Il declino dell’Italia.


Il declino forte secondo me c’è stato verso fine anni 90 inizio 2000, insomma nell’epoca in cui se parlavi con un tredicenne lui già sapeva cosa sono i bucchini. Praticamente durante quegli anni non si capisce come tutto diventò improvvisamente una merda, così, da un giorno all’altro.
C’era Cecchipaone o come si chiama che conduceva “La macchina del tempo” su Rete 4 che tra tutti i canali mediaset è sempre stato il più gay. Chiamale coincidenze.
Era l’epoca dei cellulari che pesavano settantatré chili, c’erano la TIM e la OMNITEL e poi venne pure la BLU solo che nessuno ce l’aveva. La TIM aveva una cosa che si chiamava “Cartamici” che al prezzo di diecimila (o erano venticinquemila?) lire avevi cinquanta SMS gratuiti da mandare solo ai numeri TIM. Ti finivano in meno di tre giorni perché era appena iniziata l’epoca della mortificazione della lingua e la gente ti mandava gli SMS con su scritto “Ke fai?” e poi ti facevano gli squilli. Uno squillo significava “ti sto pensando” e sta cacata si è portata fino al mio terzo di anno di liceo quando ero fidanzato con una che poi ci lasciammo e quando voleva tornare con me cominciò a farmi gli squilli pure lei. Una volta le risposi pure dicendo “pronto?” e si incazzò perché le avevo fatto spendere soldi. Poi c’erano numeri sconosciuti che ti squillavano e tu dovevi mandare un messaggio con su scritto “Ki 6?”. Di solito rispondeva un tale “Kekko” che poteva essere chiunque.
I dischi costavano quarantamila lire e facevano cacare, c’erano quelli di “aim a babbi gherl” e quelle che quando le Spice Girls si erano già sciolte (dopo aver fatto un merdosissimo film che solo pochi eletti potevano vantarsi di aver visto) Italia 1 realizzò una sorta di reality show dove alla fine vinsero quattro puttane che si misero a fare le cantanti in una girlband: fenomeno musicale già ampiamente trapassato. Poi c’erano pure “Paola e Chiara” e quelli di “Bludadidaduda” insomma la musica faceva cagare e quando la gente riascolta quei pezzi e dice “ah come erano belli quei tempi” capisci che veramente ci sta qualcosa che non va. Poi ci stavano i videogiochi con cui anche il Napoli di Beto poteva vincere la Champions League e potevi modificare i parametri dei giocatori così Pistone dell’Inter poteva davvero essere più forte di Roberto Carlos. C’erano anche i “pomeriggi danzanti” in discoteche come lo “scemuà” o il “Porto Palos” (per quelli che tenevano i genitori con la pazienza di accompagnarli e venirli a prendere) che iniziavano alle 18.00 e finivano alle 22.00 ed i bambini si ammoccavano e le bambine si mettevano pure le minigonne ed ammoccarsi si diceva “pariarie” e se non “pariavi” eri già considerato “ricchione” e ti facevano il gesto della mano dietro l’orecchio. Come “pariare” adesso sia diventato sinonimo di divertirsi non lo si saprà mai.
Poi per sei mesi ci distrussero le palle con una pubblicità di qualcosa che si chiamava “Grande Fratello” senza dire che cazzo fosse. Alla fine si venne a sapere che prendevano un imprecisato numero di imbecilli, ex tossici, minorati mentali, avanzi di galera subumani che pure in galera non li volevano più e li infilavano in una casa arredata Ikea piena di telecamere. Mi immagino la riunione alla Mediaset con uno che una mattina si presenta col gel nei capelli e con tono da ubriacatura canzonesca afferma “Uagliù ma ‘na volta l’Italia era Giuseppe Verdi, Vivaldi, Dante e Michelangelo, mo’ anziché cercare di appare questo improvviso ed insensato declino perché non ci scemuniamo ancora di più? Pigliamo quattro disgraziati e chiudiamoli da una parte, facciamoli chiavare, appiccicare, alluccare, prendersi a mazzate, insomma facciamogli fare esattamente quello che fanno quelle scimmie per cui gli animalisti si lamentano che stanno in via di estinzione e trasmettiamoli in televisione”.
E da lì tutti uscirono pazzi per quella cacata, che se non sapevi chi era Taricone, il cafone di Caserta, eri un fallito emarginato. Non a caso quando morì tutti piangevano perché si ricordavano i bei tempi di quando erano giovani e spensierati e non ancora fuoricorso all’università.
Erano anche i tempi in cui dovevi andare a catechismo. Il primo anno si andava solo il Venerdì ed il secondo il Martedì ed il Giovedì. Il primo anno oltre a spiegarci chi era gesùcristo ed a dirci che ci amava e non dovevamo farlo piangere ci facevano vedere dei cartoni animati dove ti spiegavano cosa succedeva e come si faceva ad andare nel paradiso o all’inferno. Praticamente c’era uno ricco, obeso e diabetico ed uno povero magro e vecchio. Il ricco diabetico moriva per una salsiccia che non aveva masticato mentre quello povero e vecchio moriva di fame e mangiato da dei cani (giuro che era così!) alla fine si vedeva il ricco che bruciava all’inferno mentre urlando di dolore guardava il povero in paradiso che mangiava e beveva vino rosso alla faccia sua. Avevo tipo otto anni e già lì pensai “ohi ohi”. Poi a fine anno ci fecero confessare con dei preti. Quando toccò a me mi ricordo che il prete mi chiese quanti anni avevo, come mi chiamavo, dove abitavo e se dicevo bugie. Ci fecero confessare pure l’anno dopo ed io esordì dicendo come mi chiamavo, quanti anni avevo, dove abitavo e che dicevo bugie. In capa a me la confessione era solo quello, i bei tempi di quando ero innocente e non sapevo che i preti si facessero raccontare i fatti della gente solo per poi farsi le seghe la mattina dopo appena svegli. Il secondo anno poi appesero un cartellone in classe con al centro un disegno dell’ebreo pazzo di gesù ed i nostri nomi disposti in cerchio. Ogni volta che andavi a messa dovevi azzecare una stellina su quel cartellone ed alla fine vinceva chi arrivava più vicino al traguardo. Io avevo una sola stella che tra l’altro non era nemmeno valida perché imbrogliando contai il funerale di mio nonno come messa.
Poi si lamentavano del perché già a dieci anni non credevo più a gesù ed al liceo cercavo di staccare i crocifissi da dentro le classi e dicevo che volevo andare all’inferno (quello lo dico tutt’ora).

La speranza è sempre l’ultima a morire. Dopo tutto questo declino posso dire che finché ci sarà qualcuno che gode perché Fabrizio Corona deve andare in galera (grazie David Trezeguet!) che spera che Maria de Filippi fallisca insieme al suo programma da minorati e che non scrive usando le k posso dire che per questo paese c’è sempre speranza.

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I sogni non sono stanze in cui puoi urlare.

E vabbuò. Sarebbe facile scrivere di quanto sono sfigato, di quanto siano incompetenti all’aeroporto di Capodichino, del fatto che ora starei atterrando in quella che dovrebbe essere la mia nuova città ed invece sto in camera mia dinnanzi al solito computer. Sarebbe facile ma non lo è. Perché è una vita che detesti lo stesso posto, che odi le persone che ci vivono e non capisci perché continuano a perseverare nei loro errori. Fa male, fa male rendersi conto che è casa tua. Fa male affezionarsi alle persone, alle cose, fa male volersele portare dietro ma poi finisci per lasciarle qui perché hai paura di perderle perché è come se lì fosse tutto vuoto e temporaneo. Sai che è un paese difficile, dove per chi ha vissuto dove c’è a chi piace tenersi la panza in mano è come essere presi e strusciati su una graticola rovente. E quando te ne stai finalmente andando di nuovo senti che non ce la fai, che sta volta è diverso, sta volta non è come la prima dove hai accennato un pianto nell’aeroporto di monaco e poi l’hai concluso con un secco urlo di rabbia una volta arrivato a destinazione. Sembrava fatta e poi ti ritrovi un altro giorno qua. Ma come, non sei partito? Questa volta è diverso, sono preparato, credo di aver racimolato la forza giusta. E dentro di te senti che non è così, e pensare che nemmeno volevi tornarci a casa a Natale. È perché lì a Boston sei anestetizzato, non hai segnali dai sentimenti e dalle emozioni, no non hai segnali da niente e scopri che dopotutto sei scappato dalla vita che hai qui, quella che non volevi. Ma quella che c’è lì non è quella che sognavi.
Però, se non lo è potrebbe pur sempre diventarlo, almeno lì funziona così.
Quando mi voglio spronare a fare qualcosa mi dico “domani mi compro un dinosauro”.
So benissimo che sarebbe meglio dire “oggi mi compro un dinosauro” oppure ancora meglio “adesso mi compro un dinosauro” e questo non è un papiello contro la procrastinazione.
Ho passato una vita a dirmi queste frasi, ma la cosa migliore sarebbe stata ritrovarsi a dire “Ieri ho comprato un dinosauro, ed anche l’altro ieri ed ancora il giorno prima; per questo sono rimasto senza soldi, bene, vediamo a chi ne devo fottere uno oggi”.
Vorrei tanto sovvertire le cose ma per quanto ci provi i non immediati risultati mi tolgono energia.
E poi diciamolo, alla fine è inutile stare a giocare al gioco di cui stai ancora imparando le regole. A loro lascio il potere, io, da napoletano, mi tengo il fottere.

La notte dei morti di fame (reprise).

Napoli è una città difficile ed è difficile raccontarla.
Napoli è una città infame e fa male raccontarla.
Napoli è una città stupida ed ottusa ed è da stupidi ed ottusi raccontarla.
Ma quando è uscito Gomorra è arrivato un nuovo modo di descrivere Napoli, il modo di raccontarla mentre si cammina nei vicoli e si prova rabbia per tanto degrado, lo scrivere su Facebook quanto la si odia e mai trovare il coraggio di lasciarla marcire per i fatti suoi.
Benedetto Croce la descrisse tanti anni fa come “un paradiso abitato da diavoli” ed ancora questo sembra il paragone più calzante e persino il padre di Wolfgang Amadeus Mozart la descrisse in maniera analoga.
La bellezza di Napoli è una bellezza effimera che non sta più nel territorio che abbiamo distrutto, è una bellezza che sta nella gente che schifiamo, nei diavoli di Benedetto Croce, insomma sta proprio in quello che l’ha rovinata.

Vai nel negozio dove hai comprato libri e dischi per anni, praticamente se quel negozio esiste ancora è pure merito tuo ed è un oltraggio che non hanno ancora appeso una tua gigantografia con scritto “grazie per essere sempre venuto ad acculturarti da noi” e ti ritrovi una commessa cacacazzo che ti risponde male. La guardi e più la guardi non solo non capisci perché ti ha risposto male ma vorresti sapere perché cazzo è così stronza. Stai comprando un libro di oltre seicento pagine che si intitola “Arnold Schoenberg: Stile e Pensiero” e quella ti guarda con la stessa sufficienza che hanno quei cani enormi e cacacazzo che quando ti vengono vicino lo fanno solo per sbavarti addosso. Non vivo più in Italia da otto mesi, se ho solo 56 centesi sulla Carta Più non è perché sono un pezzente ma perché vivo nella terra di Sturbucks, dove i commessi sono addestrati alla gentilezza e l’unica cosa di cui ti lamenti è di quanto sono ricchioni. Comunque se Feltrinelli adesso vende le manette pelose che i professori universitari comprano sognando di utilizzarle con le loro studentesse puttane un motivo ci sarà, e pensare che un tempo eravate un negozio serio.
Quando vai a mangiare la pizza con gli amici c’è sempre qualche fallito dall’aria vissuta che arriva, si presenta con sufficienza e non ti rivolge la parola per due ore e mezza. Quando gli fai notare che si sta bevendo la tua birra ti risponde con un laconico “uè, shchusamij” e poi attacca a parlare di quanto è forte Cavani e del fatto che è sbagliato che “Insigne guadagna 400 mila euri e Cavani 7 milioni”. Mi chiedo tu quando cazzo li vedrai QUATTROCENTOMILA euro in vita tua e ti fai pure i problemi che so giusti e sbagliati.
Ai baretti ci vai per salutare gli amici che bene o male vivono là e non riescono a fare a meno dei cocktail annacquati che se va male sanno pure di merda. Ma quella che sta dietro al bancone a farli è bona, non ci sta nulla da dire. Se non è una battona dell’est europa di solito è una di quelle puttane napoletane con il naso piccolo e dritto. Loro, loroso sono le puttane che trattano con nonchalance le altre donne che vanno ad abbeverarsi di cocktail a spese del figlio di papà di turno, e che con fredda indifferenza trattano persino i cafoni dalla faccia cattiva che vogliono pure fare finta di essere principini laureati in giurisprudenza. Quando arrivi tu invece non solo ti trattano male e ti fanno aspettare dieci minuti come uno stronzo, ma ti guardano pure come a farti pesare il fatto che loro hanno i lineamenti perfetti e tu no, magari hai anche le sopracciglia folte mentre loro hanno speso duecento euro da un’altra zoccola di estrazione popolare a farsele aggiustare. Quando paghi con i sette euro a spiccioli non ti guardano nemmeno in faccia e fanno pure le scocciate che devono contarli. Vorresti dirle che si ok sei vestito malissimo, sembri povero, senza lavoro e senza speranze per il futuro e non hai nemmeno una bella femmina affianco, semmai solo qualche amico fallito come te… ma “in realtà sono un compositore e scrivo musica, passo la giornata a mettere puntini su delle linee ma se volessi potrei scrivere un brano che se lo ascoltassi ti rannicchieresti in camera tua, giù sul pavimento in posizione fetale pensando solo a quanto sei una stronza cacacazzo che fa un lavoro inutile che un qualunque immigrato che non parla nemmeno italiano farebbe meglio”.
Ma non lo fai, perché ti fa schifo. Impara a sorridere, puttana. Se il locale dove lavori non è ancora fallito è solo per merito del fatto che la gente è alcolizzata ed ha bisogno dell’alcol proprio come i cani hanno bisogno di mangiare quei croccantini che puzzano di carne avariata.
La cosa più bella poi sono quelli che quando stai all’estero non vedono l’ora di rivederti ed una volta che torni non ti cagano di striscio. Quando arrivi ti dicono “eh hai voglia di fare c’è ancora tempo” poi passano a “domani devo stare con la mia ragazza” a “umaronnamia manca una settimana dobbiamo vederci assolutamente”. Quando li vedi di solito ti abbracciano e minacciano addirittura di offrirti da bere. Quando entri nel bar con loro scopri che si sono dimenticati il portafoglio in macchina e devi pagare tu per loro. Di solito non fanno manco la mossa di ringraziarti e cominciano  a scroccarti il futuro parlando di quando verranno a Boston ed ovviamente avranno necessità di un posto dove dormire. Mentre gli dici “certo, puoi stare da me” ti ricordi di tutte quelle belle storie che si raccontano sulle cose che succedono al Fenway Park di notte.
Infine ci sono quelli che non ti conoscono e cominciano a parlare di musica, attaccano con gruppi assurdi e narrano delle loro epiche nottate passate a scrivere canzoni di tre accordi “nello stile minimale degli Aricibaldcapecazzston, proprio come nella scena ispanico-canadese” di solito sono anche produttori che a pagamento sannomixare e produrre musica progressive house con influenze technopucchiaccation” ma ultimamente “mastico anche un po’ di Jazz, mi piacciono molto le sostituzioni i tritono ma questa è roba tecnica e probabilmente non sai di cosa sto parlando, ma non è colpa tua. A proposito, tu cosa fai nella vita?”

Questa è la vera bellezza di Napoli, la forza della disperazione che ti regala quando ti ritrovi a viverla.