è pieno di munnezza. Che pezzente il padrone di casa, non la pulisce neppure.
Sento il rumore dell’acqua. Non somiglia a quei campanelli che scetano i muorti.
Allora sono vivo ma che cazzo.
Ci penso bene sta volta.
Un po’ alla volta.
“Vafammoc”.
Mi escono le bollicine dalla bocca, la mia voce è ridicola.
Ma l’importante è il contenuto.

Se devo essere cinque volte migliore degli altri è bene che mi adoperi per esserlo settecentosettantasette.
Tanto nell’amore non ci ho mai creduto.
Visto che è tutto nello stile, se mi va male e finisco in malora me la portate una bottiglia di Jack Daniel’s ogni tanto?
Eddai, vi ripago con un vafammoc.

Nun o’ fuck you.

Fa troppo freddo. È un freddo quasi irreale considerato il solito clima.
Ho fatto il conto di quante donne ho conosciuto nell’ultimo periodo. Sette. È una specie di numero perfetto. Mi chiedo chi sarà l’ottava. Magari le dedicherò un pezzo.
Escluso quella che ho scritto per lavoro è un bel po’ che non produco musica decente.
Se butto giù qualcosa di interessante mi sembra di suonarla male allora perdo interesse.
Quando la riascolto mi sembra di bere una di quelle birre cinesi o greche, puri pisciazzoni (cit.) che quando li assaggi ti chiedi come mai non hai ordinato una cocacola, almeno sai che cazzo ti bevi.
Ho visto un film. Mi sono addormentato a singhiozzi. Quando mi sono svegliato mi sono messo nel letto per dormire ma non avevo più sonno. Ho maledetto il creato.
Non mi sono lavato i capelli per giorni. L’altro giorno da Feltrinelli la gente mi guardava come si guardano quelle pubblicità tragiche sulla fame nel mondo. Ho comprato un disco beandomi del mio essere trasandato. Trovo il non curarsi nell’aspetto una qualità interessante delle persone, talvolta è indice di professionalità. Totale dedizione al proprio lavoro, o alla propria arte se vogliamo metterla in altro modo.
Mi piace pensare ai giorni come una discesa verticale, inizi a cadere la mattina e poi atterri di notte nel letto-ascensore che ti riporta su. Non sono una di quelle persone che senza novità diventano come quei coccodrilli che impazziscono nel fango. C’è tanta di quella roba da scoprire del passato che il presente non basta per crearsi un futuro migliore.
Per strada cammino al sole aspettando che i miei occhiali si scuriscano, vedo una marea di fantasmi mattutini. Alcuni vanno persino in bicicletta. Mi chiedo come si faccia ad andare in bicicletta in questa città. Li ammiro. Io ho troppa paura di farmi male.
L’altra volta ho visto il mare, con la luce del tramonto sembrava bellissimo. Le buste nell’acqua sembravano sirene. Ho desiderato tuffarmici, se non altro era una scusa per lavare i capelli.
A volte immagino situazioni che possano distogliermi dalla realtà. Mi chiedo se ne valga veramente la pena viverle, e se poi fosse tutto uguale?
Qualche giorno fa ho letto da qualche parte che una nota imperfezione umana fa si che le cose positive diano assuefazione. Ho letto anche che il mondo è fatto di mediocri, ed i mediocri ti perdonano tutto, tranne il successo.
Bene o male la penso così anche io. Ma perché lo penso, sono forse mediocre anche io? I miei difetti forse non sono tali da essere dei pregi? mi confinano in una blanda ed onirica mediocrità fatta di insuccessi? Ma come fai a reputare qualcosa un successo se poi l’unico obbiettivo è quello di spezzarti le gambe (o i trampoli se si è barato)?
Magari il Tetris è perfetta metafora dell’esistenza, fai tanto per incastrare dei blocchi dalle varie forme geometriche solo per vederli distruggersi.
Oppure no, magari è il Monopoli: costruisci un impero fatto di case ed alberghi solo per veder soccombere gli altri partecipanti a furia di soldi estorti tra vendite ed ipoteche. Una volta mi fu usato questo esempio per descrivere l’attività della criminalità organizzata.
Pensai che puoi costruire quello che ti pare, ma alla fine rimani sempre un ferro da stiro mosso dalla casualità dei dadi.
Ovviamente non lo dissi, non si sa mai chi c’è veramente dinnanzi a te.
Quando andai a Waterloo con la scuola c’era un freddo inumano. Pensai a me stesso, avevo 15 anni, mi dissi che questa è la fine che fanno quelli che si credono dei padreterni. Per me questo rischio non c’è. Mi sbagliavo.
Alle volte mi sento ancora come prima, una nullità. Ma dura poco, sento come un vermetto che dal fianco sinistro mi ricorda che volersi atteggiare a nullità non è che un altro modo subdolo per gonfiare il proprio ego. Dopotutto cosa gonfia l’ego più del ridere di se stessi? Credo nulla.
Fa un freddo irreale. Non mi sento più la faccia. Mi tiro su la sciarpa sul viso. Sto più caldo ma gli occhiali si appannano per via del mio fiato. Non vedo nulla, sento l’odore del cashmere. Mi ricorda di quand’ero piccolo ma è un ricordo neutro, non ho bisogno di appigliarmi ai ricordi.
Ogni tanto l’universo si accorge di me e mi regala periodi di pura follia.
Quando succede vorrei fermare tutto e dirgli “mio caro sta volta non mi trascinerai in nessun vortice di eventi, voglio rimanere solo con la mia practice routine”.
Me lo immagino l’Universo, che dalla sua tv in full hd si appresta a gustare le mie avventure sorseggiando un tè alla vaniglia mangiucchiando pasticcini.
Ce lo vedo che al sentire le mie parole quasi si strozza con una di quelle paste con i canditi rossi.
Dev’essere questo il motivo per cui succedono le tragedie, a qualcuno girano i coglioni e manda affanculo l’Universo.
“Grave tragedia avvenuta nel pomeriggio. Migliaia tra morti e feriti” titolano i giornali.
“Gli esperti a lavoro per dedurne le cause” vaglielo a spiegare che magari è solo qualche stronzo che si è rotto le scatole ed è andato a bussare alla porta giusta una volta tanto.
Una teoria affascinante.
L’altro giorno un caro amico mi ha scritto un sms, diceva “tu piuttosto: meno bukowski e più vafammoc”.
Ha ragione, rimedio subito:

Andiamoci a prendere un Jack & Red Bull dai, poi vattene pure affanculo.

Una volta lessi una frase di Nietzsche che affermava che i gusti sono solo una sorta di autodifesa da ciò che potrebbe non piacerci o giù di lì.
È stata una delle poche frasi scritte da altri che mi ha aperto gli occhi, perché scoprii che rispecchiava il mio pensiero, soprattutto in ambito di gusti musicali.
Sono una persona che ha sempre cercato di lottare contro i pregiudizi, però devo ammettere che io stesso sono vittima di molti di questi. Ma non importa, ho capito che talvolta fa bene non voler sopportare certe cose.
Andando nella direzione opposta devo dire che mi piace avere delle ossessioni. Se mi piace una cosa non voglio che mi piaccia poco, mi deve piacere molto, moltissimo, ci devo entrare dentro e voglio che questa caratterizzi il mio essere.

Alla luce di questo dentro di me ho sempre pensato che il whiskey infondo non mi sia mai piaciuto. Tutta quella passione per il Jack Daniel’s è reale? Cioè mi piace davvero tanto da giustificare il numero assolutamente allucinante di litri bevuti, tutti i gadget acquistati, i calendari appesi ogni anno in camera, la ricerca continua della bottiglia magica che una volta bevuta mi avrebbe donato il sacro potere del rock’n’roll?
L’impressione che ho sempre avuto è che fossi così stronzo da creare tutta questa pantomima solo per avere una scusa in più con me stesso per bere.

Sabato sera comunque ho commesso un errore di inesperienza anche se questo non è il termine giusto perché sono anni che mi ubriaco ed ormai un po’ ho capito come funziona.
Nonostante fosse già qualche giorno che mi sono reso conto che non tanto i comportamenti che adotto, ma i pensieri da cui questi scaturiscono, tendono talvolta ad essere offensivi nei confronti della mia intelligenza, ho ingenuamente pensato che il modo migliore per affrontare la serata fosse proprio quello di bere come un disgraziato.

Prima di scendere ho cenato a casa di un mio caro amico che mi ha poi dato la possibilità di intrattenermi con una mezza bottiglia di scotch. Me la sono goduta lentamente nemmeno fosse una bella donna. Sarà stata poi l’ansia dell’alcolista in carriera ma quando ho finito di corteggiare lo scotch stavo ancora bene, allora ho chiesto se a farmi compagnia potesse essere un po’ di vodka.
Insomma quando ho assaggiato quel liquore schifoso ho capito che posso stare tranquillo, perché tutta la menata sulla storia del whiskey è solo una mia sega mentale, il Jack non me lo sono fatto piacere, è destino che dovesse piacermi.
Non ci sta niente da fare, tutto il rispetto per i russi ma avrei preferito staccare il tappo ad una macchina e scendermi in corpo tutta la benzina più che bere quella roba.
Alla fine al locale ho preso un Jack & Red Bull, drink di mia invenzione (che fantasia, eh…) che bevo sempre.
Mo’ non so se è stato quello a fare da catalizzatore o cosa, fatto sta che ad un certo punto non capivo più un cazzo: ho completamente perso il filo dei miei pensieri ed a tratti rischiavo quasi di affogarmici.
Improvvisamente mi sono ritrovato da solo fuori al locale. Ho messo l’iPod in riproduzione casuale ed è uscita fuori una canzone che non ascoltavo dal marzo 2009.
A parte la coincidenza (quella sera suonava la persona che me l’ha fatta scoprire quella canzone) mentre ascoltavo i Novembre mi son ritrovato per qualche a minuto dialogare con il mio subconscio, e questo è un po’ quello che ci siamo detti:

– We.
– Lì c’è una specie di panchina. Vatti a sedere, questo non è il genere di canzoni che ascolti camminando per strada come un idiota o che ti fanno sognare a tempi che verranno.
– Come?
– Fai che scherza oggi, scherza domani, sei diventato coglione veramente? Muoviti che fa pure freddo.
– Guarda che mi sono promesso smettere di starti a sentire.
– Devi smettere di fare tante cose, anzi sai che ti dico perché non fai un fioretto come fanno i falliti?
– Fottiti.
– Fottiti tu, anche perché nel frattempo ti sei seduto, ho vinto io.
– Se non ti stai zitto non posso ascoltare la canzone.
– Ah vuoi davvero ascoltarla? Così magari è la buona volta che ti metti a piangere a tipo ragazza scartata alle selezioni di Maria de Filippi.
– Non trattarmi male.
– Ma cosa fai? Sei seduto e ti rannicchi su te stesso? Che c’è ti senti schiacciato dal peso degli eventi? Mettiti pure in posizione fetale già che ti trovi. Vorresti fare pena a qualche passante?
– Piantala. Dovremo essere una squadra io e te.
– Squadra sto cazzo, sto sempre a suggerirti cosa fare, anche quando sei sobrio (credi davvero che tutte quelle idee che ti vengono siano farina del tuo sacco?) e poi alla fine non lo fai mai.
– Cosa vuoi insinuare, che non ragiono con la testa ma con altre cose, tipo il pene?
– Eh, vabbuò. Stai sempre a fare la parte del maschio che non vuole avere l’ossessione del sesso che magari ragionassi con quello, scoperesti di più ed io e te quasi non ci conosceremo.
– Ma vedi tu un poco la Madonna.
– No stronzo, non la vedo perché a quelle cose non ci crediamo.
– Ma che vuoi?
– Voglio dirti che la devi smettere.
– Di bere?
– No, di chiedere consigli alle persone sapendo che poi vuoi fare di testa tua. La devi smettere di autoesaltarti e poi pensare che non sei all’altezza di fare quello che senti.
– Ti prenderei a capate.
– A capate devi prenderci qualcun altro, e lo sai benissimo.
– Lo so, ma non so come.
– Capirai, ormai si sta facendo tardi. Mo’ devi accettare passivamente tutte le conseguenze, hai fatto anche guai peggiori, ti ricordi quella volta?
– Non ci provare. Zitto, non dirlo.
– Hai un’immagine di te ben chiara nella testa e fai di tutto per comportarti come si comporterebbe lei, no, non ti prendo per il culo, questo è da ammirare. Ma devi accettare anche il fatto che alcuni possano non comprenderla e fraintenderti.
– Odio quando succede, non è giusto.
– Succede e basta, hai imparato ad accettare persino cose peggiori, dai figurati se non riesci ad accettare il fatto che la gente non ti comprenda per quello che sei.
– Domani ci parlo.
– Perché non ora? Il treno non è ancora passato, cosa farebbe Leonard Bernstein?
– Che diavolo ne so.
– Allora mettiamola così visto che ti piace tanto il personaggio, cosa farebbe Hank Moody? Io un’idea ce l’ho. Cosa aspetti? Tanto peggio di così… Non tanto per gli altri, fottitene, ma per te. Basta accettare le cose passivamente e poi martellarsi l’anima come se fosse colpa nostra perché sta volta davvero non lo è.
– Tu dici?
– Ancora a questo stiamo? Allora ti mancano proprio le basi.
– È che non so più cosa pensare.
– Ahahahah, magari fosse davvero così!
– Mi squilla il cellulare.
– Non rispondere, chi credi che sia, Scarlett Johansson? Non farmi ridere.
– Devo rispondere.
– Non farlo, appena finisce la canzone vai a fare quello che è giusto.

“Pronto? Ah la serata è finita? Io sto vicino al locale, sto ascoltando una canzone. È quasi finita, arrivo e ce ne andiamo”

– Sei un coglione.
– Non posso sottrarmi, sono venuti solo per me.
– Bravo, fai come sempre, rimanda l’azione e goditi l’apatia. Magari fai come quest’autunno che smetti di lavarti, curarti nell’aspetto (semmai l’avessi fatto) e ti chiudi in casa a studiare musica.
– È per il mio futuro, e sti cazzi dell’aspetto tanto sono un cesso se ho successo è solo merito tuo.
– La canzone è quasi finita, tira dritto, vai.
– Domani ci parlo, promesso.
– Domani è meglio studiare armonia, ti ricordo dove vuoi andare.
– Domani. Te lo prometto.
– Sei un pappagallo senza palle.
– Non è vero e lo sai anche tu.
– Si lo so ma volevo provare a spronarti. Comunque ci sto ripensando. Dopotutto il tempo è galantuomo.
– Scherzi? Allora ho vinto.
– Col cazzo, mi fai solo troppa pena, ci rivediamo al prossimo Whiskey & Red Bull.
– Ti odio.
– Io invece ti amo.
– Ad maiora semper. Gli facciamo il mazzo tanto. Rock’n’Roll.
– Sei ridicolo, hai appena toccato il fondo e ti metti a dire certe cose?
– Che devo fa? Sono ubriaco.
– Dicono tutti così, ma non odiavi quello che fanno tutti? Secondo me sei solo un coglione.
– Pensa se fosse uscita “A Change of Season”, chi ti avrebbe sopportato per 22 minuti e passa di canzone?
– Ma magari, quello è un dio di pezzo. Questa invece è solo una canzone a cui sei affezionato perché ti piace avere le ossessioni.
– Sono nervoso e non ragiono bene.
– No, ti sei solo rotto il cazzo, questa roba non ti serve più a niente.
– È finita, tanto vale non farsi più scrupoli, le scorte di carne umana non sono mica esaurite.
– È l’inverno che per noi è finito. Il fatto che continui è solo una formalità.

La prossima volta, prima di prendere l’ennesima consumazione pensateci bene.
Risparmiate e compratevi un disco, a differenza delle sbronze vi rimarrà per sempre.
O magari no.
Ma vafammoc.

La notte dei morti di fame.

A parte il mio sono pochi i blog che leggo con regolarità, giusto 2-3.
L’altra sera mentre cazzeggiavo su un blog disgraziatissimo che leggo sempre da un po’ mi sono imbattuto in un commento che mi ha scatenato una riflessione.
Innanzi tutto mi sono reso conto che mi fa proprio ribrezzo il servilismo di certi maschi di fronte alla sola speranza di chiavare.
Nella fattispecie concreta il blog in questione è commentato quasi esclusivamente da questo genere di persone. Leggo (raramente per fortuna) con perplessità ed a tratti divertimento le loro amenità, si passa dai più beceri complimenti che lusingherebbero a stento una 15enne al narrare strane storie infarcite di luoghi comuni e citazioni di poeti maledetti da centro storico (che diciamolo, sono parecchio sorpassatelli) al fingersi interessati alle peggiori assurdità di cui normalmente non fregherebbe niente.
Non parliamo poi (anzi no, facciamolo) di quelli che decantano le proprie sfighe come esperienza di vita vissuta di cui si non si è sfortunatamente fatto tesoro e quindi si continua ad essere sfigati, senza aver mica capito che la sfiga è ormai passata di moda, non si porta più e soprattutto non nobilita più, se mai l’avesse fatto.

Per ricollegarci all’argomento principe, l’altra sera leggevo il commento di un tizio anonimo che non conosco (e mi guardo bene dal volerlo conoscere) che, riferendosi ad una sera in cui mi ha visto in compagnia dell’owner del blog, recitava in un passaggio “puoi avere di molto meglio”, riferendosi ovviamente al sottoscritto.
Se non fosse stato per il fatto che “noi ca gent e merd nun c’ vulimm ammiscà” (cit.) e per la mia forma di protagonismo preferita, ossia la latitanza mi sono dovuto trattenere dal replicare al commentatore in questione scrivendo qualcosa come “di meglio mmh…tipo te?”. Ma grazie a dio non l’ho fatto, fai che me li ritrovo a commentare il mio di blog.

A questo punto ho pensato che è chiaro che in giro c’è tanta gente meglio di me, sarebbe da membro degli Oasis pensare il contrario, però è anche vero che c’è anche tantissima gente che è molto peggio di me.
Ed allora, visto che l’insonnia e la fame ultimamente mi tormentano tenendomi sveglio fino agli orari in cui gli uccellini cominciano a canticchiar non ho potuto fare a meno di pensare a tutti i soggetti allucinanti che nella mia vita ho avuto l’orrore di incontrare. È stata una bella nottata, a tratti ho persino riso a certe cose. Mi sa che ricorderò questa notte per molto tempo, “la notte dei morti di fame” appunto.
Eccovi un po’ di quello che ricordo.

AVVERTENZA quello che segue è solo a scopo ludico/informativo, ogni riferimento a persone e/o cose è puramente casuale e se qualcuno si sente chiamato in causa non è perché mi riferisco a lui ma perché forse disgraziatamente appartenete ad una di queste categorie, in questo caso vi consiglio di scendere di casa, comprare una bottiglia di whiskey e cercare di capire come raddrizzare la vostra vita. No, non fatemi causa, non ho una cazzo di lira ed inoltre picchiarmi da poca soddisfazione, se mi volete ferire chiedete consiglio a qualcuno che già se ne intende.

Innanzi tutto se non vi è mai capitato di incontrarli i primi soggetti di cui dobbiamo parlare sono gli ormai famosi schiaffeggiatori di quartiere. È gente che di solito gira ed impenna con i mezzi e, di tanto in tanto, mollano uno schiaffo fortissimo a qualche malcapitato passante. È gente pericolosa, poco franchi di cerimonie, che vottano le mani senza contestualizzare le situazioni. Di solito li si può incontrare anche in discoteca (e se hanno paccheriato anche il gestore del locale è possibile che abbiano il motorino anche lì), se per caso diventate la loro vittima designata vi assicuro che col cazzo che ci andate di nuovo a ballare.
In seconda battuta abbiamo il circolo degli emotivi.
Questi sono quelli che preferisco, perché sono tanto diversi tra loro quanto simili.
Alcuni sono gente nemmeno tanto male, soprattutto quando li conosci all’inizio.
Bravi ragazzi, anche in gamba, ma dentro di loro celano un terribile mostro.
Di solito le prime avvisaglie di pazzia si verificano quando si fidanzano, le ragazze di questi tipi sono tutte uguali: bassine, alternative ma con moderazione, bruttarelle, di solito more e che vestono pure male. Assolutamente incapaci di essere autonome a livello di gusti musicali, tutta la munnezza che si sente il ragazzo se la sciroppano anche loro.
Questi soggetti di solito quando si fidanzano spariscono letteralmente dalla circolazione, affogano in un maelström d’amore che ovviamente esiste solo nella loro testa bacata. Smettono di vivere autonomamente, come un’edera infernale si attaccano al povero partner e cominciano a vivere in simbiosi succhiando a più non posso questa linfa amorosa che poi li ricopre finora farli diventare invisibili.
Queste storie di solito durano un paio d’anni, il tempo che la ragazza si renda conto che è donna, quindi dotata di vagina, e che può usarla per migliorare la propria esistenza.
Di solito li mollano per uno con un motorino tipo SH 300 col padre rispettabile avvocato e/o amministratore delegato.
Ecco che, a quel punto, il mostro emerge dagli abissi e si rivela in tutto il suo orrore: il povero emotivo non regge il colpo ed ha bisogno di dare una svolta alla sua vita.
L’alcol e le droghe non bastano oppure non gli piacciono allora si apre un blog dove comincia a scrivere sotto forma di storie di fantasia scopiazzate tutto l’amore che provava per la sua anima gemella. Ma non lo fa per sfogarsi, lo fa perché segretamente sogna che leggendo quel blog un’altra ragazza che comprendendo perfettamente quello che lui prova, si innamori perdutamente di lui. Ma non lo fa perché vuole una nuova relazione, no, vuole semplicemente sfogare la sua vena sadica su di lei, illudendola e poi abbandonandola proprio come successo a lui.
Di solito può essere che la trovano pure un’altra, ma non ce la fanno ad attuare il loro piano diabolico allora se ne innamorano e la iacovella ricomincia d’accapo finché non vengono mollati di nuovo.
Altre volte non succede un cazzo, il blog dopo tre interventi viene abbandonato ad invecchiare sul web, solo, senza un commento ed un filo di polvere.
A quel punto te li ritrovi annidati nei social network, come foto del profilo di solito hanno qualche quadro surrealista poco famoso.
Scrivono e pubblicano poco ma leggono molto, non condividono mai uno stato a meno che non si tratti di andare contro il sistema (per esempio è classico di questi tipi scrivere uno stato contro Steve Jobs il giorno della sua morte oppure parlare della mancanza di sentimenti nella società digitalizzata, oppure frasi che non significano un cazzo ma magari ci sono dentro parole come “eclettico”, “emozioni” o peggio, “rugiada”).
Di solito questi stati non se li caga mai nessuno, ma se per caso ottengono un “mi piace” che è soprattuto da parte di una donna se ne innamorano immediatamente, chiunque essa sia.
E poi, e poi… abbiamo i bucchinari senza tempo.
Di questi qua il mondo è pieno. Quando li incroci per strada e li vedi camminare li riconosci subito, hanno quella classica camminata da uomo contemporaneamente vissuto ma pronto per nuovissime esperienze al limite dell’umano. Questo è quello che pensano loro ovviamente, in realtà cercando di assumere quelle pose sembrano un incrocio tra uno scartato alle selezioni del grande fratello ed un lavaportoni poeta mancato in pausa caffè.
Non è che vestono male, magari qualcuno ha pure buon gusto, solo che non si capisce perché sembra sempre che hanno qualcosa che non va, tipo una macchia di sugo o cose simili. Se volete distruggere emotivamente la serata ad una di queste persone, fateglielo notare
Questa è gente sfessatissima, che alle scuole medie probabilmente venivano chiamati “brioscione” perché cicciotteli o qualche altro strano epiteto che ora non mi viene in mente.
Ma poi un giorno, dopo anni a soffrire hanno finalmente scoperto se stessi, il fiore è sbocciato.
Di solito questo coincide con la prima sbronza, quel rigonfiante senso di autostima li ha avvolti e mai più lasciati. Improvvisamente la realtà si è accorta di loro, e con lei le ragazze che hanno cominciato a trovarlo non interessante ma almeno un po’ meglio di altri.
Ed allora tutto cambia, iniziano a comprare libri che non leggono, dischi che non ascoltano, si iscrivono a 3-4 facoltà diverse dove vanno a seguire solo per esibire la loro camminata o fumare una sigaretta con stile nel chiostro.
Hanno un codice etico che gli impone di farsi solo ragazze belle, ma si possono fare pure ragazze brutte basta che siano già fidanzate, meglio se con loro amici/conoscenti. Così possono esternare la loro superiorità da maschio alfa.
Questo succede ovviamente finché un “amico” non si presenta sotto casa sua con altri quattro “amici” dotati della forza di almeno 30 parcheggiatori abusivi e… E là so cazzi, altro che maschio alfa.
Quando parli con queste persone è come spostarsi in continuazione, parlano per sentito dire, cambiano opinione ma l’importante è che abbiano ragione. Mettono in mezzo argomenti senza senso che non c’entrano un cazzo col contesto (ad esempio: “no no ti ho detto che è un grande giocatore. E te lo dico perché all’esame di economia politica ero ubriaco ad assenzio allora… etc.).
Quando parlano di loro sono vaghi, parlano di progetti, situazioni, amicizie, ma nessuno sa effettivamente che cazzo fanno e chi cazzo sono, ma soprattutto chi cazzo vogliono sembrare.
Alla fine il rigonfiante senso di autostima dell’ubriacatura originale cesserà e si chiuderanno in casa aspettando che ritorni.
Va a finire che non tornerà più, e poi quando li incontri per strada è cazzo pure che ti chiedono una cosa di soldi. Che gente.

Potrei continuare all’infinito, ma il quaderno per oggi è finito.
Probabilmente ne scriverò una seconda parte, magari anche una terza visto che ho ancora 7-8 categorie ben definite di cui vorrei decantare le gesta.

Ad maiora semper, amice! Ma vafammoc.

Elogio di un pezzo di merda.

Nell’estate 2006 avevo 17 anni. A via Roma vendevano delle magliette contro di lui. Non ne ho mai comprata una, eravamo tutti in piena ubriacatura nazionale e nessuno aveva intenzione di riconoscere i suoi meriti.
Riconoscere i meriti è roba da raffinati, mica da italiani, figurati da napoletani.

Col senno di poi forse avrei dovuto comprarla quella maglietta, perché l’ammirazione è qualcosa che va oltre gli insulti, l’ammirazione è un sentimento sincero che non ha schieramenti, non si vota ai pro ed i contro, l’ammirazione esiste in quanto tale ed una volta che è annidata in te non c’è sfottò o calunnia che tenga.
È un fatto privato, non riguarda gli altri, riguarda solo te.

E quante volte per convenzione sociale non opzionale non ho potuto rispondere a chi ha offeso la sua persona. A pranzo, a cena, di notte, di giorno, a casa mia, a casa tua, a casa di altri, per strada, ovunque. E certe mattine quando ti svegli pieno di vita ti viene voglia di urlarlo: “Sì! sono malato, lo ammiro e vorrei essere come lui”. Ma alla fine non lo fai mai perché chissenefrega l’importante è quello che alberga nella propria testa, non in quella degli altri.
Anche a pranzo a casa della ex fidanzata, con il padre che dice “è solo un bandito”.
Ed io pensavo ma si fotta la mia futura ex ragazza che altri non è che vostra figlia, ed insieme a quella si fotta anche lei mio caro signore perché voi nei miei pensieri ci siete perché vi tollero, lui invece ci sta di diritto. Perché è ammirazione, per certe cose non c’è mica spiegazione.

Una sera l’ho anche sentito piangere. Non ho provato compassione o tristezza ma solo vergogna. Ho avuto vergogna di far parte di questo paese immondo che con la scusa dell’audience ha cavalcato l’odio utilizzando la voce rotta dal pianto come spot per una fiction da quattro soldi. Roba per casalinghe depresse, non a caso tutta Italia è stata a guardare.
Il giorno dopo andai all’università. Mi sarebbe piaciuto incontrarlo per strada e stringergli la mano, perché quando c’è l’ammirazione le parole sono inutili velleità.

La notte dell’otto novembre non ho dormito. E lo so che siamo stati in tanti. Per lo stesso motivo da qui a vent’anni di notti insonni ce ne saranno ancora tante. Ma chissenefrega, dinnanzi all’ammirazione non c’è giustizia che ti metta dalla parte del torto o della ragione.
Forse alcuni la chiamerebbero religione ma non è fede, non è cieco dire sì ed accettare quello che non succede e quello che succederà. È coscienza di quello che si è e che si sa, e scaturisce dalla ragione, mica dalla paura.
Ma ciò è anche la peggiore delle frustrazioni perché in segreto lo vorresti far sapere al mondo che non è giusto, e che non lo sarà mai.
Lui è il migliore di tutti ed adesso è costretto a lottare contro i mulini a vento.
Dovrebbe essere sul tetto del mondo, dove nemmeno il vento dovrebbe permettersi di soffiare.
Vorrei dirgli “La prego, la smetta, chi glie lo fa fare”.
Ma dinnanzi al migliore di tutti non posso arrogarmi tale diritto.
Lui di sicuro cosa fare lo sa già.
E mica lo viene a dire a noi.
Figurati a voi.

Divenire. Ma vedi tu un poco la Madonna.

Le cose cambiano. Lentamente a volte altre mica tanto. Ti ritrovi lì una mattina a guardare il poster che guardi ogni volta che ti svegli ed è sempre lo stesso ma in realtà non lo è più. È sempre lui, un pianoforte tutto ammatondato con strane scritte. Lo guardo, c’è qualcosa che non va ma è sempre lui. Per me che sono fissato con le simmetrie è sempre una tragedia vederlo leggermente più un basso degli altri ma che ci vuoi fare, la pigrizia e la paura di romperlo fanno si che tra l’intenzione e l’effettiva voglia di sistemarlo passi la stessa distanza che c’è tra il dire ed il fare: il mare.
Il mare, appunto.
Il mare.

Mi piace il mare, ma lo odio perché è il ricettacolo di sentimenti ed emozioni di tutti. Poeti, scrittori, musicisti, pensatori, fumatori, persone normali, cafoni, neocafoni.
Non mi va di condividerlo con questa gente, vorrei che fosse solo mio.
Ma non ce l’ho fatta ed alla fine l’ho abbandonato a se stesso.
Per carità una volta ci sono tornato. Era piena estate e la gioia di vivere in me era ai minimi storici. Erano le 14.00, presi il mio fidato Zarathustra ormai più che consumato ed andai al castel dell’ovo. Ma questa è un’altra storia, e non mi interessa.

È che il divenire è diventato normale. E non c’entra che ascoltavo questo brano tutte le mattine a Boston mentre mi recavo a scuola. E non c’entra nemmeno che in questi giorni non l’ho ascoltato.
È che tempo fa mi sono fatto una promessa, ho simulato facendola ad un mio amico ma l’ho fatta a me stesso ed almeno sta volta ho voluto mantenerla. Almeno questa volta, per me.
Perché basta andare a dormire con dei pensieri e svegliarsi con gli stessi. C’è un momento in cui te lo dici da solo e manco te ne accorgi. Basta. Basta cazzo, basta. Sta mattina voglio svegliarmi ed incazzarmi, perché quando mi incazzo mi sento sempre meglio. Ok tendo a suonare in anticipo sul tempo come ai vecchi tempi e rispondo male ma tanto lo faccio sempre, ed almeno certe cose perdono importanza.
È un po’ come quando giri con una bella donna e tutti ti guardano con quell’aria di sufficienza. Il loro codice etico di sopravvivenza vuole che tu guardi e passi avanti conscio della tua insicurezza, che tanto domani lei si sveglia ed esce con un altro, per la serie meglio godersi il momento.
A volte ho avuto la netta sensazione di stare per dire a qualcuno di questi personaggi “Ma cosa volevi coglione, che si mettesse con te?”. Ma chissà perché non l’ho mai fatto.
Eppure con qualche bella ragazza ci sono uscito.

Una volta tanto non ci voglio più camminare sulle aiuole.
Non ci credo più in certe cose.
Mi sono stancato, ma mica adesso.
Un paio di sere fa ho bevuto l’assenzio e mi ha fatto cagare.
Altro che bohémien, è un liquore da mezzeseghe.

Divenire… Tutte queste sono solo chiacchiere da bar culturalmente superiori alla media, l’unica cosa importante è guardarsi allo specchio ancora col pigiama addosso, con le cuffie nelle orecchie che sparano musica a tutto volume, sorridere e dire “ma vafammoc”.
Ne assaporo ogni sillaba.
Ogni lettera.
Ogni istante.
Godo.
Ad maiora semper.

Ma vafammoc.