Il demiurgo. – Episodio Otto – Capitolo VIII.

Capitolo VIII

– Vincè, che ore sono?
– Eh, nun o’ sacc’ Fabrì.
– Sono le ore di ieri a quest’ora Fabrì.
– Massimì ma quanti anni tieni? Manco alle elementari si faceva sta battuta di cazzo.
– È l’una e diciassette Fabrì, l’una e diciassette.
– E manco sta sera s’è chiavato…
– Tu una cosa in capa tieni, Vincè.
– Esatto, fai ‘na cosa, passami n’altra sfogliatella Massimì.
Non capirò mai come in questa casa si possa tirare avanti a sfogliatelle e sigarette. Il palliativo perfetto per sopperire alla voglia del non campare.
– Com’è andato il colloquio Massimì?
– Come vuoi che sia andato Fabrì, mi hanno telefonato un’ora prima di sostenerlo chiedendomi se fossi laureato in medicina.
– Ah sì? E tu che hai risposto?
– Ch’ero laureato in lettere moderne.
– Ma tu sei laureato in architettura Massimì.
– Eh lo so, ma a sto punto è la stessa cosa. Quasi quasi chiedo al principe se mi piglia a faticare come barista.
– Come se tu sapessi come si fa un caffè.
– Eh mi posso sempre imparare.
– Si, come ti sei imparato ad andare in moto. Quella povera maronna della tua ex ancora si ricorda di quando ti sei quasi inchiommato nel murales di Che Guevara.
– Vabbuò statt’ zitt’ Fabrì, senti una cosa, ma i chitarristi tengono i calli sulle dita?
– E dove li dovrebbero tenere Vincè? In culo?
– No, è che mi chiedevo se Noel Gallagher teneva i calli sulle dita.
– Vincè Noel Gallagher suona la chitarra, quindi tiene i calli sulle dita.
– Ah – fa Vincenzo sputacchiando un po’ di sfogliatella qua e là – quindi se mi mettessi a suonare la chitarra potrei dire di avere le dita come a Noel Gallagher?
– Sì, però non potresti dire di tenere i suoi soldi.
– E nemmeno di chiavare come chiava lui.
– E dai ma allora è vero che tieni ‘na sola cosa in capa.
– Sentite uagliù, andiamoci a fare un giro.
– Ma addò iamm’ Massimì? È l’una e mezza.
– Ma ‘sti cazzi andiamoci a bere na birra dal kebabbaro.
– I kebabbari sono musulmani, non vendono alcolici.
– A Napoli si Fabrì, devono campare pure loro.
Una tradizione culinaria fatta di pizze, panzarotti, palle di riso e fritture varie distrutta da dei pakistani che vendono carne di, dio solo sa, quale animale (ndr. il libro non è aggiornato alla più recente invasione di patane fritte che ha devastato la città di Napoli).
In ogni caso la notte napoletana è curiosa: durante la settimana aleggia un silenzio tombale misto ad aria di rapina imminente che farebbe cagare addosso pure Tony Montana strafatto alla miglior cocaina del Rione Traiano. Un’aria che ti fa evitare di guardare negli occhi chiunque, per paura che possa venirti vicino ed accoltellarti perché l’hai guardato in un modo che ha capito solo lui. È un’aria pesante e calda, non importa in che mese stai, fa sempre caldo. È un’aria dove tutti quelli in cui ci si muovono fingono sempre di essere a loro agio oppure più semplicemente fingono di essere ubriachi per far vedere che non hanno buttato l’ennesima serata nel cesso.
Di solito puoi incontrare anche uno di quei barboni/maniaci che ti insultano oppure ti danno a parlare. Uno di quelli che solitamente ignori e mandi a quel paese (sopratutto quando chiedono soldi) ma che quando ti ci fermi a parlare hai sempre la sensazione che da un momento all’altro possano dirti una di quelle frasi che finiranno per cambiarti l’esistenza. È comunque solo una sensazione, dopo due minuti ti viene voglia di buttarti in uno sputnik della munnezza pur di non starli più a sentire.
Ci sono un sacco di manifesti in giro, tutti abusivi.
Macchine parcheggiate sul marciapiede. Alcune sono addirittura tra il marciapiede e la doppia fila. È un qualcosa di indescrivibile, puro virtuosismo d’inciviltà. Un po’ come se un difensore segnasse un goal di mano in fuorigioco.
– Il kebabbaro è chiuso. Saliamo a Bellini?
– Non vedo nulla di peggio da fare, saliamo?
– No uagliù no.
– Fabrì ma poi a quelle tre le hai più riviste?
– No.
– Perché non le hai fatte salire a casa nostra domenica scorsa?
– Perché non mi andava Massimì, non mi andava.
Comincia a piovere.
– Mannaggia al Beato Angelico.
– Non bestemmiare Vincè.
– Non è una bestemmia, il Beato Angelico era un pittore.
– E questa dove l’hai letta?
– A scuola Massimì, se no che cazz’ ci andavo a fare? Se non per guardare i perizomi di quelle sedute davanti a me ovviamente.
La pioggia napoletana non è come quella di del nord, non è quella specie di nebbia liquida che ti consente di andare in giro senza ombrello (per poi ritrovarti tutto bagnato). È una pioggia brutta, rancorosa, inutile. A volte acida, è esattamente come i pensieri che aleggiano nelle teste che bagna.
– Uagliù iammun’cenn’ a casa.
– Mi pare ‘na buona idea.
Sono le due di notte, non c’è un’anima in giro. Niente se non qualche motorino che sfreccia come al solito. Mi chiedo come mai il motorino sia una componente così importante dell’esistenza in questa città. Certe persone ci vivono su quei cosi. Tipo quei cosi mitologici, centauri: sono metà motorino e metà criminali. Insomma, ci siamo capiti.
Ho perso il filo dei miei pensieri. Ah sì, volevo dire che c’è il nulla in giro.
Ma poi una sagoma sbuca dal nulla.
Si avvicina lentamente.
– Ma che ci fa una mamma con un criaturo sul passeggino a quest’ora?
Si avvicina sempre di più.
Cammina goffamente, forse è ubriaca o magari semplicemente grassa.
– Uagliù sta scena è assurda, mi sa che abbiamo fatto bene a scendere.
Continua a piovere, c’è un odore insopportabile di umidità e acqua piovana mista a rimasugli di copertoni.
– Oh, ma sta venendo verso di noi.
– Aspetta Fabrì, ma quella non è una donna.
– E no che non lo è.
– E quello nel passeggino non è manco un criaturo.
– Uagliù aspettate un secondo, è un cazzo di venditore di ombrelli.
– Da dove cazzo è uscito? Ma questo va in giro a quest’ora aspettando che piova?
– No macchè, è uscito da sotto i sampietrini Vincè, questi escono da sotto i sampietrini. Vivono proprio là sotto. Appena piove spuntano come i funghi.
– Mi sa che i funghi se li magnano loro per trovare la forza di campare così.
– Tanto comunque non saranno mai più patetici di noi, abbiamo tutti i piedi bagnati…
– Fabrì ti ricordi di quella volta in cui incontrammo il nostro professore del liceo ubriaco alle tre di notte a via Bausan?
– E chi si scorda Massimì, e chi si scorda.
– Beh, mi pare che sta là.
– Ma chi, l’ombrellaio magico?
– No ma quale ombrellaio Fabrì, guarda bene, è iss.
– Uh maronna mia, lo andiamo a salutare?
– Ma quale salutare, portiamocelo proprio a casa.
Se tre coglioni che girano sotto la pioggia facendosi domande su un venditore di ombrelli extracomunitario ed abusivo sono patetici cercate di pensare ad un vecchio seduto su un’aiuola che impreca sotto la pioggia perché non riesce a mandare un SMS.
– Professore, tutto bene?
– Chi è?
– Professore si ricorda di noi? stavamo in classe sua, terza C, italiano e latino.
– Eh?
– Professore ma lei è tutto bagnato vuole salire a casa da noi?
– EH?
– Uagliù chist’ ha perz’ a cap’. – Fa Vincenzo un po’ preoccupato.
– Professore?
Sento una mano che mi tocca la spalla. Ok ci siamo. La rapina tanto temuta è finalmente arrivata.
Sto per voltarmi.
Tre.
Ora ci accrastano.
Due.
Siamo solo tre piscettoni.
Uno.
– Prego signore tu volere accattare ombrello? Treuro piccolo cingue grande!
Ma vafammoc.

Annunci