Qual è l’area di un pavimento fantasma?

Il commesso sta ascoltando una canzone che conosco.
Gli faccio notare che conosco il brano ed il gruppo, i Blackfield, e sembra entusiasta.
Al ritorno mi ritrovo a parlare mezz’ora con una senza sapere chi cazzo sia, l’avevo confusa con un’altra.
Mi lascia il suo numero e dice che dobbiamo sentirci per fare non so cosa.
Io quelle così le odio perché non capisci mai se stanno in buona fede o no, se rischi di infilarti in una di quelle cose all’insegna dell’amicizia; insomma, quelle cose tristissime dove tu stai lì e ridi, fai battute e lei ti trova brillante e simpatico quando invece stai a macinare odio e noia.
Oppure cosa peggiore è quando sei inserito in un contesto di un gruppo di persone dove la tua presenza è volentieri tollerata ma per un motivo o per l’altro non riesci a centrare il punto del discorso, quindi ti ritrovi a strappare brandelli di conversazioni qua e la ed a fare domande riguardanti l’argomento principale ma nessuno ti risponde, o se lo fanno è in maniera stizzita.
Nel migliore dei casi quando dici qualcosa nessuno ti sente, nel peggiore fanno finta di non sentirti.
A casa mi addormento e mi sveglio poco dopo con la bocca impastata, in un bagno di sudore. Ho sognato una giapponese non definita che cercava di baciarmi, intervallando i tentativi di saltarmi addosso cantando canzoni tristissime. Alla fine riuscivo ad andarmene inventandomi una scusa qualunque per essere poi inondato di messaggi con richieste di vederci di nuovo.
A tratti mi sento un fantasma e sento che ben presto tutti mi odieranno.
Mi sdraio sul pavimento, sudo e vedo cose, vorrei piangere ma ho la sensazione di non ricordarmi come si fa.
Il pavimento è scomodo e puzza di disinfettante, ho fame ma non sento il bisogno di mangiare.
Chiudo gli occhi e ascolto gente che ride, vorrei scappare via ma non ho la forza.
Mi balza l’idea di tornare nella routine: mi immagino cucinare un piatto di penne col pesto ma mi viene da vomitare solo all’idea.
Chiudo gli occhi e spero che il pavimento mi assorba. Non succede un cazzo, ho gli occhi chiusi e continuo a vedere cose.
Comincio a cantare qualche strana melodia ma non ho la forza di trascriverle.
Vorrei essere da un’altra parte, vorrei essere con una ragazza che mi sorride con sincerità ed affetto, con uno spaghetto alle vongole ed un disco che non ho mai ascoltato ma che mi piace da morire.
Esco fuori al palazzo per scrivere sul mio blog, sto lì e c’è una che mi guarda e mi sorride per almeno mezz’ora.
Alla fine mi alzo per andare a comprare dell’acqua frizzante dal fetuso e le allungo un bigliettino col mio numero di telefono. Lei mi sorride e fa finta di non capire, io alzo le sopracciglia e le sorrido poco prima di andarmene, forse per sempre, non lo so.
Arrivo al negozio ed il commesso è lo stesso di prima.
Non mi riconosce, compro l’acqua frizzante Schweppes Club Soda e me ne torno a casa.
Mi sento sempre di più un fantasma ed ho l’impressione che se corressi incontro a qualcuno riuscirei a passargli attraverso.
È il momento di dare una svolta, prendo la chitarra e vorrei suonare a tutto volume ma non ho l’amplificatore.
È così che suonerebbe il fantasma di un chitarrista, a chitarra spenta e nessuno che riesce ad ascoltare tutte le fredde e metalliche note che suona.
Potrebbe finire tutto da un momento all’altro, ho il fiato sul collo.
Ma ho la sensazione che non succederà, non ho voglia di morire moralmente.

Porco toast.

Ma vafammoc.
Ho fatto cacare sotto l’intero palazzo.
Dopo la partita sono andato dal fetuso ed ho comprato tutto l’occorrente.
Prosciutto e formaggio, il pane lo avevo già.
Arrivo a casa e mi rendo conto che il prosciutto è non solo scaduto da un mese, ma puzza pure di cane morto in uno scarico portuale.
Torno dal fetuso ed il commesso oltre a farmi i complimenti per la vittoria dell’Italia (manco avessi giocato io) mi da un’altra confezione di prosciutto.
È scaduta anche quella, allora me ne da una “more expensive” senza farmela pagare (e c’ mancass pure).
Torno a casa tutto contento e noto che non ho il tostapane.
Cerco su internet e vedo che li posso fare pure in padella, perché no dai.
Ma vedi tu un poco la Madonna.
Sto mezz’ora per cercare di aprire le varie scatole, rischio anche di infilarmi il coltello nell’occhio.
Alla fine ci riesco, mi assicuro che il pane non sia ammuffito o abbia preso vita propria.
Perché a questo punto mi aspetto di tutto, compreso che domani pomeriggio torno a casa dopo le classi e mi ritrovo un’enorme fetta di pane che mi si rivolge gentilmente dicendo: “o nasò, ma arò cazz a tieni a robb a magnà? Vir che ca teniamo fame, cucin nu poc e becòn.”
Insomma alla fine faccio il toast e lo metto in padella.
Sembra venire bene, tanto che penso di farne pure un altro.
Mannaggia a me e chi cazzo m’ha ciecato.
Mentre aspetto che la plastica (cioè il formaggio) si sciolga, comincio a sentire un BIIIIIP fortissimo che all’inizio manco ci faccio caso, tanto che penso persino che il toast mi abbia avvelenato e quello è il suono dei campanielli che sentono i morti.
Quando poi ho realizzato il possibile guaio combinato stavo già per diventare sordo, in quanto il rumore era fortissimo.
Alla fine nella disperazione più totale sono stato colto dall’impulso di una forza paranormale che mi ha donato qualche secondo di lucidità: sono corso in bagno (cioè ho fatto mezzo metro) ed ho preso la mia attuale migliore amica, cioè la mazza per lavare a terra.
L’ho presa ed ho cominciato a tuculiare il rilevatore antifumo che dopo un po’, cioè a fine settembre perché avevo iniziato a bestemmiare tutto il calendario, si è magicamente spento.
Inutile dire che in tutta quella iacovella il toast mi si è pure bruciato.
Peccato, ora dovrò inventarmi qualcosa di diverso da mangiare durante il tardo pomeriggio.
Ma vafammoc. Ma vafammoc. Ma vafammoc.

L’immangiabile munnezza infernale.

A Napoli come a Boston ho sempre lo stesso problema: all’incirca verso mezzanotte mi viene una fetente di fame ed in casa non c’è mai un cazzo da mangiare.
La differenza sostanziale è che a Napoli di solito mi fotto, mi metto nel letto e spero che addormentandomi passi. Qui invece dove non solo non devo dare conto a niente e nessuno di quello che faccio (cioè, più o meno… ma ne riparleremo in un post futuro che sarà a prova di google translate) ma i cazzo di supermarket sono aperti tutta la notte, in particolare ce ne stanno un paio vicino casa mia che sono molto comodi.
Sta sera, appena ho finito di studiare stavo per andare a letto ma poi, complice il caldo infernale e sopratutto la fame, ho dovuto desistere.
Allora, pieno di speranza mi sono diretto in cucina ed aperta la dispensa ho notato che l’unica cosa che avrei potuto mangiare sarebbero stati degli spaghetti.
Scartata non proprio subito l’idea di mangiarli crudi come se fossero grissini mi sono dovuto armare di iPod e portafoglio e dirigere dal fetuso, che poi non sarebbe il suo vero nome ma indovinate un po’ perché lo chiamo così.
Di solito la gente ci compra sigarette o beveroni energetici tipo la monster perché ha prezzi relativamente bassi, il che non significa che sia economico, anzi, è un mariuolo allucinante che a Napoli con quei prezzi sarebbe considerato un negozio per persone raffinate e perbene.
Mo’, visto che non mi sento a mio agio quando entro nei negozi di alimentari ho dovuto comprare la prima cosa che ho trovato dopo aver fatto il giro dell’intero posto, questo giusto per non dare l’impressione che ero assolutamente deciso a comprare una munnezza di 4,57$.
Dopo aver pagato torno a casa e immaginando chissà quale sapore sublime, guardo bene quello che avevo comprato: “Pop Tarts – Frosted chocolate fudge.”
Già il nome mi fa pensare un qualcosa vagamente simile al “chi cazzo me l’ha fatto fare?” ma poi rettifico e penso “le apparenze a volte ingannano, sopratutto qui in America dove le cose che sembrano buone sanno di cane muorto”.
Eh, e le cose che invece sembrano già fare schifo?
Comincio a leggere sulla scatola e noto che per mangiarli serve un microonde o un toast.
Io che ovviamente che non ho nulla del genere a casa (è un miracolo se ho un tavolo, eh) ho cominciato a maledire il creato come una volta si ed una volta pure mi succede da quando sto qua.
Alla fine della scatola tra le varie avvertenze leggo che lo si può mangiare anche così senza menarlo in qualche affare che riscalda.
Sento un crampo allo stomaco per la fame e mi decido a scartarlo.
Lo apro e lo guardo, penso “uh Maronna mia” e gli do un morso.
Mo’ statemi a sentire: comprate due chili di zucchero ed uno di cioccolato in polvere già dolcificato. Mischiate per bene dentro uno di quei bidoni che i drogati di Piazza del Gesù, quelli con i cani e le ragazze bruttarelle, usano per metterci le cose dentro.
Quello che ne viene fuori, qualunque cosa sia, rovesciatelo dentro una busta dell’umido vecchia almeno di tre giorni.
Potete metterlo in un toast o nel microonde ma non è necessario, se vi va è pronto da mangiare anche subito.

La maledizione dell’asciugamunnezza.

Ho fatto la laundry e nonostante i consigli di mia mamma riguardo temperature programmi etc. non sono stato capace di non far restringere gli indumenti.
Se ad alcune magliette ci mettete lo scollo a V sono virtualmente pronte per andare ad un pomeriggio di panza&presenza all’Arenile.
Il fatto è che le lavapanni qui sono a misura di idiota, cioè di americano: praticamente l’unica cosa che puoi fare è scegliere tra Whites, Colours and Delicates, o comunque, na roba del genere.
Vabbuò a parte la solita ansia “E si scassa o esplode con i panni miei dentro? Poi la devo pagare? E soldi chi me li da? Non posso andare a rubare per aver scassato una lavatrice” sono stato mezz’ora per decidere quale sapone comprare ed alla fine ho fatto la cosa peggiore, cioè ho preso quello che comprano tutti che tra l’altro ha lo stesso nome di una band in cui suonavo quando avevo 16 anni.
L’anno scorso andavo da una lavanderia gestita da dei cinesi a Beacon Hill. Nonostante fosse palese che la lavanderia era solo una facciata per coprire chissà quali traffici di costolette di gatti e canielli, ci andavo lo stesso perché era perfetto: infatti, non capendo un cazzo di come funziono le lavapanni io, e non capendo un cazzo di inglese loro praticamente la vecchia cinese veniva e faceva tutto lei. Inoltre facendo la parte del “NO ENTIENDO IO NO ENTIENDO…zoccola puttana… ecc.” riuscivo anche a scroccare il detersivo.
Nella stessa lavanderia c’erano anche le asciugatrici che poi sono degli elettrodomestici completamente differenti dalle lavapanni.
In particolare, sabato, dopo aver messo i panni a lavare ho scoperto con mio disappunto che non c’erano asciugamunnezza nel building.
Quindi anziché andare a fare i cazzi miei ho cominciato a calcolare tutto il tempo che ci sarebbe voluto per asciugarli col mio phon da 20 dollari a ioni radioattivi e dopo aver calcolato circa 200 ore ed un phon scassato ho avuto una specie di tocco.
In quel momento ho alzato gli occhi al soffitto per maledire il creato ed ho visto che sul muro c’erano le istruzioni per usare l’asciugamunnezza.
Pieno di speranza ho sospettato che ci fossero nel palazzo ed allora ho iniziato a cercare dappertutto finché non sono andato a finire in uno scantinato.
Realizzato che quello non solo era il luogo perfetto, ma anche tutta la vicenda poteva benissimo essere la trama di un film di Dario Argento, sono dovuto tornare dove stavano le lavatrici perché comunque pare brutto da dire perché ho 23 anni, una dignità, non ho mai paura etc. ma mi stavo cacando sotto.
Mancavano due minuti alla fine del lavaggio e la lavatrice stava facendo un rumore fortissimo, tutti gli oggetti nei dintorni tremavano a tipo morbo di Parkinson.
La prima cosa che ho pensato è stata “vabbuò sapevo che prima o poi il momento di schiattare sarebbe arrivato” ma poi ho immaginato le prime pagine dei giornali di Napoli che titolavano “Ragazzo napoletano che vive a Boston muore perché ha mandato la lavatrice in overload” e non solo, anche le facce della gente che chiedeva ai miei amici “oh ma quello che è muort cumm a nu strunz non era amico tuo?” e loro con la faccia piena di scuorno “no no ma si scem? chi o’ sap a chill”.
Quando avevo ormai realizzato il mio destino la lavatrice grazie a dio si ferma e mentre vado a prendere i panni scopro che quella affianco alla lavatrice, assolutamente identica, non era una lavatrice ma bensì l’agognata asciugamunnezza.
Ma dico io, che cazzo ci voleva a farle diverse.
Rendetevi conto che qui c’è gente che può rincretinirsi del tutto per queste cose.
Infatti quando mi rincoglionirò io sarà per una cacata tipo questa, mica per chissà quale raffinatezza.

Magnatelo tu che qua le zoccole hanno la coda lunga.

Io sono uno che di solito la spesa non la va a fare.
Non avendo mai richieste particolari poi sono abituato ad affidarmi a quello che i miei familiari comprano.
Ma mo’ che è tutta n’altra storia, entro nel supermercato ed è la fine.
Whole foods si chiama, ed è da quando sono arrivato qua che tutti mi dicono “non andarci, sei pazzo? Costa un botto!” ma è vicino casa mi quindi io ci vado lo stesso e non me ne frega niente.
Si vabbè, non me ne frega niente finché non ci metto piede.
È una spirale di prezzi per qualità medio-alte, medio-basse o medio-chiavica.
Pasta di tutti i tipi e nessun tipo, sughi al gusto di merda with parmesan cheese, bacon di mucca, maiale, tacchino, cavallo, gatto, cane, aromatizzati anche col maple flower, al cospetto dei quali “o’ per e o’ muss” è una delizia per palati raffinati.
Biscotti che in realtà sono panetti i burro con gocce di cioccolato. Colesterolo da spalmare su filetti di pesce morto e scamazzato, pomodori tutt’acqua che sembrano ottimi ma hanno lo stesso sapore di una noce di cocco.
Ma non solo, gente che corre, guarda, compra, saluta, si fa i cazzi suoi ma sbircia nel tuo carrello.
Guardi una bottiglia d’olio e leggi “questo sugo lo usa pure tizio e caio!”, ma “eh si si, arriva in mano a me e passo solo un guaio” è l’unica cosa che pensi.
Organic sto cazzo.
L’altra sera mi è toccato andare a fare la spesa perché avevo fame.
Al ritorno mi sono imbattuto in una zoccola, e non intendo in essere umano di sesso femminile.
La Moby Dick delle zoccole, grigia e con una coda lunga quanto la Salerno-Reggio Calabria.
L’ho immaginata mentre si infilava nella mia dispensa banchettando con tutto quello con cui poi avrei pranzato.
Se pensate che sono paranoico cadete in errore, siete voi che non avete aperto gli occhi su quanto possono terrorizzanti i supermercati

Asciugamani per i discorsi.

Alle volte mi infilo nelle conversazioni come se fossi una talpa sfrattata che non sa dove andare a sbattere la testa.
Quando succede di solito la conversazione prende una piega strana, sopratutto quando la gente comincia a entrare sistematicamente in disaccordo con quello che dico.
Ebbene, mi infilo nel discorso sbagliato e scattano le immagini mentali: mi sembra di stare in una di quelle estati napoletane dove fa un caldo inimmaginabile e tutto è viscidamente azzeccoso.
Insomma mi sento come se vivessi questo:

Mi sveglio sul medio-tardi, le 11 per esempio. Il letto è una piscina di sudore, mi sento come se durante la notte mi avessero parcheggiato un treno merci addosso.
Mi alzo, metto un disco ma fa troppo caldo per ascoltare musica. Mentre ascolto i pezzi ho la sensazione che mi stiano versando dell’olio caldo addosso, ma non abbastanza caldo da ustionarti.
Colazione di merda e via per strada. Mi dimentico gli occhiali da sole e mi dirigo verso il mare.
Arrivo in spiaggia. Ho con me un libro ma non faccio nemmeno la mossa di prenderlo. Guardo il cellulare, il sole è fortissimo non riesco nemmeno a vedere che ore sono.
La spiaggia è tutta un frangiflutti, pieno di stronze cellulitiche che mi guardano e parlottano di chissà quale mistero di Fatima ma fortunatamente la cosa inizia e finisce lì.
È molto deprimente non vedo possibilità di uscirne.
Mi arrampico su una specie di scogliera piena di scritte del tipo “poppy & matty 3 metri stt il celo“. Guardo dall’altro lato, nulla all’orizzonte se non qualche magnamunnezza che fa la passeggiata romantica con la fidanzata sotto un sole demoniaco. Penso che ne devo magnare di munnezza prima di portare la mia ragazza a fare una passeggiata sperando che il deodorante regga fino ad ora di cena.
Decido di andare a bagnare i piedi a mare. L’acqua puzza di merda e conchiglie marce. Sento urlare dietro di me e mi giro per vedere che succede.
Le spiagge sono così, inverti l’ordine degli addendi e lo schifo non cambia: una disperazione a base di nonne, mamme, figli e mariti spaesati con i giovani che sono in attesa di emulare la nullità che li ha generati.
Vado da un acquafrescaio che vende roba da bere in una bacinella piena di ghiaccio e acqua, un libero imprenditore appena uscito dal programma Fininvest insomma.
Compro un succo di frutta all’albicocca. Sa di piscio di cane, non l’ho mai assaggiato ma non è difficile andarsene per un’idea.
Mi squilla il cellulare, mi chiama una tipa che mi racconta di cazzi inconcludenti e se deve flirtare o meno con qualcuno che forse potrei conoscere. Dice che mi sente “spento”. Rispondo a monosillabi.
Alla fine mi chiede se vogliamo vederci per un caffè, la immagino tutta sudata con i capelli sporchi che mi racconta i suoi problemi inutili da studentessa inconcludente (ma per vocazione) mentre beve caffè e cerca di scroccare sigarette ad un 50enne rattuso specificando che “di solito non fumo ma oggi sono stressata”. Le rispondo “la settimana prossima, contattami su msn”.
La prima cosa che faccio quando torno a casa è cancellarla da msn.
Torno a casa, quelli difronte stanno finendo uno di quei cazzi di pranzi estivi inutili, stanno al limoncello penso. Di sicuro si annoiano più di me ma non lo ammetteranno mai.
Accendo la tv, l’Inter ha comprato un nuovo giocatore argentino che si dice sia un gran talento. Non me ne frega un cazzo e cambio canale. Parlano di Berlusconi e di processi.
Mi addormento sul divano aspettando la sera.
Mi sveglia il cellulare che squilla con insistenza, è l’ennesimo disperato che mi avvisa di un “evento mondano”. Dico che non vengo. Insiste. Rispondo che non ho voglia. Mi da del ricchione e mi dice che verrà a prendermi alle 10. Mi tocca quello che mi tocca, cioè andarci, ma non me ne frega un cazzo, nemmeno di me stesso.
Faccio una doccia e scendo sotto casa, il coglione porta almeno 20 minuti di ritardo, l’aria calda mi sembra un macigno. Mi viene a prendere con una macchina coi fari scassati.
Mi ritrovo in una specie di concerto punk fatto in casa, mi ubriaco per rendere quella miseria morale quantomeno sopportabile. Mi metto a parlare con una tipa presentatami come una ninfomane. Non le do corda e lei insiste per avere una conversazione con me cercando di essere d’accordo con tutto quello che dico. Le faccio capire che sta sera voglio tenermelo nei pantaloni, dalla sua faccia capisco che qualche ora dopo andrà a raccontare al ragazzo di come è riuscita ad evadere dalla situazione in cui un tipo ha cercato di adescarla.
La birra è piscio caldo, ne bevo tanta e quando torno a casa mi fischiano le orecchie e non capisco un cazzo.
Prendo un asciugamano, mi asciugo il sudore ma non serve a nulla.
Forse sono stanco, ho la febbre oppure sto solo per morire.
Magari è così che e sentiva Syd Barrett prima di impazzire.
Vado a dormire.

Mi sveglio e scopro che sto avendo una conversazione dove era meglio se non mi infilavo.
La prossima volta che mi vedete, per favore non datemi a parlare.
Alle volte per me è come un incubo.

La casa dei playmobil.

Quattro ore. Ho iniziato dal bagno, poi mi sono reso conto che non era ancora abbastanza e sono passato al pavimento della mia stanza.
Ho preso il detersivo per lavare a terra che c’era nel mobiletto. Non sono riuscito ad aprirlo.
Evidentemente non lo usavano da anni. L’ho messo sotto l’acqua per cercare di farlo scrostare. Non è servito a nulla.
Ho dovuto fare uno sforzo disumano. “Ecco come ci si sente quando vai in palestra” ho pensato.
Ci ho messo un po’ a capire come funzionava la cosa per lavare a terra. Al paese mio si mette lo straccio e lo si strizza nel secchio. Qua c’è la spugna con tanto di molla che si strizza da sola.
Mentre facevo avanti e indietro per tutta la stanza lavando alla meno peggio ho urtato il detersivo che avevo accuratamente lasciato aperto per pura pigrizia.
Mezza bottiglia si rovescia sul pavimento. Meglio così, è talmente sporco che dovrò farci almeno cinque passate. Alla fine ne faccio due.
Vado a bere un bicchiere d’acqua in cucina.
Torno in camera e guardo il pavimento. Vedo microbi ovunque, li vedo mentre aspettano che me ne vado a dormire per poi saltarmi addosso.
Li sento che parlottano su come annidarsi nella mia pasta e pesto.
Non posso dargliela vinta.
Vado da CVS e sto mezz’ora per cercare di capire dove vendono i disinfettanti. Alla fine ne compro uno qualunque.
“Clorox” si chiama, ha lo stesso odore della piscina dei miei zii a Baia Verde.
Vado a pagare. Prendo anche delle salviettine, non si sa mai.
13 dollari mi dice la commessa. Le do la carta, non funziona come al solito.
Pago cash ma capisco cape di cazzo e le do 30 dollari anziché 13.
Mi guarda con uno sguardo tra il comprensivo e l’annoiato. Ribadisce che sono 13.
Le do 20 ma non ha il resto quindi dice che ne vuole 15 per darmi il resto giusto.
Sbaglio a contare e gliene do 16. Mi ridà un dollaro e mi chiede come mai sto comprando tutte queste cose per pulire.
“Fatti i cazzi tuoi” penso. “Il mio appartamento è sporco” rispondo.
Lei accenna un “oh yes” con una strana inflessione tra il “non me ne frega a niente” ed il “povero cristo che butta soldi in queste cose”.
Rientro a casa e ci sono microbi ovunque.
Lavo di nuovo a terra, sta volta butto il Clorox nell’acqua e come un forsennato cerco di raggiungere tutti gli angoli della casa. Disinfetto tutto, dai bordi delle finestre alla vasca da bagno.
Per terra nel bagno c’è un tripudio di lordume, faccio piazza pulita.
Mi bruciano le mani. Metto dei guanti.
Sono quelli in lattice tipo chirurgo. Ne infilo uno. Ok. Ne infilo n’altro. Si rompe.
Maledico il creato.
Pulisco anche la cucina, disinfetto qualsiasi cosa.
Alla fine mi guardo allo specchio, ho una macchia sulla maglietta.
Il Clorox mi è schizzato addosso e si è scambiata.
Assurdo, mai fare le pulizie con la maglietta buona.
Mi vorrei arrabbiare ma non ho la forza.
Alla fine penso che è esperienza, mai fare le pulizie con la maglietta buona.
Quattro ore. Alla fine delle quali la casa odora come una piscina comunale, con il solito retro-odore di gas che non ho ancora capito da dove proviene.
Mi sdraio sul letto a quattro di bastoni.
Ormai è scesa la sera e questa non è casa mia.
Mi pare la casa dei playmobil: tutta ordinata e pulita, perfetta per viverci se fossi un pupazzo playmobil.
Ma io non sono un pupazzo playmobil.
Questa non è casa mia ma fra un mese la cambio, dovrò pulirne un’altra.
Forse il giorno che me ne andrò da questo appartamento dovrò lasciare al quello che me l’ha data in subaffitto una bottiglia di vino con un biglietto con su scritto “Grazie”.
Forse dovrei ma non so se lo farò, non voglio sempre rinunciare ad essere me stesso.
La settimana scorsa ho regalato da mangiare e bere ad un barbone.
Quando l’ho rivisto non mi ha ringraziato, mi ha chiesto dei soldi.
Qui c’è troppo buonismo e voglio pure adattarmi.
Ok.
Ma vafammoc, fai che avete scagnat’ o cazz pa’ banc re l’acqua?