Il demiurgo. – Episodio Sette – Capitolo VII.

Capitolo VII


Ve l’ho detto all’inizio che non ho la più pallida idea di come si scriva un libro. Non saprei proprio da dove cominciare, fare un buon lavoro poi… lasciamo stare.
Per carità il concetto di “buon lavoro” è anche relativo, però mi sa che una delle prime cose è il saper dare delle descrizioni accurate.
Allora facciamo una cosa, proviamoci: è sabato pomeriggio e sono steso sul letto a pensare e… Ok aspettate un secondo che devo pensare un secondo a cosa scrivere.
Cazzo quant’è difficile.
Va bene ricominciamo.
Sono sdraiato sul letto a pancia sotto. La mia guancia sinistra è affondata nel cuscino che odora di alito mattutino misto a sigarette (tanto per cambiare) ed il mio occhio sinistro è chiuso, schiacciato sotto il peso del mio viso. Con quello destro guardo la tenda che sbatte leggermente contro il vetro della finestra, spinta da uno spiffero che proviene chissà da dove. Una musica truzza, proveniente da bar dietro l’angolo, rimbomba nel vicolo. Non vedo il cielo, ma immagino sia bianco. È inverno ed anche l’aria è bianca e non sa di niente. Ho il collo sudato, è una sensazione appiccicosa e fastidiosa. Come se un animale mi avesse leccato senza aver chiesto il mio permesso. In bocca ho un sapore acido, forse è nausea.
Mi viene da pensare a quando avevo sedici anni e correvo sotto la pioggia.
All’epoca non esistevano i lettori mp3 ed ero costretto a girare con quei lettori cd portatili che se li scuotevi un po’ si fermavano lasciandoti lì appeso, senza musica.
Erano molto comodi ed avevano anche senso. Mettevi un disco dentro e potevi ascoltare solo quello, ti obbligavano a farti piacere le cose.
I gusti sono così, spesso dipendono dalle necessità.
Non ascolto musica con l’intenzione di farlo da non so quanto, forse anni.
Sono continuamente bombardato, esposto ad ore ed ore di aria vibrante che non mi genera più nessuna emozione.
Ho sempre avuto l’istinto feroce della condivisione musicale, ho sempre seppellito le persone che mi erano care sotto megabyte e megabyte di mp3 che condividevo via MSN Messenger. Ho sempre avuto l’impressione che a loro non interessasse, che lasciassero quegli mp3 ad invecchiare nei loro hard disk. Invecchiare nel solo modo in cui il digitale può invecchiare: dimenticato senza nemmeno un filo di polvere.
Uffa lo vedete che non so scrivere? Quante volte ho ripetuto “ho sempre”?
Viviamo in una società dove anche il cretino è specializzato (ok lo ammetto questa l’ho fregata ad Ennio Flaiano). Io mi volevo specializzare nella musica.
Non avevo scelta, era l’unica cosa che potevo fare.
Non so perché non ho mai imparato a suonare uno strumento, il che è una contraddizione perché avrei voluto specializzarmi. È che in realtà dentro di me forse sentivo di non esserne capace.
Forse perché sapevo che l’avrei fatto solo per un impulso narcisistico, per realizzarmi di fronte agli altri. Non c’era nient’altro che sapessi fare. Simpatico tanto non sono mai stato, figurati socievole.
Mi hanno fatto schifo tante cose però. Ho dovuto ingoiare quantità di melma che non mi andava bene per non so quanti anni.
Una volta un professore del liceo mi disse che una torta fatta di merda è la perfetta metafora dell’esistenza, ogni giorno te ne mangi una bella cucchiaiata. Quando hai finito però non puoi alzarti ed andartene a vomitare, ti tocca metterti e produrne tu una di torta, in modo da poter dare a mangiare a qualcun altro.
Quel professore fu lo stesso che mi disse che ero brutto. Aggiunse anche « non preoccuparti però, tieni a mente che il brutto è erotico ». Non ho mai capito cosa in realtà volesse dirmi. Fatto sta che gli avrei sputato in faccia.
Una volta fuori scuola uno che manco conoscevo mi aggredì verbalmente senza motivo. Era uno della Napoli sporca ed altolocata che ho sempre temuto. Non dissi niente, mi rimisi gli occhiali da sole e me ne andai.
Chissà, magari sono solo nato su una nuvola diversa.
Sono sceso poco dopo pranzo a farmi una passeggiata, mi piace camminare e fumare nella città deserta. Ho incontrato di nuovo quelle tre stronze dell’altra sera.
Sono andato a prendermi un caffè con loro.
Sembrerebbero interessate ma non ho voglia.
Quando lo dirò a Massimo finirà per vomitarmi addosso i peggio insulti per non averle portate a prendere un caffè a casa con noi tre.
Non ne avevo voglia.
Abbiamo parlato del più e del meno ma con un po’ di enfasi sul meno: mi hanno raccontato tutta la loro vita ma mi dispiace, non mi ricordo nulla. Ve l’ho detto che non ho idea di come si scrive un libro. Dovrei cercare di raccontare una storia ma non ci riesco, non solo non so come si fa ma non c’è proprio nulla da raccontare. In questa cavolo di vita no succede mai un cazzo, è tutto sospeso ad un filo invisibile.
Comunque la mora con le lentiggini e lo sguardo malinconico è interessante.
Non so se mi fa pena, non so se mi attira. Mi da l’idea di una che si è arresa alla pateticità dell’esistenza.
Mi ha guardato solo un paio di volte, accennando anche un sorriso triste.
Qualche anno fa me ne sarei innamorato immediatamente, adesso penso solo al fatto che ho voglia di andare a casa e schiattarmi sul letto.
Chissà come mai non mi decido ad aprire quel libro di diritto penale.

Il demiurgo. – Episodio Sei – Capitolo VI.

Capitolo VI

Aspettate un secondo.
Sono le quattro di notte e sono ancora per strada?
Ma che diavolo…
Il silenzio che attanaglia la città è spettrale, ma lo puoi quasi vedere. Spalmato sulle mura dei palazzi forma uno strato simile a quello dello smog.
Una macchina passa di tanto in tanto a velocità sostenuta mentre noi trasciniamo i nostri tre corpi sotto la statua di Dante. Ci sono delle panchine e ci fermiamo a parlare, il fatto è che Vincenzo è talmente ubriaco che non si regge in piedi e necessita di sdraiarsi. Massimo sta un po’ meglio ma anche lui sembra provato:
– Uagliù non si può andare avanti così – dice.
– Che c’è Massimì? Ti fosse venuta la nervatura?
– No Fabrì, guardaci. Siamo dei reietti, totalmente incapaci di muovere un dito. Eppure passiamo la vita a costruirci un’immagine che sia in qualche modo attraente e di successo.
– Parla per te Massimì, semmai quello sei tu. E comunque capisco che dici, un’immagine attraente magari, come una di quelle che invitano i consumatori a comprare i prodotti? – rispondo con voce affranta, la stessa di quando comunichi il risultato della partita in cui la tua squadra del cuore ha perso.
– Sì Fabrì, siamo come dei cornetti di nutella.
– A quel punto Vincenzo apre gli occhi e ci guarda. Sospira, ma poi parla:
– E certo sì, siamo proprio dei barattoli di nutella. Il problema è che siamo ripieni di merda.
– Che metafora del cazzo. – dice Massimo.
– Il problema è che Vincenzo ha ragione, Massimì. È un’immagine di successo che però ha le gambe corte e magari pure storte, che non va da nessuna parte.
Nessuno dei due mi risponde, penso che questo sia uno di quei momenti in cui tutta la vita ti passa davanti. Altro che prima di morire, questo genere di cose succede ogni volta che torni mezzo ubriaco da una festa e cominci a piangerti addosso. 
È uno di quei momenti del cazzo perché invidi sia quello che è rimasto a a casa a dormire e che tra un paio d’ore si alzerà per mettersi a lavoro e raggiungere i suoi obbiettivi e sia quello che è venuto alla festa e si è divertito fottendosene di tutto perché la vita è una e sai com’è «uagliù s’adda parià».
Noi invece siamo qua a raccogliere col cucchiaino quello che resta di noi, un po’ come fece Achille quando decise di restituire il cadavere di Ettore al povero Priamo.
– Uagliù basta. – sbotta Massimo con non si sa quale forza. – Basta, basta basta. Non ce la faccio più. Qualunque cosa provo a fare e mi metto in testa di fare ho sempre una voce nella testa che mi dice che devo farlo meglio.
– Massimì n’ata vota co sta storia degli amici immaginari? Ce l’ha già raccontata tua mamma.
– Fabrì statt’ zitt’. Sai benissimo di che parlo.
E certo che lo so, tutti e tre lo sappiamo. Dentro di noi è cresciuto un piccolo mostro. 
Non parlo di una persona in particolare, parlo di un modo di pensare che ti si infila nella testa e condiziona ogni tua azione. Insomma è un po’ come un vero io nella realtà che non vuole mostrare se stessa. È il mostro che parla di cose non vere non perché vuole tenerti celata la verità, ma perché vuole dirti una balla in un modo da farti capire che è una balla, lo fa perché vuole instillarti il dubbio e non risolverlo, gode nel dirti una menzogna facendoti capire che è una menzogna, lo fa perché trova piacere nel far pensare agli altri che non sono degni della verità.
Insomma, un po’ come quei tipi saporiti che quando succede qualcosa e chiedi spiegazioni le danno a tutti ma a te dicono « non ti preoccupà che non è successo niente ».
In ogni caso Vincenzo pare essersi ripreso e decide pure di farci l’onore di mettersi a parlare:
– Uagliù è quasi l’alba, vi ricordate quando andavamo fuori al Castel dell’Ovo a guardarla?
– E chi si scorda.
– Fabrì, ci volessimo tornà?
– No Vincè, no. I tempi sono cambiati.
– Fabrì non è cambiato un cazzo, siamo sempre noi.
– No Vincè, è finito. È finito tutto.
Ora, una delle cose più brutte in assoluto (fin da quando Dio ha inventato i cacacazzi) è quando stai cercando di fare uno di quei discorsi da bello e maledetto, insomma uno di quelli in cui ti spari tutte quelle pose sputtanatissime da artista disgraziato ed uno sconosciuto irrompe ridicolizzandoti:
– Scusa ho capito che è finito tutto, ma non è che ti è rimasta una sigaretta?
Alzo lo sguardo e noto che sono in tre: su per giù nostre coetanee. Una due castane ed una mora.
Aspetta un secondo, ricapitoliamo: Piazza Dante, su per giù le cinque del mattino e tre ragazzi soli e devastati, persino schiattati su una panchina, vengono approcciati da tre ragazze sole ed altrettanto devastate. Insomma, il sogno masturbatorio di ogni congrega di sfigati del centro storico.
È la riscossa di quello che ascoltava gli Iron Maiden da solo in camera quando tutti gli altri si scassavano di Hip Hop e si portavano le bionde frigide a letto. È la legge universale che finalmente si capovolge e porta la giustizia che smette di essere debole con i forti e forte con i deboli.
Ma soprattutto è il trionfo della sfiga che smette finalmente di essere miseria e diventa nobiltà.
– Allora ce l’hai o no ‘sta sigaretta?
La guardo interdetto: è molto carina, sopratutto sotto questa luce soffusa. L’amica di destra è silenziosa e guarda per terra sperando di andarsene il prima possibile. L’altra a sinistra ha lo sguardo totalmente immerso sul cellulare, imperterrita nello scrivere ad un virtuale ex ragazzo o migliore amico gay. Sono tutte e tre molto carine ma quella col cellulare ha dei tratti che sembrano cambiare aspetto a seconda dell’angolazione in cui la guardi: passa dal sembrare una commessa stupida all’assumere dei tratti che ricordano Jessica Alba.
Massimo ovviamente ha visto il lato Jessica Alba e se ne è innamorato subito.
Lascialo perdere all’amico mio, te la do io la sigaretta. – Sbotta Vincenzo con non so quale energia ritrovata.
– Grazie, mi fai anche accendere?
– Tiè.
– Grazie, noi ce ne andiamo.
– Aspettate un secondo, – fa Vincenzo con fare da tipo saporito – ma cosa ci fanno tre belle ragazze sole nella notte?
Nulla, tornavamo a casa e ci era venuta voglia di mangiare un cornetto alla nutella.

Il demiurgo. – Episodio Cinque – Capitolo V.

Capitolo V

L’umanità puzza, ha un odore di marcio stranamente dolciastro: dolce come un cocktail, marcio come del sesso andato a male. Insomma, l’odore che si respira a queste feste è proprio questo, un distillato di pura essenza di umanità, puro squallore, pura meschinità.
Ed eccoli lì, gli uomini che non toccano cute femminile da mesi (se non anni) che si fiondano sulla povera cretina Erasmus di turno. Se la guardano, la puntano con fare da cacciatori e poi esauriscono il repertorio delle figure di merda nel giro di cinque minuti.
In realtà altro che cinque, ne bastano due o al massimo di tre, prima che la poveretta in questione perda interesse. Una volta capito che quello che ha di fronte è solo l’ennesimo disperato senza una fetente di lira, tenderà subito a chiudere la già breve conversazione con tanti piccoli silenzi imbarazzanti interrotti solo dai tentativi lui che pone delle domande a cui poi finisce per rispondersi tristemente da solo:
– Ah e quindi sei spagnola?
– …
– Certo sì, giusto, mi avevi detto che sei di vicino Barcellona.
– …
– Senti ma è vero che a Barcellona le scritte nei musei sono metà in spagnolo normale e metà in quello tipo che parlate voi? Come è che si chiamava?
– …
– Ah sì, il Castagnano. O era Cabalano? Vabbè fa niente.
– …
– Oh, ma dove vai?
Insomma scene che conosciamo tutti.
Se non fossi troppo nauseato ed allo stesso tempo spaventato da tutto ciò me ne starei beato a gironzolare per la casa ridendo di quello che mi circonda.
Invece no, sono schiattato su un divano strisce gialle a distruggermi di sigarette sorseggiando uno squallido vodkapescalemon che ovviamente non mi ubriacherà. 
A dire la verità la casa dei Picariello non è così male. A viverci sono in tre: due fratelli disadattati, un amico sociopatico ed in più un pianoforte scassato che sulle note alte ricorda il verso di uno scoiattolo epilettico. I miei coinquilini gironzolano per la casa come cani randagi. Vincenzo ha già scelto una vittima ed è anche ad un passo dal conquistarla. Lo guardo mentre scherza con lei, le sorride ed allo stesso tempo le sbircia la scollatura senza troppa vergogna. Massimo invece è terrorizzato da ogni donna presente e preferisce stare con i maschi. Lo vedo mentre cerca di stare al passo con le conversazioni, di aggiungere qualcosa al discorso, ma stranamente quando parla è come se nessuno lo ascoltasse. È come se nello stesso momento in cui la bocca si apre la sua voce finisse per essere assorbita da un tunnel spazio-tempo che teletrasporta il suo parlato in un universo parallelo dove nessuno lo può ascoltare; dovrebbero intervistarlo in quelle trasmissioni TV dove parlano di UFO e fantasmi: « Signore e signori il prossimo servizio è sull’uomo che quando parla in realtà non parla perché tutto quello che dice finisce in un’altra dimensione! ». Mamma mia, che povero cristo; comunque la teoria degli universi paralleli mi ha sempre affascinato: statisticamente parlando ce ne dovrebbe stare pure uno dove ci sta uno tale e quale a me solo che fa il barbiere, pippa cocaina, ascolta musica ambient e tiene i capelli pittati di viola. Che fatti, mi piacerebbe andarlo a trovare.
Io invece continuo a stare in questo universo, scientificamente definito come l’universo dove tutti si cacano il cazzo. Più precisamente sto ancora sul divano mentre guardo chissà quali fantasmi. Una bruttina leggermente in sovrappeso si interessa a me e si avvicina con la scusa dell’accendere una sigaretta. Mi fa delle domande ma io smozzico risposte. Cosa faccio nella vita? Ho davanti a me un’eternità ma mi sembra di non avere il tempo di spiegarglielo. La liquido dicendo che non mi sono ancora laureato. 
Lei lavora già in uno studio di avvocati ma dice che la sfruttano; io invece le chiedo se le piacciono le riviste di meccanica. A me non piacciono, non ci capisco un cazzo di macchine.
Dio mio, sono solo. Ho bevuto tantissimo e non sono nemmeno ubriaco, mi gira solo lo stomaco. Mi accendo un’altra sigaretta, l’ennesima, e sento che sta volta mi impasta la bocca e brucia la gola.
L’alcol pesante è finito, è rimasto solo dello squallido vino rosso che sa di metanolo: è dentro una damigiana pesantissima da non so quanti litri. Ondeggia tra le persone, gira di bocca in bocca. È paradossale osservare quanta fatica muscolare sia richiesta solo per sollevarla quella damigiana, anche perché stiamo parlando di gente che normalmente non alzerebbe un dito nemmeno se fossero pagati. Ripenso a quella storia secondo la quale gli esseri umani usano solo il venti percento delle capacità e della forza del loro corpo, ma che in particolari situazioni di pericolo possono anche alzare la percentuale fino all’ottanta o addirittura novanta. Secondo me sono stronzate, questa è l’era nella quale la prospettiva di essere anche solo un pochino più ubriachi rende le persone in grado di compiere qualsiasi sforzo sovrumano.
Fa caldo ed è impossibile respirare, l’aria sembra andata andata male o addirittura via per sempre, sostituita da fumo ed alito di vino.
Mi alzo, e vado a vedere che si dice:
– Uagliù si sta facendo tardi, cosa vogliamo fare? – dice uno.
– Non lo so – rispondo – sarà magari il caso che ce ne andiamo.
– Si anche perché qua femmine buone non se ne vedono – mi risponde il semisconosciuto – in ogni caso non ci siamo ancora presentati, mi chiamo Mario.
– Piacere di conoscerti, io sono Fabrizio.
Mi stringe la mano e già capisco con chi ho a che fare: quando avevo diciassette anni tendevo a stringere forte la mano a tutti, maschi e femmine mosce comprese, perché volevo far vedere che ero forte. Poi a diciotto conobbi, in un bar in un noto paese del casertano, un tizio che sembrava essere stranamente rispettato da tutti. Ci stringemmo la mano ed io andai con la mia consueta finta forza, lui invece mi guardò dritto negli occhi ed utilizzò la giusta quantità. Fu allora che capii che l’unico modo per mostrare sicurezza era quello di utilizzare il minimo necessario. Un perfetto incrocio tra autorità e indolenza, quell’indolenza che scaturisce solo dalla mancanza di interesse nella persona che hai di fronte.
Fatto sta che questo mi ha quasi stritolato. Mi chiedo cosa abbia da mostrare.
Ci abbiamo messo due ore e mezza a decidere di venire qui e ce ne metteremo altrettante per decidere di andarcene. La realtà è che nessuno si è divertito, ma sopratutto nessuno qui è venuto con la reale intenzione di farlo. Siamo venuti tutti solo per giocare in difesa, per evitare di non divertirci. Abbiamo dato per scontato che a casa ci saremo rotti le scatole ed allora eccoci qua, di lunedì sera, carichi carichi di belle speranze.
Ah comunque la festa era anche a tema. In particolare “Anni ’20”. Tranne due bionde col cervello grande quando una nocciolina nessuno era vestito come l’organizzatore avrebbe voluto. A dire la verità l’unica cosa in tema con la festa era una piccola bottiglia d’assenzio che girava all’inizio, finita nel giro di pochi minuti se non secondi.
Io comunque alle feste in maschera non ci vado, non mi interessa vestire nessuna maschera. Almeno non una che sia diversa da quella che indosso tutti i giorni.

Il demiurgo. – Episodio Quattro – Capitolo IV.

Capitolo IV

È assurdo quanto possano essere squallide tre persone buttate su un divano. Un groviglio di anime, pelle finta, briciole, sudore e spiccioli persi chissà quando. Il riflesso blu della televisione poi è la cornice perfetta.
Oh ma poi hai capito chi è chill? – fa Vincenzo.
Chi Vincè? – risponde Massimo guardandolo con gli occhi al di sopra degli occhiali, in quello spazio che si viene a creare tra il bordo degli stessi e le sopracciglia, insomma una di quelle pose sputtanatissime.
Quello che ti ha graffiato la macchina.
No ma se lo acchiappo…
Che ci fai Massimì, eh? che gli fai? – suggerisco io col mio sorrissino beffardo, uno di quei sorrisini che fanno le persone quando vogliono far finta di stare al gioco in una situazione che li mette a disagio.
O’ scass’ a cap, c’aggia fa* Fabrì?
Statt’ accuort Massimì che mi sa che ti sporchi pure il vestito buono, a proposito ma lo tieni addosso pure quando stai schiattato sul divano? Fosse questa la nuova fiamma di cui parlavi?
Statt’ zitt Fabrì, il vestito lo sto tenendo addosso per un paio di giorni in modo che capisco se va bene per il colloquio.
Tu hai perz’ a capa Massimo. Questa è n’altra delle fissazioni tue, come quella volta che andasti a fare shopping con tua mamma e vi siete accattati mezzo negozio, pantaloni laschi** compresi che poi non hai più messo.
Che non ho ancora messo Fabrì, non ancora.
E grazie che non l’hai messi Massimì, quando t’ho visto con quei cosi addosso parevi arlecchino che aspettava a pulcinella per andare a puttane.
Uagliù stat’v zitt’ ca nun riesco a seguì o’ film. – dice Vincenzo, interrompendo questa altolocata conversazione.
Vincè ti ricordo che stamm’ guardann’ Scarface. E che l’abbiamo visto cento volte, se il lettore DVD potesse sputarci il disco in faccia l’avrebbe già fatto.
Maronna mia sto film, non finisce mai.
Massimì tu pienz’ o’ pantalone che mo’ Al Pacino accire*** all’infame.
Boom. L’ha acciso, e mo’ camma fa?
E che cazz’ amma fa Fabrì? Apriamo il vino.

A chi tocca alzarsi? Ovviamente a me, e quando mai. E quando mai, e quando mai, e quando mai che non tocca a me. E sapete pure il perché? Sono stato l’ultimo a mettere i soldi per l’affitto. 
Si io lo so, capisco quello che volete dire ma da noi funziona così. L’ultimo che mette i soldi sul tavolo quando si deve pagare l’affitto è anche quello che deve alzarsi dal divano quando gli altri si cacano il cazzo di farlo. È l’incentivo perfetto, il deterrente più adatto ad evitare ritardi nei pagamenti. Ed in una casa come la nostra di affitti pagati in ritardo sapete quanti ce ne sono stati? Zero.
Ah no ma questo ve l’avevo già detto.
Ovviamente ora so cosa vi starete chiedendo: uno tiene la fatica e quindi ha senso che si può pagare l’affitto, ma gli altri due? Uno passa tutto il suo tempo a cercare un sinonimo di “disoccupato” ed io non faccio una minchia dalla mattina alla sera… come si fa? È semplice, a Massimo i soldi glie li passa la santa donna della madre, è una sorta di incentivo al trovarsi un lavoro. E per quanto riguarda me… vedete, non è vero che non ho mai fatto un cazzo in tutti quegli anni all’università.
Io campo con le lettere. E questa cosa ha ben due significati.
Il primo riguarda il fatto che una volta l’anno mi trovo con degli amici, o meglio sarebbe dire con delle persone giuste ed insceniamo un incidente. Alle volte non insceniamo proprio niente ma ci mettiamo d’accordo con un amico nostro che fatica come porta caffè da un avvocato. È uno che cominciò l’università con me ma è riuscito a finirla. Una volta gli feci un favore coprendolo con la fidanzata la sera che si volle a forza chiavare un’altra. Mi inventai una sorta di discorso che manco Demostene e riuscii ad apparare. Lei era davvero una brava ragazza, una di quelle bruttine ma che compensano con un carattere da sante. Se le dici che ti andrebbe di mangiare delle melanzane a fungetielli è capace pure a cucinartele la sera stessa. Insomma a me queste non so mai piaciute, so’ donne semplici, le fai fare due risate e le tratti bene per un paio di sere e cadono ai tuoi piedi. Cominciano ad adorarti, ascoltare la musica che ascolti tu, avere le tue stesse opinioni politiche e sociali (o asociali), a cercare di convincerti che devi studiare, che è per il tuo bene. Quando le porti a casa socializzano subito con tua madre e l’obbiettivo di raddrizzarti diventa il loro unico scopo di vita. Ed allora finisce tutto, finisce anche il fascino dello sfessato però buono che le ha inizialmente attratte. Ed a quel punto ti ritrovi con una seconda madre e gli amici che ti sfottono: « Oè ma come s’è fatta cacacazza chella uagliona tua? Ma chi è? Mamm’t? » e tu l’unica cosa che puoi suggerire come risposta è il fatto che comunque con questa ci fai sesso.
Ma poi finisce che manco chiavartela diventa possibile perché il sistema delle retribuzioni sessuali diventa proporzionale alla quantità di esami fatti. 
Insomma un incubo. Non le puoi nemmeno lasciare perché cercano di convincerti che « Visto che ti conosco meglio di come tu conosci te stesso, so benissimo che questo non è né quello che vuoi veramente né la scelta giusta per te ». Insomma se ci sono dei casi speciali in cui l’omicidio dovrebbe essere permesso… eccone qui uno. Avanti signor legislatore, cosa aspettiamo?
Lo so, sembra un incubo da cui è impossibile uscirne, ma alla fine è facile. Basta fare lo scemo con una cessa qualunque davanti ad una delle sue amiche pidocchiose e subirsi qualche giorno di pianti ed insulti. Dopo un mesetto di sofferenze si trovano un altro disgraziato peggio di te di cui possono prendersi cura.
Di solito quando ti rincontrano capiscono perfettamente se sei tanto disperato da provare addirittura a richiavartele ma di solito non ci cascano, ti rispondono « ma che fai, guarda che adesso siamo solo amici ».
Fabrì, ma quant’ ce vò per aprì stu cazz’ e vino?
– Arrivo uagliù, arrivo.
Marò, sto divagando. In ogni caso una truffa annuale all’assicurazione e la scrittura di lettere d’amore dietro adeguato compenso prevedono abbondantemente al mio sostentamento. Di solito mi rimane pure qualcosina da mettere da parte ma non l’ho mai fatto. Come quando mi iscrissi in palestra, ci sono andato solo una volta.
I miei clienti di solito sono persone che non parlano nemmeno italiano. Una volta in “aula studio” a giurisprudenza c’era l’amico di uno che conoscevo e che non riusciva a rimettersi con la fidanzata: voleva scriverle una lettera solo che non era capace. Glie ne scrissi una in trenta secondo utilizzando le metafore più sputtanate e prevedibili, i luoghi comuni più ignobili, le cazzate più indicibili. Credo sia innumerevole l’uso che ho fatto della parola “stelle”. Lui mi chiamò il giorno dopo dicendomi che non solo si erano rimessi assieme ma che si sarebbero pure sposati. Era un bravo ragazzo, campava come gommista e arrotondava lo stipendio rivendendo delle dosi di marijuana che acquistava a Scampia. Ci demmo appuntamento sotto la facoltà di Sabato pomeriggio. Mi diede cento euro con la promessa di portarmi altri clienti. Io risposi stringendo le spalle.
Adesso ho un vero proprio giro fatto di spacciatori, carcerati, ex-carcerati, delinquenti da vicolo e guappi di cartone. È un irreale clientela di disperati e reietti disposta a spendere soldi nel modo più assurdo. Spesso mi guardano con l’aria da criminali come se fossi membro di una società aliena di cui ignoravano l’esistenza. Si mostrano a me come duri, come degli pseudocriminali inflessibili disposti a tutto, spesso mi parlando utilizzando frasi di film che hanno diligentemente imparato a memoria, mi trattano come tratterebbero un avvocato: un essere viscido che se potessero eliminarlo l’avrebbero già fatto ma a cui sono costretti a rivolgersi. Li rifornisco costantemente di lettere d’amore. Duecento euro una pagina, trecentocinquanta con poesia annessa, cinquecento con poesia in rima su pagina a parte e font in stile. Di solito faccio piccoli sconti per quelli che mi stanno simpatici, ma alle volte chiedo anche un sovrapprezzo in caso di corna da parte di lui.
Non ho mai avuto avuto il blocco dello scrittore d’innanzi a quei soldi facili, e non credo che l’avrò mai.
Comunque eccoci qua d’innanzi all’ennesima bottiglia di vino da quattro soldi.
Uagliù camma fa sta sera? – suggerisce Vincenzo prima di dare un lungo sorso.
E nun o’ sacc’ Viciè – suggerisce Massimo
Che ci sta Vincè? Hai saputo niente? – suggerisco io versandomi il secondo bicchiere.
Fabrì ci stanno tre opzioni: Possiamo andare giù dal Lavamunnezza (nome in codice di un baretto che compra alcolici di scarto all’ingrosso, noto per drink e aperitivi a basso prezzo); possiamo andare a Piazza Bellini a vedere chi si sta e poi decidiamo oppure ci stanno pure i fratelli Picariello che fanno una festa a casa loro, dice che sta pieno di zoccole, alcune stanno a fa l’Arrasmus.
Vincè si dice Erasmus. E-R-A-S-M-U-S.
Si vabbuò ma a me che me fotte? Basta che si chiava…
Vinciè l’ultima delle feste a casa Picariello è finita con Massimo con la capa nel cesso e tu che ti sei chiavato a quella che poi voleva il passaggio fino a Mergellina e tu l’hai messa in taxi senza darle una lira.
E si vede che per pagare la corsa s’è chiavata pure al tassista.
Uagliù scartiamo casa Picariello, quella è pure na zona di merda – fa Massimo con aria preoccupata – finisce che ci rapinano pure.
Massimì ma che ci devono rapinare, che si fottono? Non teniamo un cazzo.
E questo pure è vero.
Vabbuò facimm’ na cosa, andiamo a Piazza Bellini a vedere che si dice.
No uagliù a Piazza Bellini no, lo sai che poi rimaniamo là quattro ore senza fare un cazzo.
Fabrì ma a noi che ce ne fotte? In ogni caso che ore sono?
Sono le 23:30 Viciè.
Ah vabbuò è presto ancora, finiamoci la bottiglia di vino e poi vediamo.
Vabbè ma allora che facciamo?
Io ho ordinato tre pizze prima.
A che ora? E che ti hanno detto?
Hanno detto dieci minuti, ma le ho ordinate tre ore e mezzo fa.
È colpa del weekend che si è allargato. Prima si usciva solo il Sabato, poi il Venerdì, il Sabato e la Domenica e mo’ Giovedì, Venerdì, Sabato e Domenica.
La bella vita.
La bella vita sì. Fai ‘na cosa richiama a chill’ omm’ e merd’ delle pizze che se no gli appiccio**** il locale.
Viciè è il tuo datore di lavoro, non gli appicci proprio niente.
Una volta lo stavo facendo, ma è stato per sbaglio.
Mi squilla il telefono. Chissà chi cazzo rompe i coglioni.
Pronto?
Fabrì venite a piazza Bellini che ci stiamo organizzando tutti per andare a ‘na festa.
Si mo’ veniamo, dieci minuti.
Tutti e due mi guardano interdetti, come chissà chi mi avesse chiamato. Chi cazzo doveva chiamarmi, la NASA?
Fabrì chi era?
Era Alessandro.
Alessandro chi? Quello dell’università o Alessandro ‘a percoca?
Era la percoca, ha detto di andare a Piazza Bellini che si stanno organizzando per andare dai Picariello.
Ah, e perché gli hai detto dieci minuti? Dobbiamo ancora mangiare.
E lo sai perché, là il tempo si dilata. Dieci minuti o dieci ore è lo stesso.
Uagliù levatemi una curiosità – fa Massimo un po’ perplesso – ma perché lo chiamano “‘a percoca”?
E secondo te perché Massimo? Perché sta semp’ ca cap’ rint’ o’ vino.
Ah.

Gli rompo la testa. Cosa altro dovrei fare?
** Larghi.
*** Uccide.
**** Voce del verbo “appicciare”: dare fuoco.

Il demiurgo. – Episodio Tre – Capitolo III.

Capitolo III

Sono ancora solo a casa. Sdraiato sul divano sto morendo di fame, e non sono nemmeno le sette. Dannazione ho ancora lo stesso orario biologico di quando ero bambino, è mai possibile? In ogni caso non mi sembra giusto dirvi dove mi trovo senza avervelo mai descritto.
Come vi avevo già detto casa nostra è l’esatto opposto del nostro modo di vivere, gli amici ogni volta che vengono a trovarci si aspettano chissà quale tripudio di calzini sporchi ed invece anzi, una cosa che ci piace fare è sottolinearne la maniacalità con la tipica frase «scusa il disordine…» ma questa è un’altra storia.
Facciamo una cosa partiamo da dove sto io adesso, dal salotto:
Parete 1: Dipinta di un viola funereo da non si sa chi, è fortunatamente coperta da mobile di truciolato di dimensioni improponibili con dentro schermo venticinque pollici al plasma (quello a cristalli liquidi non andava bene: « ce l’hanno ‘e pezzient’ ») decoder di nota televisione privata in HD con pacchetto completo (pure i documentari sui leoni in Africa) e possibilità di registrare i film porno e quelli alternativi dei complottisti (che poi per certe persone sono un po’ la stessa cosa). Ai lati del televisore abbiamo sulla destra una collezione di DVD vari prestati e mai restituiti dove c’è di tutto, anche Star Wars edizione speciale con mazze da parcheggiatori abusivi al posto delle spade laser e la famosa scena ridoppiata dove Darth Vader chiede a Luke « Obi Wan non ti ha mai detto cosa accadde a tuo padre? » e Luke risponde « mi ha detto abbastanza: era diventato ricchione ». Sulla sinistra invece libri, libri ed ancora di libri, di tutti i colori e misure. Ci sta pure “Il Capitale” di Marx, comprato da Massimo nel periodo in cui usciva con quella del centro sociale. Si è ripromesso di leggerlo miliardi di volte, non l’ha ancora fatto.
Parete 2: Di colore rosso, dipinta da Massimo nel famoso periodo comunista. Non ha granché, solo due finestre vista strada col particolare della pizzeria dove fatica Vincenzo. Si intravede pure una cappella, ma giusto un poco. Le mura sono in pietra di piperno, quelle della cappella dico.
Parte 3: Sempre del viola dall’origine sconosciuta. C’è un divano di pelle finta ed azzeccosa, ci sono seduto io adesso. Affianco a me c’è un tavolino con un posacenere arrangiato che altro non è che il guscio di una noce di cocco. Ogni volta che lo scuoti balla su se stesso, quando si rovescia sembra di assistere alla danza delle sigarette morte. D’innanzi a me c’è pure un tavolino di vetro su cui poggio i piedi. La mamma di Massimo ce lo regalò quando lui si prese la laurea. A quello ci aggiunse pure mezzo chilo di mozzarella di bufala campana.
Con una mamma del genere non mi meraviglio affatto che quel povero ragazzo sia uscito così. In ogni caso lui ci tiene tantissimo (al tavolino, non alla mamma).
Parete 4: Rossa, ma solo a metà perché il periodo comunista riuscì ad esaurirsi insieme a tutto l’entusiasmo proprio mentre la stava ridipingendo. L’altra metà è di un giallo tufo molto pallido e sporco, ma ha una scritta fatta dai precedenti inquilini. Mi sono sempre interrogato sul suo significato. Ogni tanto mi fermo e la fisso, a volte anche per minuti, recita: “siamo maturati: abbiamo messo i peli sull’uccello”. Non so se ne ho ancora compreso a fondo il significato.
Camera mia invece è molto piccola. Ho un letto ad una piazza e mi va bene così, un mare di cd acquistati durante un’adolescenza non convenzionale (per il quartiere in cui vivevo all’epoca, sì, perché a Napoli ogni quartiere ascolta musica diversa) ed un libro di storie zen sul comodino che non ho mai letto.
Ho anche l’intera collezione di scritti di Nietzsche. Questi però li ho letti tutti, lo Zarathustra quattro volte, ma di Wagner non so nulla. Sono tutti di colore giallo, poggiati su una mensola a prendere polvere. Ho anche una scrivania dove faccio finta di studiare con su una lampada economica, una di quelle che quando le muovi fanno un rumore strano, che sembra provenire da un altro mondo. Una volta Vincenzo l’ha descritto come « quello di un vecchio che cerca di scopare ». All’interno ha una lampadina a risparmio, fa una luce biancastra e fredda come le pagine dei libri che studio.
Poi ho pure una maglia da calcio appesa in camera, è falsa ma autografata dal mio calciatore preferito.
La cucina è in realtà quasi attaccata al solotto, che poi tanto salotto non è. Abbiamo un tavolo dove mangiamo quando vogliamo fare le cose fatte per bene (leggete tra le righe: ci stanno femmine a casa) ed una serie infinita di utensili che in realtà non usiamo mai. Manco il forno usiamo mai, nessuno di noi sa come cazzo si accende ed ancora siamo traumatizzati da una vecchia storia di uno che dopo aver preso la casa in affitto ci trovò dei topi morti carbonizzati. Di solito mangiamo come degli zulù, così, schiattati sul divano a guardare le televisione; con i piedi appoggiati sul tavolino e con Massimo che si incazza ma alla fine si calma e ce li mette pure lui.
Il problema è che qui i giorni passano e manco ce ne rendiamo conto, sono anni che lottiamo contro la puzza stantia di sigaretta spenta che si è appiccicata alle pareti. Le abbiamo pulite e persino spruzzato un deodorante che dovrebbe sapere di oceano ma niente, sembra sempre di vivere in un enorme posacenere.
Una volta a Massimo cadde persino una bottiglia di profumo per terra, lì sul pavimento del salotto.
Era nuovo, appena accattato. Parliamo di una di quelle bottiglie di vetro tutte squadrate di quella marca famosa dei due omosessuali che si mettono e si lasciano.
È stata l’unica volta che l’ho sentito bestemmiare. Prima se la prese con tutta la gerarchia angelica, poi col paradiso e dopodiché riuscì ad elencare una trentina di santi tutti nell’ordine del calendario. Dice che quando era piccolo la madre glie li fece imparare a memoria. Maledì anche Cristo, Dio e la Madonna. Ma quelli li lasciò per ultimi, appena dopo Padre Pio.
In ogni caso la puzza di quel profumo da effeminati non se ne è mai andata, ha finito per mischiarsi con quella di sigaretta, generando quindi un nuovo tipo di fragranza.
Una volta venne un mio amico a trovarci a casa, subito dopo essere entrato nel salotto disse che c’era « lo stesso odore della mia ragazza ». Gli chiedemmo chi era la ragazza, non sia mai fosse una passata per casa nostra durante qualche serata “storta”.
« No, tanto non la conoscete. È di Giugliano, fa la fashion blogger ».
Insomma nel caso, molto probabile a dire la verità, che nel futuro nessuno di noi riesca a trovarsi una povera crista disposta a sposarci potremo vivere qui e così per sempre.
Com’è che diceva quel famoso poeta?
Si sta come sugli alberi… ‘e zoccole.
 – Fabrì, siamo a casa! Miett’t e cazun’* che ce sta ‘na bella notizia!
 – Oilloc’!** E quale sarebbe sta bella notizia?
Amm’ accattat’ a cart’ p’o’ cess’!***

*Mettiti addosso i pantaloni.
** Ecco qui.
*** Abbiamo acquistato la carta igienica.