Il demiurgo. – Episodio Due – Capitolo II.

Capitolo II

Per molte persone, come per me, deve essere difficile vedersi scavalcare nella vita da altri più giovani e magari anche più stupidi: nell’ambiente universitario accade facilmente, gli anni passano mentre tu sei ancora a sbattere la testa sui libri e quello che ti chiedeva di stare zitto durante i corsi perché non riusciva a seguire ora è assistente del professore durante l’esame che stai per sostenere.
Non so quante volte ho sentito questa sensazione che ti corrode l’addome giusto giusto mentre aspetti di essere chiamato: è come un serpente che morde a casaccio perché non ha capito bene dove hai il fegato. Sosterrai il tuo esame e sai già che quando vedranno la data di iscrizione all’università scritta sul libretto ti riterranno un coglione che non può andare oltre il 24 anche se è preparato da mettere le palle in testa a mezza facoltà. Un pregiudizio infame, ma dopotutto è l’ennesima scusa reale dietro la quale non ti puoi nemmeno più nascondere.
In ogni caso mi chiamano: vado, mi siedo, lotto, rispondo colpo su colpo, invento cose verosimili quando non so, ce l’ho quasi fatta, mi bocciano.
Porca troia.
Un altro mese su sto cesso di libro puttana Eva.
Esco fuori dall’aula e tiro un sospiro di sollievo artificiale, mi guardo in torno e finisce pure che squilla il telefono: la mia suoneria della venticinquesima sinfonia di Mozart (la piccola in Sol Minore) è diventato un marchio di fabbrica, solo un tamarro che finge di essere colto come me può avercela.
– Pronto? (Il mio rispondere a telefono è sempre un interrogativo irrisolto).
– Uè, so io.
– Manco Freud ti darebbe una risposta così. Che c’è?
– Hai accattato la carta igienica?
– No, lo sai che mi metto vergogna.
– Ma come, e scusa ed io dopo caffè e sigaretta come faccio.
– Scendi e vai tu. Senti ma non è che hai sentito a Massimo?
– No ma mi pare che oggi teneva il colloquio. Comunque mo’ sto faticando, a proposito come è andato l’esame?
– Stai faticando? E parli al telefono?
– Già è tanto che non sputo sulle pizze che servo, figurati se mi faccio il problema di servirle fredde, si può sapere come è andato st’esame?
In lontananza si sente «Viciè! Due margherite ed una bufala al tavolo!»
 – Una chiavica, come vuoi che sia andato.
– Ok facciamo così: sta sera mi fotto una bottiglia di nero d’avola al ristorante.
«Viciè ma si può sapé che cazz’ stai facenn!?»
– Vedi di non farti licenziare che l’altra volta pure ci sei andato vicino.
– Tranquillo dopo che mi sono fottuto la figlia del proprietario che vuoi che sia una bottiglia di vino, ciao, accatta la carta da cesso.

Che bella conversazione, tipica dei migliori amici. Cose da fare? Caffè dal principe (noto bar in zona universitaria gestito da analfabeti scostumati) e poi supermercato per cercare di superare i miei limiti e comprare quella cazzo di carta cesso.
Bocciato all’esame o meno, mi sento più leggero.
I lunedì di gennaio sono sempre orribili, questi qui nuvolosi poi… una città come questa con le nuvole non dovrebbe avere niente a che fare.
Il supermercato odora di frutta, verdura refrigerata e carne rancida, che belle combinazioni, chissà se sono volute.
Entro e mi aggiro per il locale alla ricerca della carta igienica. La trovo, la punto, le giro intorno ma non riesco a metterla nel carrello. Una ragazza molto carina mi passa affianco canticchiando (male) una canzone che sta ascoltando a tutto volume sull’ipod pezzotto* da 30€.
Sono bloccato, ora non la raccoglierò mai. Non la carta igienica ovviamente, parlo della forza di andare lì e prenderla.
Diamine è una cosa normale comprare la carta igienica, tutti lo fanno, non ci sarebbe nemmeno bisogno di pubblicizzarla. Perché non ci riesco? l’idea che qualcuno possa sapere che sto comprando l’utensile che userò una volta seduto sul cesso mi distrugge. Io sono una persona dignitosa io, non mica posso comprare la carta igienica.
Esco, ho fallito.
No diamine non può andare così.
Rientro, ma esco di nuovo…
…e rientro ancora, mi avvicino al banco dei surgelati ed aspetto.
Mi giro, punto la carta igienica
Ce la farò.
Dannazione, esco di nuovo.
Sto per andarmene ma sento urlare – Oè!!! Tu! Piezz’ e merd! – e mi giro con espressione interrogativa.
– Si, tu! Vieni qua! Latrina!
– Scusi??
– Ti ho visto sai, quatto quatto che ti fottevi i bastoncini di pesce
– Prego?
– Vuota le tasche, infame, i bastoncini che mo’ ti trovo addosso sai dove te li metto?
Uh maronna mia bella, tiro fuori tutto quello che ho: pacchetto di sigarette da dieci quasi vuoto, cellulare bucchinaro** immeritato, cuffiette bianche di nota marca da figlio di papà, chiavi di casa con annesso portachiavi della squadra del cuore (non è quella cittadina), pacchetto di gomme non ancora iniziato, spicci vari (resto delle sigarette comprate la mattina stessa), biglietto di auguri di natale fermo nel cappotto da almeno un mese.
Vaglielo a spiegare adesso a questo che tutto sto circo l’ho fatto perché non avevo il coraggio di comprare della carta igienica.
In ogni caso mi è sempre piaciuto lo sguardo da interrogativo perso delle persone, quello sguardo che noti quando qualcuno si aspetta di gioire segretamente perché hai passato un guaio ed invece ti è andata bene e tu allora pensi «non te lo aspettavi eh, strunz». Insomma, è la vittoria nella guerra tra i poveri d’umanità, tra gli squattrinati morali.
 – Forse mi sono sbagliato.
– Eh mi sa pure a me, dottò.
– Scusa ma perché sei entrato ed uscito tutte quelle volte?
– Mi piace sentire l’odore del suo supermercato.
– Ah.
– Direi se non altro che è particolare, usate qualche prodotto speciale?
– No, no, no (l’ultimo “no” dura un’eternità), tutta roba naturale di prima qualità.
– Capisco.
Ed ecco che ha finalmente fine la più assurda conversazione della mia vita, quando la racconterò in giro nessuno ci crederà, come quella storia del filippino che in pieno dicembre si fece il bagno a mare col cane dei sui datori di lavoro, aveva ancora la divisa di lavoro addosso. Il filippino eh, non il cane.
Questa città spesso mi spaventa.
Va bene, e dopo questo mi sa che me ne vado a fare un giro perché mi piace molto osservare le umanità, da un punto di vista narcisistico come il mio è un po’ come nuotare a mare quando la corrente porta giù di tutto: buste della munnezza, assorbenti, alghe che odorano di animali morti (dette anche friarielli); e tu sei li che cerchi goffamente di evitarli, di preservare l’integrità del tuo corpo senza farla contaminare dal marciume.
Per esempio prendiamo quel tizio con gli occhiali che parla al telefono: “Parla” è un eufemismo mi sa, più che altro si sta appiccicando al telefono con la fidanzata. Urla, sbraita, sputa, secondo me ha pure pezzi di cornetto a crema e amarena ancora tra i denti.
“Mariù tu m’hai rutt o’ cazz!
Ecco qua dai.
– Mariù la macchina nuova! Dentro a ‘nu fuosso? Ma chi cazz’ te la ha data sta laurea?
Ecco fammi indovinare: ora rallenta ed abbassa leggermente il tono della voce per correggersi e per apparare***.
– Patente Mariù, intendevo patente. Mi fai sempre sbagliare mannaggia al creato!
Indovinato.
Questa si che era bella, ma mai quanto questa città così prevedibile. Nessuno commenta ad alta voce ma si limitano a fissarlo ed a compiere cerchi per aria in senso orario utilizzando la mano. Qualcuno ridacchia. Altri se lo fanno passare per l’anticamera.
Passiamo ad altro, vediamo cosa c’è intorno a me, dunque:
Due adolescenti appena usciti da scuola che slinguazzano su una panchina.
Vecchio che porta il cane a pisciare senza la paletta per raccogliere gli avanzi della cena di ieri sera metabolizzati dal cocker.
Bionda fashion tutta in tiro che aspetta a qualcuno fumando sigarette economiche.
Barbone puzzolente che dorme, probabilmente ubriaco.
Punkabbestia con cani e chitarra scordata che suona male.
Tabaccaia che bestemmia Gesù perché non ha beccato i numeri al lotto.
Manca solo il sole e siamo nella tipica giornata cittadina.
Cristo non è manco la mezza e già tengo fame, mi devo levare sto vizio di non fare colazione. Lo metterò nella lista di Giovanni Patani, quello che fa il digiuno domani.

* D’imitazione. Falso, contraffatto.
** Gergo della Napoli giovanile contemporanea, aggettivo che attribuisce qualità di valore e spavalderia. Semantica inspiegabile dato l’originale significato della parola.
*** Tentare di sistemare le cose.

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Il demiurgo. – Episodio Uno – Parte I: Capitolo I.

Parte I – Condizione meramente potestativa.

“Questi circoli, legati come in violento fiume, né superavano né erano superati, ma a forza erano portati e portavano, sicché tutto l’animale era agitato, ma procedeva senz’ordine, dove il caso lo spingeva e senza ragione, servendosi di tutti e sei i movimenti: perché andava innanzi e indietro, e di nuovo a destra e a sinistra, in basso e in alto, e in ogni verso errando per le sei direzioni. Infatti, benché fosse molta l’onda affluente e refluente, che dava la nutrizione, anche maggiore scompiglio producevano a ciascuno le impressioni esteriori, quando il corpo incontrasse per caso al di fuori un fuoco estraneo o anche la solidità della terra o l’umida rovina delle acque, ovvero fosse colto dal turbine dei venti portati dall’aria, e i moti provocati da tutte queste cagioni attraverso al corpo colpissero l’anima. E però questi moti dopo furono chiamati col nome comune di sensazione, e anche ora si chiamano così.”
Platone – Timeo.

Capitolo I

Un passo.
Un altro.
Ancora.
Dio mio, quanta pesantezza.
È come se ogni pensiero si fosse trasferito dalla mia testa ad ogni singola cellula del mio corpo. Pesantezza mentale, pesantezza spirituale.
Guarda un po’, ho fatto una rima.
Sarà, magari la tristezza mi rende poetico.
Non so nemmeno perché sto scrivendo su questo foglio, forse quel flusso di coscienza che tanto ho ricercato in passato sta prendendo vita.
Come se poi sapessi anche cosa fosse davvero il flusso di coscienza, mi sono atteggiato per anni di aver letto Joyce quando tutto quello che so l’ho raccapezzato tra Wikipedia e quello che mi ha detto un mio amico che si era preso una laurea in lettere moderne, o forse era antiche? Ma io che ne so.
In ogni caso, questa stazione puzza di piscio. È incredibile come tutte le stazioni dei treni puzzino di piscio, secondo me è una sorta di parametro internazionale per far capire alle persone che si trovano in una stazione.
Cosa ancora più incredibile è che io stia scrivendo questo su un pezzo di carta mentre cammino.
Va bene dai, ormai ho iniziato, è meglio provare a finire visto che io di solito non finisco mai un cazzo di quello che incomincio. Sono una sorta di Leonardo da Vinci degli studenti fuoricorso.
Ok, basta cazzeggiare e facciamo le cose serie: mi chiamo Fabrizio, ho 27 anni e sono uno scrittore. Non sono uno scrittore nel senso che scrivo per mestiere perché quello che scrivo in realtà non lo ha mai letto nessuno, sono uno scrittore perché mi piace dire di esserlo. In teoria dovrebbe funzionare come scusa per chiavare ma non è così. Le teorie non funzionano mai, le elaborano solo per darti l’illusione di avere controllo. Mi sa che l’inettitudine alla vita è una malattia ed io ne sono affetto. Ad un ipocondriaco l’ultima cosa che manca è proprio una malattia immaginaria, cavolo andiamo proprio bene (sarcasmo).
Ecco basta, da domani si fa sul serio: mi ci metto e tirerò fuori un romanzo bellissimo in cui tutti si rispecchieranno e leggeranno del mio dolore ammirandomi e compatendomi.
Gesù, ormai siamo insieme da non so quanto tempo e sto ancora parlando di me senza avervi ancora raccontato niente, se mi state ancora leggendo siete davvero delle brave persone. Curioso, mi vanto di essere uno scrittore ma non ho la minima idea di come diavolo si scriva un libro.
Sarà, io intanto butto parole poi quello che esce esce e dio ci pensa.
Allora facciamo una cosa ricominciamo da capo (di nuovo?).
Mi chiamo Fabrizio, ho ventisette (due-sette!) anni e faccio lo scrittore. Sono iscritto a giurisprudenza, non so nemmeno più a che anno fuori corso. Vivo da solo da due anni e condivido uno squallido appartamento del centro storico con un architetto disoccupato e con un aspirante pizzaiolo che però fa il cameriere da tempo immemore. Vincenzo e Massimo, due bravi ragazzi e totalmente inadatti alla vita. Un minimo comune multiplo che si applica perfettamente in una casa che non vuol essere diretto riflesso delle nostre incapacità ed è quindi tenuta con cura maniacale: ogni cosa al suo posto, bollette pagate sempre in tempo, mai un filo di polvere. Un’assurda ma più reale ironia non te la puoi nemmeno immaginare.
Questo è quanto, ma prima di dirvi perché sono finito in una stazione che puzza di piscio è meglio fare un passo indietro.

Il demiurgo. – Episodio Zero – Premessa e premessa alla premessa.

Certe persone sono troppo narcisiste per andare a fare psicanalisi, ed io potrei essere una di quelle.
Quando ne ho sentito il bisogno pensavo che il senso di pagare qualcuno per aiutarti a trovare te stesso fosse un controsenso, – posso sempre provare a cercarmelo da me – mi sono detto. Ed allora ho pensato che scrivere dei miei guai (che poi tanto guai non sono, semmai si tratta solo di infelicità) mi avrebbe aiutato di più anziché stare continuamente a rimuginarci vedendo ogni cosa come il frutto di chissà quale inadempimento originale.
C’è da dire un’altra cosa: impossibilitato da qualche acciacco fisico a fare quello che di solito faccio mi sono ritrovato ad annoiarmi e quindi come una volta Gianfranco Marziano disse alla presentazione del suo libro « mi sono dato al hobby delle casalinghe, mi sono messo a scrivere ».
Altra cosa importante è che avrei potuto semplicemente pubblicarlo così com’era e metterlo online aggratiss solo che mi piaceva l’idea di fare qualcosa in stile delle serie tv che si portano tanto. Certo purtroppo qua non ci sono isole magiche o scrittori che chiavano come pazzi ma solo tanto, tanto squallore quotidiano, quindi vediamo come va a finire.

La premessa è scritta in un italiano quanto più possibile bellillo e profumato, questo nel caso Marina Berlusconi si trovasse a passare per di qui e si decidesse a comprarne i diritti per un milione di miliardi di euro . Il resto del libro è scritto come scrivo di solito, cioè male.

Il demiurgo.

Premessa.

Il titolo non inganni il lettore, questo non è un trattato di filosofia, al contrario infatti ha velleità di essere un romanzo anche se di validità narrativa vera e propria ce ne è ben poca. È una non-storia senza alcuna morale e senza alcun interesse nemmeno nel provare ad avercela. È uno squarcio di vita, uno squarcio della Napoli contemporanea che ho vissuto e filtrato attraverso il mio intelletto. E più che sui personaggi questo è un libro incentrato proprio sulla città. Non mi interessava però parlare della Napoli piena di sole che mostra orgogliosa il suo bel golfo ed allo stesso tempo non mi è mai passato per la testa di narrare la Napoli dell’asse mediano, di Scampia e della camorra. Entrambe sono due Napoli che sempre ho intravisto ma mai conosciuto per davvero, nonostante abbia vissuto e sofferto la mia città per poco più di un quarto di secolo.
Questo è, senza quella particolare forma di presunzione che altro non è che la modestia, soltanto un tentativo. Il lettore mi perdoni se dovessi fallire nel mio intento.
Al di là del bene e del male mi si consenta inoltre di spiegare il perché ed il percome di questo titolo che nulla sembra avere a che fare con i caffè e con le sigarette di cui tanto si parla nel romanzo: nella filosofia di Platone, più specificatamente in quella descritta nel Timeo, si fa accenno alla figura del Demiurgo come Artefice dell’Universo, il cui operato consisteva nel dar forma, ordine e misura ad una materia preesistente governata da disordine e caos, prendendo però a modello forme ed idee eterne ma indipendenti dal Demiurgo stesso.
E come nel mito verosimile di Platone anche i miei personaggi sono ognuno Demiurgo di se stesso, con il quale si confrontano tutti i giorni cercando di plasmare la loro vita attingendo da un mondo di idee e belle speranze che aleggia continuamente al di sopra del cielo della loro città.

Inutile specificare che ogni riferimento a cose, persone o fatti realmente accaduti è puramente casuale. Le strade e le piazze di cui parlo sono tutte realmente esistenti, stesso vale per i locali ed i luoghi a cui farò riferimento anche se ovviamente in quel caso il nome verrà cambiato e distorto.