Il demiurgo. – Episodio Quattro – Capitolo IV.

Capitolo IV

È assurdo quanto possano essere squallide tre persone buttate su un divano. Un groviglio di anime, pelle finta, briciole, sudore e spiccioli persi chissà quando. Il riflesso blu della televisione poi è la cornice perfetta.
Oh ma poi hai capito chi è chill? – fa Vincenzo.
Chi Vincè? – risponde Massimo guardandolo con gli occhi al di sopra degli occhiali, in quello spazio che si viene a creare tra il bordo degli stessi e le sopracciglia, insomma una di quelle pose sputtanatissime.
Quello che ti ha graffiato la macchina.
No ma se lo acchiappo…
Che ci fai Massimì, eh? che gli fai? – suggerisco io col mio sorrissino beffardo, uno di quei sorrisini che fanno le persone quando vogliono far finta di stare al gioco in una situazione che li mette a disagio.
O’ scass’ a cap, c’aggia fa* Fabrì?
Statt’ accuort Massimì che mi sa che ti sporchi pure il vestito buono, a proposito ma lo tieni addosso pure quando stai schiattato sul divano? Fosse questa la nuova fiamma di cui parlavi?
Statt’ zitt Fabrì, il vestito lo sto tenendo addosso per un paio di giorni in modo che capisco se va bene per il colloquio.
Tu hai perz’ a capa Massimo. Questa è n’altra delle fissazioni tue, come quella volta che andasti a fare shopping con tua mamma e vi siete accattati mezzo negozio, pantaloni laschi** compresi che poi non hai più messo.
Che non ho ancora messo Fabrì, non ancora.
E grazie che non l’hai messi Massimì, quando t’ho visto con quei cosi addosso parevi arlecchino che aspettava a pulcinella per andare a puttane.
Uagliù stat’v zitt’ ca nun riesco a seguì o’ film. – dice Vincenzo, interrompendo questa altolocata conversazione.
Vincè ti ricordo che stamm’ guardann’ Scarface. E che l’abbiamo visto cento volte, se il lettore DVD potesse sputarci il disco in faccia l’avrebbe già fatto.
Maronna mia sto film, non finisce mai.
Massimì tu pienz’ o’ pantalone che mo’ Al Pacino accire*** all’infame.
Boom. L’ha acciso, e mo’ camma fa?
E che cazz’ amma fa Fabrì? Apriamo il vino.

A chi tocca alzarsi? Ovviamente a me, e quando mai. E quando mai, e quando mai, e quando mai che non tocca a me. E sapete pure il perché? Sono stato l’ultimo a mettere i soldi per l’affitto. 
Si io lo so, capisco quello che volete dire ma da noi funziona così. L’ultimo che mette i soldi sul tavolo quando si deve pagare l’affitto è anche quello che deve alzarsi dal divano quando gli altri si cacano il cazzo di farlo. È l’incentivo perfetto, il deterrente più adatto ad evitare ritardi nei pagamenti. Ed in una casa come la nostra di affitti pagati in ritardo sapete quanti ce ne sono stati? Zero.
Ah no ma questo ve l’avevo già detto.
Ovviamente ora so cosa vi starete chiedendo: uno tiene la fatica e quindi ha senso che si può pagare l’affitto, ma gli altri due? Uno passa tutto il suo tempo a cercare un sinonimo di “disoccupato” ed io non faccio una minchia dalla mattina alla sera… come si fa? È semplice, a Massimo i soldi glie li passa la santa donna della madre, è una sorta di incentivo al trovarsi un lavoro. E per quanto riguarda me… vedete, non è vero che non ho mai fatto un cazzo in tutti quegli anni all’università.
Io campo con le lettere. E questa cosa ha ben due significati.
Il primo riguarda il fatto che una volta l’anno mi trovo con degli amici, o meglio sarebbe dire con delle persone giuste ed insceniamo un incidente. Alle volte non insceniamo proprio niente ma ci mettiamo d’accordo con un amico nostro che fatica come porta caffè da un avvocato. È uno che cominciò l’università con me ma è riuscito a finirla. Una volta gli feci un favore coprendolo con la fidanzata la sera che si volle a forza chiavare un’altra. Mi inventai una sorta di discorso che manco Demostene e riuscii ad apparare. Lei era davvero una brava ragazza, una di quelle bruttine ma che compensano con un carattere da sante. Se le dici che ti andrebbe di mangiare delle melanzane a fungetielli è capace pure a cucinartele la sera stessa. Insomma a me queste non so mai piaciute, so’ donne semplici, le fai fare due risate e le tratti bene per un paio di sere e cadono ai tuoi piedi. Cominciano ad adorarti, ascoltare la musica che ascolti tu, avere le tue stesse opinioni politiche e sociali (o asociali), a cercare di convincerti che devi studiare, che è per il tuo bene. Quando le porti a casa socializzano subito con tua madre e l’obbiettivo di raddrizzarti diventa il loro unico scopo di vita. Ed allora finisce tutto, finisce anche il fascino dello sfessato però buono che le ha inizialmente attratte. Ed a quel punto ti ritrovi con una seconda madre e gli amici che ti sfottono: « Oè ma come s’è fatta cacacazza chella uagliona tua? Ma chi è? Mamm’t? » e tu l’unica cosa che puoi suggerire come risposta è il fatto che comunque con questa ci fai sesso.
Ma poi finisce che manco chiavartela diventa possibile perché il sistema delle retribuzioni sessuali diventa proporzionale alla quantità di esami fatti. 
Insomma un incubo. Non le puoi nemmeno lasciare perché cercano di convincerti che « Visto che ti conosco meglio di come tu conosci te stesso, so benissimo che questo non è né quello che vuoi veramente né la scelta giusta per te ». Insomma se ci sono dei casi speciali in cui l’omicidio dovrebbe essere permesso… eccone qui uno. Avanti signor legislatore, cosa aspettiamo?
Lo so, sembra un incubo da cui è impossibile uscirne, ma alla fine è facile. Basta fare lo scemo con una cessa qualunque davanti ad una delle sue amiche pidocchiose e subirsi qualche giorno di pianti ed insulti. Dopo un mesetto di sofferenze si trovano un altro disgraziato peggio di te di cui possono prendersi cura.
Di solito quando ti rincontrano capiscono perfettamente se sei tanto disperato da provare addirittura a richiavartele ma di solito non ci cascano, ti rispondono « ma che fai, guarda che adesso siamo solo amici ».
Fabrì, ma quant’ ce vò per aprì stu cazz’ e vino?
– Arrivo uagliù, arrivo.
Marò, sto divagando. In ogni caso una truffa annuale all’assicurazione e la scrittura di lettere d’amore dietro adeguato compenso prevedono abbondantemente al mio sostentamento. Di solito mi rimane pure qualcosina da mettere da parte ma non l’ho mai fatto. Come quando mi iscrissi in palestra, ci sono andato solo una volta.
I miei clienti di solito sono persone che non parlano nemmeno italiano. Una volta in “aula studio” a giurisprudenza c’era l’amico di uno che conoscevo e che non riusciva a rimettersi con la fidanzata: voleva scriverle una lettera solo che non era capace. Glie ne scrissi una in trenta secondo utilizzando le metafore più sputtanate e prevedibili, i luoghi comuni più ignobili, le cazzate più indicibili. Credo sia innumerevole l’uso che ho fatto della parola “stelle”. Lui mi chiamò il giorno dopo dicendomi che non solo si erano rimessi assieme ma che si sarebbero pure sposati. Era un bravo ragazzo, campava come gommista e arrotondava lo stipendio rivendendo delle dosi di marijuana che acquistava a Scampia. Ci demmo appuntamento sotto la facoltà di Sabato pomeriggio. Mi diede cento euro con la promessa di portarmi altri clienti. Io risposi stringendo le spalle.
Adesso ho un vero proprio giro fatto di spacciatori, carcerati, ex-carcerati, delinquenti da vicolo e guappi di cartone. È un irreale clientela di disperati e reietti disposta a spendere soldi nel modo più assurdo. Spesso mi guardano con l’aria da criminali come se fossi membro di una società aliena di cui ignoravano l’esistenza. Si mostrano a me come duri, come degli pseudocriminali inflessibili disposti a tutto, spesso mi parlando utilizzando frasi di film che hanno diligentemente imparato a memoria, mi trattano come tratterebbero un avvocato: un essere viscido che se potessero eliminarlo l’avrebbero già fatto ma a cui sono costretti a rivolgersi. Li rifornisco costantemente di lettere d’amore. Duecento euro una pagina, trecentocinquanta con poesia annessa, cinquecento con poesia in rima su pagina a parte e font in stile. Di solito faccio piccoli sconti per quelli che mi stanno simpatici, ma alle volte chiedo anche un sovrapprezzo in caso di corna da parte di lui.
Non ho mai avuto avuto il blocco dello scrittore d’innanzi a quei soldi facili, e non credo che l’avrò mai.
Comunque eccoci qua d’innanzi all’ennesima bottiglia di vino da quattro soldi.
Uagliù camma fa sta sera? – suggerisce Vincenzo prima di dare un lungo sorso.
E nun o’ sacc’ Viciè – suggerisce Massimo
Che ci sta Vincè? Hai saputo niente? – suggerisco io versandomi il secondo bicchiere.
Fabrì ci stanno tre opzioni: Possiamo andare giù dal Lavamunnezza (nome in codice di un baretto che compra alcolici di scarto all’ingrosso, noto per drink e aperitivi a basso prezzo); possiamo andare a Piazza Bellini a vedere chi si sta e poi decidiamo oppure ci stanno pure i fratelli Picariello che fanno una festa a casa loro, dice che sta pieno di zoccole, alcune stanno a fa l’Arrasmus.
Vincè si dice Erasmus. E-R-A-S-M-U-S.
Si vabbuò ma a me che me fotte? Basta che si chiava…
Vinciè l’ultima delle feste a casa Picariello è finita con Massimo con la capa nel cesso e tu che ti sei chiavato a quella che poi voleva il passaggio fino a Mergellina e tu l’hai messa in taxi senza darle una lira.
E si vede che per pagare la corsa s’è chiavata pure al tassista.
Uagliù scartiamo casa Picariello, quella è pure na zona di merda – fa Massimo con aria preoccupata – finisce che ci rapinano pure.
Massimì ma che ci devono rapinare, che si fottono? Non teniamo un cazzo.
E questo pure è vero.
Vabbuò facimm’ na cosa, andiamo a Piazza Bellini a vedere che si dice.
No uagliù a Piazza Bellini no, lo sai che poi rimaniamo là quattro ore senza fare un cazzo.
Fabrì ma a noi che ce ne fotte? In ogni caso che ore sono?
Sono le 23:30 Viciè.
Ah vabbuò è presto ancora, finiamoci la bottiglia di vino e poi vediamo.
Vabbè ma allora che facciamo?
Io ho ordinato tre pizze prima.
A che ora? E che ti hanno detto?
Hanno detto dieci minuti, ma le ho ordinate tre ore e mezzo fa.
È colpa del weekend che si è allargato. Prima si usciva solo il Sabato, poi il Venerdì, il Sabato e la Domenica e mo’ Giovedì, Venerdì, Sabato e Domenica.
La bella vita.
La bella vita sì. Fai ‘na cosa richiama a chill’ omm’ e merd’ delle pizze che se no gli appiccio**** il locale.
Viciè è il tuo datore di lavoro, non gli appicci proprio niente.
Una volta lo stavo facendo, ma è stato per sbaglio.
Mi squilla il telefono. Chissà chi cazzo rompe i coglioni.
Pronto?
Fabrì venite a piazza Bellini che ci stiamo organizzando tutti per andare a ‘na festa.
Si mo’ veniamo, dieci minuti.
Tutti e due mi guardano interdetti, come chissà chi mi avesse chiamato. Chi cazzo doveva chiamarmi, la NASA?
Fabrì chi era?
Era Alessandro.
Alessandro chi? Quello dell’università o Alessandro ‘a percoca?
Era la percoca, ha detto di andare a Piazza Bellini che si stanno organizzando per andare dai Picariello.
Ah, e perché gli hai detto dieci minuti? Dobbiamo ancora mangiare.
E lo sai perché, là il tempo si dilata. Dieci minuti o dieci ore è lo stesso.
Uagliù levatemi una curiosità – fa Massimo un po’ perplesso – ma perché lo chiamano “‘a percoca”?
E secondo te perché Massimo? Perché sta semp’ ca cap’ rint’ o’ vino.
Ah.

Gli rompo la testa. Cosa altro dovrei fare?
** Larghi.
*** Uccide.
**** Voce del verbo “appicciare”: dare fuoco.

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Eh, ce ne sarebbero di belle da dire (cit.)

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