Il demiurgo. – Episodio Tre – Capitolo III.

Capitolo III

Sono ancora solo a casa. Sdraiato sul divano sto morendo di fame, e non sono nemmeno le sette. Dannazione ho ancora lo stesso orario biologico di quando ero bambino, è mai possibile? In ogni caso non mi sembra giusto dirvi dove mi trovo senza avervelo mai descritto.
Come vi avevo già detto casa nostra è l’esatto opposto del nostro modo di vivere, gli amici ogni volta che vengono a trovarci si aspettano chissà quale tripudio di calzini sporchi ed invece anzi, una cosa che ci piace fare è sottolinearne la maniacalità con la tipica frase «scusa il disordine…» ma questa è un’altra storia.
Facciamo una cosa partiamo da dove sto io adesso, dal salotto:
Parete 1: Dipinta di un viola funereo da non si sa chi, è fortunatamente coperta da mobile di truciolato di dimensioni improponibili con dentro schermo venticinque pollici al plasma (quello a cristalli liquidi non andava bene: « ce l’hanno ‘e pezzient’ ») decoder di nota televisione privata in HD con pacchetto completo (pure i documentari sui leoni in Africa) e possibilità di registrare i film porno e quelli alternativi dei complottisti (che poi per certe persone sono un po’ la stessa cosa). Ai lati del televisore abbiamo sulla destra una collezione di DVD vari prestati e mai restituiti dove c’è di tutto, anche Star Wars edizione speciale con mazze da parcheggiatori abusivi al posto delle spade laser e la famosa scena ridoppiata dove Darth Vader chiede a Luke « Obi Wan non ti ha mai detto cosa accadde a tuo padre? » e Luke risponde « mi ha detto abbastanza: era diventato ricchione ». Sulla sinistra invece libri, libri ed ancora di libri, di tutti i colori e misure. Ci sta pure “Il Capitale” di Marx, comprato da Massimo nel periodo in cui usciva con quella del centro sociale. Si è ripromesso di leggerlo miliardi di volte, non l’ha ancora fatto.
Parete 2: Di colore rosso, dipinta da Massimo nel famoso periodo comunista. Non ha granché, solo due finestre vista strada col particolare della pizzeria dove fatica Vincenzo. Si intravede pure una cappella, ma giusto un poco. Le mura sono in pietra di piperno, quelle della cappella dico.
Parte 3: Sempre del viola dall’origine sconosciuta. C’è un divano di pelle finta ed azzeccosa, ci sono seduto io adesso. Affianco a me c’è un tavolino con un posacenere arrangiato che altro non è che il guscio di una noce di cocco. Ogni volta che lo scuoti balla su se stesso, quando si rovescia sembra di assistere alla danza delle sigarette morte. D’innanzi a me c’è pure un tavolino di vetro su cui poggio i piedi. La mamma di Massimo ce lo regalò quando lui si prese la laurea. A quello ci aggiunse pure mezzo chilo di mozzarella di bufala campana.
Con una mamma del genere non mi meraviglio affatto che quel povero ragazzo sia uscito così. In ogni caso lui ci tiene tantissimo (al tavolino, non alla mamma).
Parete 4: Rossa, ma solo a metà perché il periodo comunista riuscì ad esaurirsi insieme a tutto l’entusiasmo proprio mentre la stava ridipingendo. L’altra metà è di un giallo tufo molto pallido e sporco, ma ha una scritta fatta dai precedenti inquilini. Mi sono sempre interrogato sul suo significato. Ogni tanto mi fermo e la fisso, a volte anche per minuti, recita: “siamo maturati: abbiamo messo i peli sull’uccello”. Non so se ne ho ancora compreso a fondo il significato.
Camera mia invece è molto piccola. Ho un letto ad una piazza e mi va bene così, un mare di cd acquistati durante un’adolescenza non convenzionale (per il quartiere in cui vivevo all’epoca, sì, perché a Napoli ogni quartiere ascolta musica diversa) ed un libro di storie zen sul comodino che non ho mai letto.
Ho anche l’intera collezione di scritti di Nietzsche. Questi però li ho letti tutti, lo Zarathustra quattro volte, ma di Wagner non so nulla. Sono tutti di colore giallo, poggiati su una mensola a prendere polvere. Ho anche una scrivania dove faccio finta di studiare con su una lampada economica, una di quelle che quando le muovi fanno un rumore strano, che sembra provenire da un altro mondo. Una volta Vincenzo l’ha descritto come « quello di un vecchio che cerca di scopare ». All’interno ha una lampadina a risparmio, fa una luce biancastra e fredda come le pagine dei libri che studio.
Poi ho pure una maglia da calcio appesa in camera, è falsa ma autografata dal mio calciatore preferito.
La cucina è in realtà quasi attaccata al solotto, che poi tanto salotto non è. Abbiamo un tavolo dove mangiamo quando vogliamo fare le cose fatte per bene (leggete tra le righe: ci stanno femmine a casa) ed una serie infinita di utensili che in realtà non usiamo mai. Manco il forno usiamo mai, nessuno di noi sa come cazzo si accende ed ancora siamo traumatizzati da una vecchia storia di uno che dopo aver preso la casa in affitto ci trovò dei topi morti carbonizzati. Di solito mangiamo come degli zulù, così, schiattati sul divano a guardare le televisione; con i piedi appoggiati sul tavolino e con Massimo che si incazza ma alla fine si calma e ce li mette pure lui.
Il problema è che qui i giorni passano e manco ce ne rendiamo conto, sono anni che lottiamo contro la puzza stantia di sigaretta spenta che si è appiccicata alle pareti. Le abbiamo pulite e persino spruzzato un deodorante che dovrebbe sapere di oceano ma niente, sembra sempre di vivere in un enorme posacenere.
Una volta a Massimo cadde persino una bottiglia di profumo per terra, lì sul pavimento del salotto.
Era nuovo, appena accattato. Parliamo di una di quelle bottiglie di vetro tutte squadrate di quella marca famosa dei due omosessuali che si mettono e si lasciano.
È stata l’unica volta che l’ho sentito bestemmiare. Prima se la prese con tutta la gerarchia angelica, poi col paradiso e dopodiché riuscì ad elencare una trentina di santi tutti nell’ordine del calendario. Dice che quando era piccolo la madre glie li fece imparare a memoria. Maledì anche Cristo, Dio e la Madonna. Ma quelli li lasciò per ultimi, appena dopo Padre Pio.
In ogni caso la puzza di quel profumo da effeminati non se ne è mai andata, ha finito per mischiarsi con quella di sigaretta, generando quindi un nuovo tipo di fragranza.
Una volta venne un mio amico a trovarci a casa, subito dopo essere entrato nel salotto disse che c’era « lo stesso odore della mia ragazza ». Gli chiedemmo chi era la ragazza, non sia mai fosse una passata per casa nostra durante qualche serata “storta”.
« No, tanto non la conoscete. È di Giugliano, fa la fashion blogger ».
Insomma nel caso, molto probabile a dire la verità, che nel futuro nessuno di noi riesca a trovarsi una povera crista disposta a sposarci potremo vivere qui e così per sempre.
Com’è che diceva quel famoso poeta?
Si sta come sugli alberi… ‘e zoccole.
 – Fabrì, siamo a casa! Miett’t e cazun’* che ce sta ‘na bella notizia!
 – Oilloc’!** E quale sarebbe sta bella notizia?
Amm’ accattat’ a cart’ p’o’ cess’!***

*Mettiti addosso i pantaloni.
** Ecco qui.
*** Abbiamo acquistato la carta igienica.

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Eh, ce ne sarebbero di belle da dire (cit.)

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