Io l’inno non lo canto.

Durante di un paio di discussioni che ho avuto recentemente sono stato accusato di avere un’eccessiva esterofilia.
Bene mi sono ricordato di quando un mio caro amico, andato allo stadio per vedere una partita di coppa Italia, ha fischiato “Il canto degli italiani” meglio conosciuto come “Inno di Mameli”.
Per carità, io dei Borboni e del regno delle due Sicilie me ne strafotto, sono menate che lascio volentieri ai miei concittadini esaltati.
Quello che mi preme dire (e voglio farlo proprio con queste parole) è che la merda rimane merda, non capisco perché il fatto che sia prodotta dalla gente che parla mia stessa lingua e vive nel mi stesso paese sia un motivo valido per farmela gustare.
Emma, Gigi D’Alessio e quell’altra mongoloide che sembra Richard Benson li lascio volentieri a voi.

Il patriottismo visto come il difendere ad oltranza il proprio paese mi fa schifo, oltre che tanta pena. Non è altro che l’estrinsecazione di una cieca ottusità e spesso anche di una grande ignoranza. Sarà anche per questo che mi stanno sul cazzo i fascisti. Andassero a farsi un giro al cinematografo che è che meglio.
L’Italia è un paese dove la polemica è diventata un forte collante sociale. Qui, più che altrove, è diventata uno strumento di rinuncia ad un rinnovamento politico e culturale in quanto getta una luce di futilità ed inutilità su ogni possibilità di attuarlo.
È tutto diventato una spirale di chiacchiere inutili, ormai amplificata e degenerata grazie alla rete.
Il problema di Berlusconi è sempre stato percepito come un problema di immagine. Il fatto che grazie alle sue genialate (perché ahimè di questo si tratta) il paese sia stato irrimediabilmente rovinato passa quasi in secondo piano.
Ma continuiamo a sostenerci ed a difenderci. Dovremo essere coscienti dei nostri limiti e problemi ed invece stiamo a difendere la nostra mediocrità come se fosse un buon prodotto.
Questa ottusità è la cosa che più di tutte mi irrita.

Alla luce di questo sono convinto che il piacere non esiste più, che sia diventato una sorta di rituale. La sera non si esce più per divertirsi ma per evitare di non divertirsi.
Stiamo arrivando al punto in cui non cercheremo più di divertirci o di godere delle cose che compriamo ma giocheremo in difesa: difenderci da quel senso di figura di merda perenne.
Alla fine il vero piacere diventerà il dispiacere altrui.
Ammesso che non sia già così io l’inno comunque non lo canterò più.
Quella di essere come noi è una scelta, una scelta sofferente.
Ci massacrano eppure non abbiamo fatto niente di male.
Ci getteranno le peggiori infamie addosso.
Ma che me ne frega.
L’inno non lo canto.
E vafammoc.

Domani mi compro un dinosauro 7/7.

Il momento in cui realizzi certe cose è come una festa, sopratutto se succede di sera.
Ogni singola parte della propria mente diventa come una folla in festa. Tutti si lasciano andare in preda ad una frenesia che fa perdere i freni inibitori. Prima si è calmi come delle rispettabili emozioni ma poco dopo si è come degli animali, si urlano cose quasi folli. Giustificati dalla frenesia del momento ci si sente più forti dei propri avversari, si pretende persino il fatto che riconoscano la loro inferiorità. Se non lo fanno tanto peggio per loro, che si fottano “noi semo i mejo”.
Apparentemente più forti degli altri dimentichiamo ogni nostro difetto e problema, ubriachi di un entusiasmo che ci illude.
Ma prima o poi andremo a dormire.
Al mattino dopo ci sveglieremo normali, con ancora le consapevolezze del giorno prima ma sta volta leggermente latenti.
Perché la vedi lo stesso la pioggia che cade, le strade che si scassano, la gente che urla.
Il traffico, l’esaltazione che va scemando.
I giorni poi passano e quelle vittorie diventano quasi insignificanti.

Insignificanti, finché non ti rendi conto che sotto quell’effetto hai commesso degli errori.
Mentre agivi hai pure pensato che forse non era la cosa giusta da fare ma l’hai fatto comunque.
Ed alla fine scopri che stanno vincendo loro, gli avversari, quelli che volevi ammettessero la tua superiorità.
Non è una novità, dopotutto il potere è sempre stato nelle loro mani.
Capire che prenderli per il culo è stato si ridicolo ma anche terribilmente divertente è la prima pugnalata che ricevi. Se si vince una battaglia mai prendere sottogamba la guerra, volessi fare la fine di Napoleone a Waterloo?

Ed alla fine quello che avevi sconfitto, ridicolizzandolo, riprende improvvisamente vita e comincia ad inseguirti. Sta volta non è come prima. Mentre lo fa ride e balla. Ride di te.
Legittimo orgoglio, istinto di conservazione, personali fatti di principio. Hai agito in nome di tutte queste cose come se fosse la cosa giusta ed alla fine nel sentire quelle risate che ti seguono ti ritrovi non solo con un pugno di mosche, ma persino a pensare che se potessi tornare indietro avresti agito diversamente.
Ma guarda un po’ l’universo alla fine come ti frega, ti ritrovi a vivere delle situazioni che se non fisse successo il maledetto casino te le saresti godute alla grande.

Alla fine per certe cose non c’è via di salvezza. È inutile cercare strategie vincenti perché non c’è nessuna battaglia, nessuna guerra. Sono solo eventi, la guerra crediamo noi che esista. E se proviamo a combatterla finiremo inesorabilmente sconfitti.
L’unica cosa che si può fare è realizzare quello che è accaduto, guardare a 360 gradi la propria esistenza, riprendersela in mano e vedere come sistemare quello che non va.
Dopotutto, cercare di migliorare i propri difetti è pur sempre una sorta di rivincita.

Per quanto possano a volte essere idiote, darsi la zappa sui piedi, non combinare nulla di buono per un bel po’ di tempo, arrivare anche a farsi deridere, ed essere incapaci di togliersi una soddisfazione… alla fine il potere è sempre nelle loro mani, nelle mani delle signore.
Realizzato questo passiamo dalla loro parte.

Coincidenze.

Domani mi compro un dinosauro 6/7.

Gli eventi, come le buste del latte hanno una scadenza. C’è un tempo limite per il quale durano, dopodiché smettono di avere effetto. Certe volte la scadenza è breve, altre volte possono durare una vita ed il giorno in cui scadono combacia con quello in cui forse termina l’esistenza.
Anche le persone scadono, ma non hanno una data precisa, sta tutto negli eventi e quindi le cose potrebbero in un certo senso essere collegate. Certe persone lo sai che ti deluderanno, te lo senti ma talvolta anche se lo sai per certo tiri avanti. Sarà la speranza di essersi sbagliati, sarà il brivido di vedere come andrà a finire oppure semplice masochismo. Chi pur di dare una svolta ad una vita piatta accetterebbe in fatto di soffrire?
Tempo fa, un bel po’ di tempo fa ormai, ho condotto un’esistenza un po’ piatta. Desideravo una “botta di vita”, sì, proprio con queste parole, ed alla fine la ottenni. Fu un po’ troppo però, e fui trascinato in una spirale di eventi dalla quale per uscirne ce ne è voluto quasi il doppio del tempo che sono stato a desiderarla. Un bel casino insomma, ora mi viene da pensare “ma chi me l’ha fatto fare?” mentre prima quando succedeva pensavo che non desideravo nient’altro che quello.
Mi ha ricordato la scena di un film vecchio in cui un tizio chiedeva a Dio che venisse a piovere e poche ore dopo essere stato accontentato, ormai sommerso dall’acqua, si rivolgeva al creatore dicendo che forse era un po’ troppo.

Quindi anche le persone scadono, ma quando succede non è semplice come la busta del latte che semplicemente la butti via.
Quando ti scade una persona cominci ad accettare i suoi comportamenti come se nulla più importasse, li guardi da un altro punto di vista. I punti di vista sono importanti sapete, una volta mi trascinarono al cinema a vedere uno squallidissimo film di natale. C’era un’attrice abbastanza famosa nel cast ed ogni volta che appariva sullo schermo tutta la sala si riempiva di “oooooooh” oppure “Maronna e che a cumbinass'” e cose simili. A me quell’attrice ha sempre fatto schifo, mentre quelli seduti intorno a me deliravano in preda a chissà quali erezioni o peggio io pensavo che mi sembrava solo un ammasso di silicone e tristezza.
Il confine tra il sembrare “bona” oppure un troione in pensione in cerca di clienti per sentirsi ancora desiderata è a quanto pare molto labile, sta tutto negli occhi di chi guarda e nel cervello di chi, come me, quando nota qualcosa nel mondo fenomenico (ma non solo) qualche domanda se la pone sempre.
Ed allora eccola la soluzione. Ridicolizziamoli, ridicolizziamo quello che ci spaventa.
Mi ricordo che per allentare la tensione al mio primo esame mi dissero “immaginateli in mutande”. È un cliché e non ci cascai, in quei momenti mi veniva in mente tutto tranne che immaginarmi quella gente in mutande.
Il senso di quello che voglio dire non è questo, è un altro. È quello del vedere le cose anziché con gli occhi dell’amore o se vogliamo dirlo in modo diverso, dell’abitudine, con quelli di tutti i giorni, che usiamo per giudicare normalmente la gente quando la conosciamo poco.
Pensateci bene, quanta gente c’è che conosciamo e frequentiamo perché con noi da molto tempo? Una volta parlando con un mio caro amico ci ponemmo questo problema: quanta gente che conosciamo e di cui abbiamo una certa opinione godrebbe della stessa considerazione se li avessimo conosciuti ora? Quanti continueremo a frequentare? Ma sopratutto di quanti non ci limiteremo a dire “è un cazzone” anziché “è un grande”?
Beh al di là delle esperienze di ognuno di noi questo discorso secondo me è valido un po’ per tutti.

Ed allora cosa succede? Che quello che era un dinosauro pronto a gettarsi fuori dal mio armadio per venire a tormentarmi diventa un simpatico pupazzo che non fa che ballare e dire cazzate.
Un quantitativo incredibile di cazzate, le stesse cose a cui prima davamo importanza come se fossero un fiume in piena ora diventano uno sterile laghetto dove si sono impantanate.
Sguardi, parole, odori, sensazioni, e tutto ciò che fa parte di un qualcosa diventano un relativo ammasso di ricordi e cose inutili, un po’ come i cassetti del mio comodino: pieni di cianfrusaglie senza la minima utilità.
E quindi ridiamoci su di queste cose, tiriamo avanti, facciamoci pure un ballo con quel dinosauro-pupazzo e non pensiamoci più.
Ti sale all’improvviso la tristezza? Ma veramente credi che quello che ti è salito in testa possa davvero renderti triste? Cioè guardiamo in faccia la realtà, uno ha una vita davanti, questa non è che l’ennesima corsa sulla spiaggia.
D’accordo ti sono rimasti ancora quei fastidiosi granelli di sabbia addosso, ma basta una doccia e vanno subito via.

Domani mi compro un dinosauro 5/7.

Certe cose, certi ricordi, certi atteggiamenti te li ritrovi che ti inseguono.
Lo fanno ovunque, a prescindere da qualunque cosa tu stia facendo. Sei davanti alla tv ad allucinarti illuminato solo dai flash verdi e ti ritrovi improvvisamente a pensare, senza motivo a determinate cose. È quella sensazione che ti prende prima ancora del ricordo che sta per apparirti nella testa.
La cosa avviene più o meno così:
Io che faccio qualcosa, per esempio suonare il pianoforte.
“Mib, Fa6 poi cambio su… maledetto anulare cazzo.”
*Sensazione*
“Mmmh mi è successo qualcosa di trist… ah”.

Ma questo non succede solo con i brutti ricordi o le brutte sensazioni, per esempio succede anche con ricordi delle figure di merda. Magari non sono necessariamente brutti però avendo le figure di merda una caratteristica inconfondibile, cioè la capacità di diffondersi e clonarsi, subentra sempre quella sensazione che la figura di merda è dietro l’angolo.
La cosa avviene più o meno così:
Io che faccio qualcosa, per esempio inviare un sms.
“Alle 22 va bene perché poi devo andare a prendere Mery…”
*Sensazione*
“Mmmmh allor… oh cazzo”.

Il problema delle figure di merda è in realtà molto più serio di quello che sembra. Innanzi tutto dovrebbe esistere una specie di compendio delle figure di merda, perché sempre a causa della loro capacità di clonarsi si è creata una serie di categorie che è ancora troppo confusa e secondo me andrebbe razionalizzata. Per esempio quella di urlare ad una festa “ricchione di merda!” ad un tuo amico quando magari, di fianco a te, sono seduti due omosessuali che non davano fastidio a nessuno (ho assistito in prima persona a questo genere di figura di merda ed è anche per questo motivo che evito di utilizzare simili espressioni in pubblico), come la si può chiamare? e come ci si può difendere?
Altra caratteristica terribile delle figure di merda è che di solito, chi le fa, cerca di estenderle alle persone vicine. Per esempio mi ricordo che diversi anni fa ero andato al vomero con una mia ex ragazza e sulle scale della funicolare lei cadde come un pesce lesso (o sarebbe meglio dire che in quel momento mi sembrò una sorta di balena di marzapane) urlando “OLLÈÈÈÈÈÈÈÈÈÈ!”. Non cadde a faccia a terra ma sulle ginocchia. Se non sbaglio si fece pure male e la menò con quella storia per settimane, ma fatto sta che su quelle scale c’erano anche degli operai che stavano fravecando e che, avendo assistito alla scena, dissero cose tipo “uagliò statt accuort” “a vita è una sola oggi ci stai e riman chi o sap” “ma ti si fatt mal?” “volessi na peroni?” e cose simili. A quel punto era troppo tardi, la figura di merda era ormai scesa su di noi come una nube demoniaca. La mia ex ragazza allora cosa fa? alza lo sguardo, mi indica nemmeno fossi un latitante ed urla “È colpa tua!”. Manco t’avessi spaccato la coscia con una spranga, eh… ma mannaggia a me che non l’ho fatto.

Ma tornando al discorso principe, questa cosa delle brutte cose che mi inseguono è sempre stata una costante della mia esistenza. Il mio cervello nel suo continuo pensare e razionalizzare cerca di metterle costantemente da parte, tenendosi occupato in qualche modo. Ma il problema è proprio questo, vorrei cercare di affrontarle tutte in una volta, al 100% delle mie facoltà cognitive ma non ci riesco, mi viene sempre da provare a metterle da parte.
Per questo motivo, avendo ormai capito l’andazzo di questa cosa, ci rimango due volte male quando succede un qualcosa candidato a diventare un pensiero inseguitore.
Quindi mi ritrovo con una marea di dinosauri nell’armadio che a turno, di tanto in tanto, escono per appesantirmi l’esistenza.
Cammino, incontro qualcuno. Noto che è natale e penso che sto in una situazione che non mi piace. Mi sale l’angoscia.
Cammino, incontro qualcuno. Noto che non ho digerito e penso che mi da fastidio quella situazione che non mi piaceva. Mi sale la rabbia.
Cammino, incontro qualcuno. Noto che sta per venire a piovere e penso che mi manca quella situazione che mi faceva arrabbiare. Mi sale la malinconia.
Cammino, incontro qualcuno. Noto che c’è il sole e penso che sono capace di capovolgere gli eventi. Mi sale la speranza.
Cammino, incontro qualcuno. Noto che non sono ubriaco e penso che le cose sempre in un modo devono andare. Mi sale l’apatia.
Cammino, incontro qualcuno. Noto che sono ubriaco e penso che non me ne frega un cazzo. Mi sale la frustrazione.
Cammino, non incontro nessuno. Capisco che una soluzione forse l’ho trovata. Guardo negli occhi il mio riflesso in una vetrina. Sorrido.
Quella di ridicolizzare le cose non è una cattiva idea.
Nemmeno difficile da mettere in atto.

Domani mi compro un dinosauro 4/7.

“Ci sono capi che certamente possiedono molte qualità, ma che non riescono a gestire le personalità forti e non vedo altra via d’uscita che congelarle. Leader conigli in pratica!”

Una cosa giusta da fare per le persone come me è quella di impostare la propria vita (e carriera) sulla voglia di rivincita.
Possiamo imbottirci in cervello quanto ci pare di frasi e citazioni portatrici di autostima ma alla fine se sei in un modo è difficile che dalla sera alla mattina si possa cambiare. In questi anni mi sono reso conto di essere diventato non solo molto acido ma spesso anche più rozzo e disincantato. Quando la gente me lo fa notare rispondo che non è colpa mia, “è la vita che mi ha reso così” ma alla fine quando succede che ti metti nei casini a causa della tua antipatia e viene il momento di spingere sull’acceleratore per sfondare la transenna del casello autostradale dell’infamità ti ritrovi a voler pagare il pedaggio come tutte le brave persone.
Quindi una volta tanto anziché stare con i piedi per terra e la testa per aria cerchiamo di mettere i piedi per aria e la testa in terra, in modo da vedere quello che si ha e portarlo dove si vuole. Cerchiamo di prenderci in mano la nostra vita e riprendere a governare gli eventi, smettendo di essere un alberello che si piega a seconda del vento.

I prossimi tre post saranno i conclusivi di questo ciclo sul comprarsi un dinosauro. Rappresenteranno una specie di concept su come attuare quello descritto in questo qui.
Fate caso alle immagini che li accompagneranno.

Domani mi compro un dinosauro 3/7.

I cambiamenti sono qualcosa che non mi sono mai spiegato. È la ratio secondo la quale talvolta li si desidera che mi è inspiegabile.
Le situazioni cambiano, e quando lo fanno in maniera inaspettata spesso ti ritrovi a desiderare che il presente sia uguale all’immediato passato.
Ma che vuol dire? Essenzialmente nulla, roba da mentecatti probabilmente.

Tempo fa scrissi che per me l’inverno era essenzialmente finito, il fatto che continui è solo una formalità. Bene, non so chi cazzo m’ha fatto fare di scrivere una cosa simile che l’Universo, da bravo lettore appassionato del mio blog, mi ha schiaffato dritto in faccia un freddo allucinante che a Napoli probabilmente non si vedeva dal quindicidiciotto, qualora si sia mai visto.
Ma è un freddo sterile, fine a se stesso, che ti fa solo venire voglia di metterti una giacca più pesante. Nulla di più, nulla di meno.
Non è come quel freddo infame che c’era a Berlino, quel freddo che ti attanaglia dall’interno e ti fa passare ogni voglia di vivere, di dire una parola, di pensare a qualcosa di allegro.
Non è un freddo virtuoso, è un freddo incapace, non mi suggerisce nessuna riflessione, nulla, è come se non ci fosse, eppure c’è.
È un freddo che quando lo incontri è lui che ti guarda come se fossi un velociraptor. Quando lo incroci negli occhi quasi quasi gli rideresti in faccia, al punto che preferiresti ordinare al bar due cedrate, e non tre Long Island dato che è un freddo ridicolo, non hai neanche bisogno dell’alcol per riscaldarti.
Che poi i Long Island li ordini comunque è un’altra storia, quando non digerisci dei maledetti ravioli alla griglia cinesi ti berresti anche il cemento pur di stoppare quell’inferno agrodolce che ha scambiato il tuo organismo per una visita guidata all’Empire State Building.
“Che figo! L’ascensole è uno sballo! Vogliamo salile e scendele in continuazione!”. Siate maledette palle di carne infilate in una pasticcia gommosa infernale.

Il freddo che ha ucciso i dinosauri deve essere stato un freddo infame, ma infame per davvero. Quelli mica campavano a via Filangieri, erano animali cazzuti non ce li vedo mica a fare certi discorsi… Anzi no immaginiamoli.

Velociraptor Gigi al velociraptor Michelino:
– Michelì, ce lo facciamo un giro da Feltrinelli? Vendono il nuovo disco dei Dino Theater!
– No Giggì che cacata, andiamocene sotto i baretti!
– Ma sei pazzo? Li ci sono i triceratopi, quelli se ti danno una capata dopo ti ricordi più il dolore che la giornata.
– Ma nooooo, si vede che non esci mai! ma che hai capito quelli so vegetariani, se la fanno al centro storico. Gli piace di mangiare i friarielli, i broccoli, la rucola… I rafanielli! Noi siamo diversi, teniamo l’istinto omicida, a noi ci piace di magnare la carne.
– Si si dai, andiamoci a mangiare un kebab!
– Si Giggì però sta volta ce lo pigliamo nel panino perché la pita non mi piace più, e poi non andiamo da quello che sta vicino piazzetta Nilo perché non so come mangiarlo e l’ultima volta mi so sbrodolato tutto!
– Eh si mi ricordo, che figur e merd manco nu kebab ti sai mangiare, se lo sapesse Marchetiello, il T-Rex, non riuscirebbe a smettere di pariarti addosso.
– Lascialo perdere a quello, fa il buffinciello solo perché è grosso e tiene una capa enorme, e poi si crede che solo perché legge un sacco di libri allora è meglio di tutti quanti, pensa che quando la uagliona lo lasciò se ne andava in giro da solo tutto ubriaco e voleva pure mettersi a scrivere le poesie su Jurassikbook…
– Eh si mi ricordo, condivideva pure le canzoni di quei brontosauri stonati che cantano solamente versi tristi.
– Intanto però è meglio che nun o’ facimm ‘ncazzà, se gli vengono i 5 minuti quello prima ci magna e poi si mette pure ad alluccare a tipo Mammut-parcheggiatore abusivo che non gli hanno dato le due nocelle e cinquanta dopo aver parcheggiato.
– Maronna tieni ragione. Facciamo na cosa, chiamalo. Perché non lo invitiamo a bere n’assenzio e poi gli offriamo pure due sigarette, quello fuma come ad un disgraziato ma sta sempre a pigliare a capate i distributori perché non tiene la tessera sanitaria e non può accattarle.
– No sei pazzo, l’assenzio è un liquore per mezzeseghe. Beviamoci un qualche cocktails e poi un whiskey, quello vuole fare l’artista maledetto sicuro non può dire di no.
– Si però a ritorno ci pigliamo il tassì, ci dobbiamo fare come la merda.
– Si si… Lo portiamo a quel locale dove secondo me fanno i migliori Long Island della città.
– Ok andata… ma com’è che si chiamava quel locale?

Nella foto all’inizio del post potete ammirare i due velociraptor Gigi e Michelino decidere cosa farne della serata.
Cioè, ci pensi? Ma vafammoc.

Domani mi compro un dinosauro 2/7.

“A pensarci non è buffo: è kafkiano!”

Le ingiustizie fanno parecchia rabbia, anche quando sai sotto sotto di meritartele. Quando poi chi se le meriterebbe per davvero non le subisce è allora che fanno davvero rabbia, soprattutto quando tu passi per demonio gli altri diventano santi ed eroi, idoli di una miseria morale che a più non posso sta divorando questi giorni.
Oltre che rabbia fanno anche parecchia strada, camminano a braccetto con te per giorni.
Alla fine ti viene l’esasperazione, anche se molti la chiamano esperienza.

Mi sembrava riduttivo spiegare il motivo di questa serie al primo post.
Ho notato che molte persone, sopratutto per convenzione sociale, quando succede qualcosa di brutto nella loro esistenza tendono a comprare per cercare di alleviare la situazione.
Io ho comprato una tastierina, ma se lo scopo dell’acquisto era alleviare qualcosa allora non è servito.
L’altra sera ero di ritorno dalla festa di compleanno di una mia cara amica, e, mentre ero in macchina ho notato una scritta su un muro che diceva “Compra! Compra! Compra!”. Ho pensato che forse per levarmi da mezzo tutta questa inquietudine mi sarei dovuto comprare qualcos’altro. Ma cosa?
Allora ho pensato: “Fanculo, domani mi compro un dinosauro”.

I dinosauri sono l’emblema di quello che era figo che ora non esiste più, un po’ come i pantaloni a zampa d’elefante. Sono l’emblema di qualcosa che c’è stato ma non si sa bene come era e come è scomparso. Insomma, ci siamo capiti.

Perché proprio sette interventi? Che è il mio numero preferito è solo una coincidenza, sette è il numero di giorni che compone una settimana. Una settimana, per chi fa una vita come la mia, è il contenitore di una serie di eventi che ciclicamente si ripete con qualche variazione.
Questa settimana virtuale rappresenterà un po tutto l’excursus che compirò per liberarmi definitivamente da questa situazione. Perché basta, anche i miei amici si sono rotti i coglioni.
Ed una volta finito tutto potrò andare in giro con il mio dinosauro, sticazzi che sembro un mentecatto.
Cioè, ci pensi? Ma vafammoc.