Il demiurgo. – Episodio Sei – Capitolo VI.

Capitolo VI

Aspettate un secondo.
Sono le quattro di notte e sono ancora per strada?
Ma che diavolo…
Il silenzio che attanaglia la città è spettrale, ma lo puoi quasi vedere. Spalmato sulle mura dei palazzi forma uno strato simile a quello dello smog.
Una macchina passa di tanto in tanto a velocità sostenuta mentre noi trasciniamo i nostri tre corpi sotto la statua di Dante. Ci sono delle panchine e ci fermiamo a parlare, il fatto è che Vincenzo è talmente ubriaco che non si regge in piedi e necessita di sdraiarsi. Massimo sta un po’ meglio ma anche lui sembra provato:
– Uagliù non si può andare avanti così – dice.
– Che c’è Massimì? Ti fosse venuta la nervatura?
– No Fabrì, guardaci. Siamo dei reietti, totalmente incapaci di muovere un dito. Eppure passiamo la vita a costruirci un’immagine che sia in qualche modo attraente e di successo.
– Parla per te Massimì, semmai quello sei tu. E comunque capisco che dici, un’immagine attraente magari, come una di quelle che invitano i consumatori a comprare i prodotti? – rispondo con voce affranta, la stessa di quando comunichi il risultato della partita in cui la tua squadra del cuore ha perso.
– Sì Fabrì, siamo come dei cornetti di nutella.
– A quel punto Vincenzo apre gli occhi e ci guarda. Sospira, ma poi parla:
– E certo sì, siamo proprio dei barattoli di nutella. Il problema è che siamo ripieni di merda.
– Che metafora del cazzo. – dice Massimo.
– Il problema è che Vincenzo ha ragione, Massimì. È un’immagine di successo che però ha le gambe corte e magari pure storte, che non va da nessuna parte.
Nessuno dei due mi risponde, penso che questo sia uno di quei momenti in cui tutta la vita ti passa davanti. Altro che prima di morire, questo genere di cose succede ogni volta che torni mezzo ubriaco da una festa e cominci a piangerti addosso. 
È uno di quei momenti del cazzo perché invidi sia quello che è rimasto a a casa a dormire e che tra un paio d’ore si alzerà per mettersi a lavoro e raggiungere i suoi obbiettivi e sia quello che è venuto alla festa e si è divertito fottendosene di tutto perché la vita è una e sai com’è «uagliù s’adda parià».
Noi invece siamo qua a raccogliere col cucchiaino quello che resta di noi, un po’ come fece Achille quando decise di restituire il cadavere di Ettore al povero Priamo.
– Uagliù basta. – sbotta Massimo con non si sa quale forza. – Basta, basta basta. Non ce la faccio più. Qualunque cosa provo a fare e mi metto in testa di fare ho sempre una voce nella testa che mi dice che devo farlo meglio.
– Massimì n’ata vota co sta storia degli amici immaginari? Ce l’ha già raccontata tua mamma.
– Fabrì statt’ zitt’. Sai benissimo di che parlo.
E certo che lo so, tutti e tre lo sappiamo. Dentro di noi è cresciuto un piccolo mostro. 
Non parlo di una persona in particolare, parlo di un modo di pensare che ti si infila nella testa e condiziona ogni tua azione. Insomma è un po’ come un vero io nella realtà che non vuole mostrare se stessa. È il mostro che parla di cose non vere non perché vuole tenerti celata la verità, ma perché vuole dirti una balla in un modo da farti capire che è una balla, lo fa perché vuole instillarti il dubbio e non risolverlo, gode nel dirti una menzogna facendoti capire che è una menzogna, lo fa perché trova piacere nel far pensare agli altri che non sono degni della verità.
Insomma, un po’ come quei tipi saporiti che quando succede qualcosa e chiedi spiegazioni le danno a tutti ma a te dicono « non ti preoccupà che non è successo niente ».
In ogni caso Vincenzo pare essersi ripreso e decide pure di farci l’onore di mettersi a parlare:
– Uagliù è quasi l’alba, vi ricordate quando andavamo fuori al Castel dell’Ovo a guardarla?
– E chi si scorda.
– Fabrì, ci volessimo tornà?
– No Vincè, no. I tempi sono cambiati.
– Fabrì non è cambiato un cazzo, siamo sempre noi.
– No Vincè, è finito. È finito tutto.
Ora, una delle cose più brutte in assoluto (fin da quando Dio ha inventato i cacacazzi) è quando stai cercando di fare uno di quei discorsi da bello e maledetto, insomma uno di quelli in cui ti spari tutte quelle pose sputtanatissime da artista disgraziato ed uno sconosciuto irrompe ridicolizzandoti:
– Scusa ho capito che è finito tutto, ma non è che ti è rimasta una sigaretta?
Alzo lo sguardo e noto che sono in tre: su per giù nostre coetanee. Una due castane ed una mora.
Aspetta un secondo, ricapitoliamo: Piazza Dante, su per giù le cinque del mattino e tre ragazzi soli e devastati, persino schiattati su una panchina, vengono approcciati da tre ragazze sole ed altrettanto devastate. Insomma, il sogno masturbatorio di ogni congrega di sfigati del centro storico.
È la riscossa di quello che ascoltava gli Iron Maiden da solo in camera quando tutti gli altri si scassavano di Hip Hop e si portavano le bionde frigide a letto. È la legge universale che finalmente si capovolge e porta la giustizia che smette di essere debole con i forti e forte con i deboli.
Ma soprattutto è il trionfo della sfiga che smette finalmente di essere miseria e diventa nobiltà.
– Allora ce l’hai o no ‘sta sigaretta?
La guardo interdetto: è molto carina, sopratutto sotto questa luce soffusa. L’amica di destra è silenziosa e guarda per terra sperando di andarsene il prima possibile. L’altra a sinistra ha lo sguardo totalmente immerso sul cellulare, imperterrita nello scrivere ad un virtuale ex ragazzo o migliore amico gay. Sono tutte e tre molto carine ma quella col cellulare ha dei tratti che sembrano cambiare aspetto a seconda dell’angolazione in cui la guardi: passa dal sembrare una commessa stupida all’assumere dei tratti che ricordano Jessica Alba.
Massimo ovviamente ha visto il lato Jessica Alba e se ne è innamorato subito.
Lascialo perdere all’amico mio, te la do io la sigaretta. – Sbotta Vincenzo con non so quale energia ritrovata.
– Grazie, mi fai anche accendere?
– Tiè.
– Grazie, noi ce ne andiamo.
– Aspettate un secondo, – fa Vincenzo con fare da tipo saporito – ma cosa ci fanno tre belle ragazze sole nella notte?
Nulla, tornavamo a casa e ci era venuta voglia di mangiare un cornetto alla nutella.

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Eh, ce ne sarebbero di belle da dire (cit.)

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