Il demiurgo. – Episodio Sette – Capitolo VII.

Capitolo VII


Ve l’ho detto all’inizio che non ho la più pallida idea di come si scriva un libro. Non saprei proprio da dove cominciare, fare un buon lavoro poi… lasciamo stare.
Per carità il concetto di “buon lavoro” è anche relativo, però mi sa che una delle prime cose è il saper dare delle descrizioni accurate.
Allora facciamo una cosa, proviamoci: è sabato pomeriggio e sono steso sul letto a pensare e… Ok aspettate un secondo che devo pensare un secondo a cosa scrivere.
Cazzo quant’è difficile.
Va bene ricominciamo.
Sono sdraiato sul letto a pancia sotto. La mia guancia sinistra è affondata nel cuscino che odora di alito mattutino misto a sigarette (tanto per cambiare) ed il mio occhio sinistro è chiuso, schiacciato sotto il peso del mio viso. Con quello destro guardo la tenda che sbatte leggermente contro il vetro della finestra, spinta da uno spiffero che proviene chissà da dove. Una musica truzza, proveniente da bar dietro l’angolo, rimbomba nel vicolo. Non vedo il cielo, ma immagino sia bianco. È inverno ed anche l’aria è bianca e non sa di niente. Ho il collo sudato, è una sensazione appiccicosa e fastidiosa. Come se un animale mi avesse leccato senza aver chiesto il mio permesso. In bocca ho un sapore acido, forse è nausea.
Mi viene da pensare a quando avevo sedici anni e correvo sotto la pioggia.
All’epoca non esistevano i lettori mp3 ed ero costretto a girare con quei lettori cd portatili che se li scuotevi un po’ si fermavano lasciandoti lì appeso, senza musica.
Erano molto comodi ed avevano anche senso. Mettevi un disco dentro e potevi ascoltare solo quello, ti obbligavano a farti piacere le cose.
I gusti sono così, spesso dipendono dalle necessità.
Non ascolto musica con l’intenzione di farlo da non so quanto, forse anni.
Sono continuamente bombardato, esposto ad ore ed ore di aria vibrante che non mi genera più nessuna emozione.
Ho sempre avuto l’istinto feroce della condivisione musicale, ho sempre seppellito le persone che mi erano care sotto megabyte e megabyte di mp3 che condividevo via MSN Messenger. Ho sempre avuto l’impressione che a loro non interessasse, che lasciassero quegli mp3 ad invecchiare nei loro hard disk. Invecchiare nel solo modo in cui il digitale può invecchiare: dimenticato senza nemmeno un filo di polvere.
Uffa lo vedete che non so scrivere? Quante volte ho ripetuto “ho sempre”?
Viviamo in una società dove anche il cretino è specializzato (ok lo ammetto questa l’ho fregata ad Ennio Flaiano). Io mi volevo specializzare nella musica.
Non avevo scelta, era l’unica cosa che potevo fare.
Non so perché non ho mai imparato a suonare uno strumento, il che è una contraddizione perché avrei voluto specializzarmi. È che in realtà dentro di me forse sentivo di non esserne capace.
Forse perché sapevo che l’avrei fatto solo per un impulso narcisistico, per realizzarmi di fronte agli altri. Non c’era nient’altro che sapessi fare. Simpatico tanto non sono mai stato, figurati socievole.
Mi hanno fatto schifo tante cose però. Ho dovuto ingoiare quantità di melma che non mi andava bene per non so quanti anni.
Una volta un professore del liceo mi disse che una torta fatta di merda è la perfetta metafora dell’esistenza, ogni giorno te ne mangi una bella cucchiaiata. Quando hai finito però non puoi alzarti ed andartene a vomitare, ti tocca metterti e produrne tu una di torta, in modo da poter dare a mangiare a qualcun altro.
Quel professore fu lo stesso che mi disse che ero brutto. Aggiunse anche « non preoccuparti però, tieni a mente che il brutto è erotico ». Non ho mai capito cosa in realtà volesse dirmi. Fatto sta che gli avrei sputato in faccia.
Una volta fuori scuola uno che manco conoscevo mi aggredì verbalmente senza motivo. Era uno della Napoli sporca ed altolocata che ho sempre temuto. Non dissi niente, mi rimisi gli occhiali da sole e me ne andai.
Chissà, magari sono solo nato su una nuvola diversa.
Sono sceso poco dopo pranzo a farmi una passeggiata, mi piace camminare e fumare nella città deserta. Ho incontrato di nuovo quelle tre stronze dell’altra sera.
Sono andato a prendermi un caffè con loro.
Sembrerebbero interessate ma non ho voglia.
Quando lo dirò a Massimo finirà per vomitarmi addosso i peggio insulti per non averle portate a prendere un caffè a casa con noi tre.
Non ne avevo voglia.
Abbiamo parlato del più e del meno ma con un po’ di enfasi sul meno: mi hanno raccontato tutta la loro vita ma mi dispiace, non mi ricordo nulla. Ve l’ho detto che non ho idea di come si scrive un libro. Dovrei cercare di raccontare una storia ma non ci riesco, non solo non so come si fa ma non c’è proprio nulla da raccontare. In questa cavolo di vita no succede mai un cazzo, è tutto sospeso ad un filo invisibile.
Comunque la mora con le lentiggini e lo sguardo malinconico è interessante.
Non so se mi fa pena, non so se mi attira. Mi da l’idea di una che si è arresa alla pateticità dell’esistenza.
Mi ha guardato solo un paio di volte, accennando anche un sorriso triste.
Qualche anno fa me ne sarei innamorato immediatamente, adesso penso solo al fatto che ho voglia di andare a casa e schiattarmi sul letto.
Chissà come mai non mi decido ad aprire quel libro di diritto penale.

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Eh, ce ne sarebbero di belle da dire (cit.)

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