Il demiurgo. – Episodio Cinque – Capitolo V.

Capitolo V

L’umanità puzza, ha un odore di marcio stranamente dolciastro: dolce come un cocktail, marcio come del sesso andato a male. Insomma, l’odore che si respira a queste feste è proprio questo, un distillato di pura essenza di umanità, puro squallore, pura meschinità.
Ed eccoli lì, gli uomini che non toccano cute femminile da mesi (se non anni) che si fiondano sulla povera cretina Erasmus di turno. Se la guardano, la puntano con fare da cacciatori e poi esauriscono il repertorio delle figure di merda nel giro di cinque minuti.
In realtà altro che cinque, ne bastano due o al massimo di tre, prima che la poveretta in questione perda interesse. Una volta capito che quello che ha di fronte è solo l’ennesimo disperato senza una fetente di lira, tenderà subito a chiudere la già breve conversazione con tanti piccoli silenzi imbarazzanti interrotti solo dai tentativi lui che pone delle domande a cui poi finisce per rispondersi tristemente da solo:
– Ah e quindi sei spagnola?
– …
– Certo sì, giusto, mi avevi detto che sei di vicino Barcellona.
– …
– Senti ma è vero che a Barcellona le scritte nei musei sono metà in spagnolo normale e metà in quello tipo che parlate voi? Come è che si chiamava?
– …
– Ah sì, il Castagnano. O era Cabalano? Vabbè fa niente.
– …
– Oh, ma dove vai?
Insomma scene che conosciamo tutti.
Se non fossi troppo nauseato ed allo stesso tempo spaventato da tutto ciò me ne starei beato a gironzolare per la casa ridendo di quello che mi circonda.
Invece no, sono schiattato su un divano strisce gialle a distruggermi di sigarette sorseggiando uno squallido vodkapescalemon che ovviamente non mi ubriacherà. 
A dire la verità la casa dei Picariello non è così male. A viverci sono in tre: due fratelli disadattati, un amico sociopatico ed in più un pianoforte scassato che sulle note alte ricorda il verso di uno scoiattolo epilettico. I miei coinquilini gironzolano per la casa come cani randagi. Vincenzo ha già scelto una vittima ed è anche ad un passo dal conquistarla. Lo guardo mentre scherza con lei, le sorride ed allo stesso tempo le sbircia la scollatura senza troppa vergogna. Massimo invece è terrorizzato da ogni donna presente e preferisce stare con i maschi. Lo vedo mentre cerca di stare al passo con le conversazioni, di aggiungere qualcosa al discorso, ma stranamente quando parla è come se nessuno lo ascoltasse. È come se nello stesso momento in cui la bocca si apre la sua voce finisse per essere assorbita da un tunnel spazio-tempo che teletrasporta il suo parlato in un universo parallelo dove nessuno lo può ascoltare; dovrebbero intervistarlo in quelle trasmissioni TV dove parlano di UFO e fantasmi: « Signore e signori il prossimo servizio è sull’uomo che quando parla in realtà non parla perché tutto quello che dice finisce in un’altra dimensione! ». Mamma mia, che povero cristo; comunque la teoria degli universi paralleli mi ha sempre affascinato: statisticamente parlando ce ne dovrebbe stare pure uno dove ci sta uno tale e quale a me solo che fa il barbiere, pippa cocaina, ascolta musica ambient e tiene i capelli pittati di viola. Che fatti, mi piacerebbe andarlo a trovare.
Io invece continuo a stare in questo universo, scientificamente definito come l’universo dove tutti si cacano il cazzo. Più precisamente sto ancora sul divano mentre guardo chissà quali fantasmi. Una bruttina leggermente in sovrappeso si interessa a me e si avvicina con la scusa dell’accendere una sigaretta. Mi fa delle domande ma io smozzico risposte. Cosa faccio nella vita? Ho davanti a me un’eternità ma mi sembra di non avere il tempo di spiegarglielo. La liquido dicendo che non mi sono ancora laureato. 
Lei lavora già in uno studio di avvocati ma dice che la sfruttano; io invece le chiedo se le piacciono le riviste di meccanica. A me non piacciono, non ci capisco un cazzo di macchine.
Dio mio, sono solo. Ho bevuto tantissimo e non sono nemmeno ubriaco, mi gira solo lo stomaco. Mi accendo un’altra sigaretta, l’ennesima, e sento che sta volta mi impasta la bocca e brucia la gola.
L’alcol pesante è finito, è rimasto solo dello squallido vino rosso che sa di metanolo: è dentro una damigiana pesantissima da non so quanti litri. Ondeggia tra le persone, gira di bocca in bocca. È paradossale osservare quanta fatica muscolare sia richiesta solo per sollevarla quella damigiana, anche perché stiamo parlando di gente che normalmente non alzerebbe un dito nemmeno se fossero pagati. Ripenso a quella storia secondo la quale gli esseri umani usano solo il venti percento delle capacità e della forza del loro corpo, ma che in particolari situazioni di pericolo possono anche alzare la percentuale fino all’ottanta o addirittura novanta. Secondo me sono stronzate, questa è l’era nella quale la prospettiva di essere anche solo un pochino più ubriachi rende le persone in grado di compiere qualsiasi sforzo sovrumano.
Fa caldo ed è impossibile respirare, l’aria sembra andata andata male o addirittura via per sempre, sostituita da fumo ed alito di vino.
Mi alzo, e vado a vedere che si dice:
– Uagliù si sta facendo tardi, cosa vogliamo fare? – dice uno.
– Non lo so – rispondo – sarà magari il caso che ce ne andiamo.
– Si anche perché qua femmine buone non se ne vedono – mi risponde il semisconosciuto – in ogni caso non ci siamo ancora presentati, mi chiamo Mario.
– Piacere di conoscerti, io sono Fabrizio.
Mi stringe la mano e già capisco con chi ho a che fare: quando avevo diciassette anni tendevo a stringere forte la mano a tutti, maschi e femmine mosce comprese, perché volevo far vedere che ero forte. Poi a diciotto conobbi, in un bar in un noto paese del casertano, un tizio che sembrava essere stranamente rispettato da tutti. Ci stringemmo la mano ed io andai con la mia consueta finta forza, lui invece mi guardò dritto negli occhi ed utilizzò la giusta quantità. Fu allora che capii che l’unico modo per mostrare sicurezza era quello di utilizzare il minimo necessario. Un perfetto incrocio tra autorità e indolenza, quell’indolenza che scaturisce solo dalla mancanza di interesse nella persona che hai di fronte.
Fatto sta che questo mi ha quasi stritolato. Mi chiedo cosa abbia da mostrare.
Ci abbiamo messo due ore e mezza a decidere di venire qui e ce ne metteremo altrettante per decidere di andarcene. La realtà è che nessuno si è divertito, ma sopratutto nessuno qui è venuto con la reale intenzione di farlo. Siamo venuti tutti solo per giocare in difesa, per evitare di non divertirci. Abbiamo dato per scontato che a casa ci saremo rotti le scatole ed allora eccoci qua, di lunedì sera, carichi carichi di belle speranze.
Ah comunque la festa era anche a tema. In particolare “Anni ’20”. Tranne due bionde col cervello grande quando una nocciolina nessuno era vestito come l’organizzatore avrebbe voluto. A dire la verità l’unica cosa in tema con la festa era una piccola bottiglia d’assenzio che girava all’inizio, finita nel giro di pochi minuti se non secondi.
Io comunque alle feste in maschera non ci vado, non mi interessa vestire nessuna maschera. Almeno non una che sia diversa da quella che indosso tutti i giorni.

Annunci

Eh, ce ne sarebbero di belle da dire (cit.)

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...