Il demiurgo. – Episodio Due – Capitolo II.

Capitolo II

Per molte persone, come per me, deve essere difficile vedersi scavalcare nella vita da altri più giovani e magari anche più stupidi: nell’ambiente universitario accade facilmente, gli anni passano mentre tu sei ancora a sbattere la testa sui libri e quello che ti chiedeva di stare zitto durante i corsi perché non riusciva a seguire ora è assistente del professore durante l’esame che stai per sostenere.
Non so quante volte ho sentito questa sensazione che ti corrode l’addome giusto giusto mentre aspetti di essere chiamato: è come un serpente che morde a casaccio perché non ha capito bene dove hai il fegato. Sosterrai il tuo esame e sai già che quando vedranno la data di iscrizione all’università scritta sul libretto ti riterranno un coglione che non può andare oltre il 24 anche se è preparato da mettere le palle in testa a mezza facoltà. Un pregiudizio infame, ma dopotutto è l’ennesima scusa reale dietro la quale non ti puoi nemmeno più nascondere.
In ogni caso mi chiamano: vado, mi siedo, lotto, rispondo colpo su colpo, invento cose verosimili quando non so, ce l’ho quasi fatta, mi bocciano.
Porca troia.
Un altro mese su sto cesso di libro puttana Eva.
Esco fuori dall’aula e tiro un sospiro di sollievo artificiale, mi guardo in torno e finisce pure che squilla il telefono: la mia suoneria della venticinquesima sinfonia di Mozart (la piccola in Sol Minore) è diventato un marchio di fabbrica, solo un tamarro che finge di essere colto come me può avercela.
– Pronto? (Il mio rispondere a telefono è sempre un interrogativo irrisolto).
– Uè, so io.
– Manco Freud ti darebbe una risposta così. Che c’è?
– Hai accattato la carta igienica?
– No, lo sai che mi metto vergogna.
– Ma come, e scusa ed io dopo caffè e sigaretta come faccio.
– Scendi e vai tu. Senti ma non è che hai sentito a Massimo?
– No ma mi pare che oggi teneva il colloquio. Comunque mo’ sto faticando, a proposito come è andato l’esame?
– Stai faticando? E parli al telefono?
– Già è tanto che non sputo sulle pizze che servo, figurati se mi faccio il problema di servirle fredde, si può sapere come è andato st’esame?
In lontananza si sente «Viciè! Due margherite ed una bufala al tavolo!»
 – Una chiavica, come vuoi che sia andato.
– Ok facciamo così: sta sera mi fotto una bottiglia di nero d’avola al ristorante.
«Viciè ma si può sapé che cazz’ stai facenn!?»
– Vedi di non farti licenziare che l’altra volta pure ci sei andato vicino.
– Tranquillo dopo che mi sono fottuto la figlia del proprietario che vuoi che sia una bottiglia di vino, ciao, accatta la carta da cesso.

Che bella conversazione, tipica dei migliori amici. Cose da fare? Caffè dal principe (noto bar in zona universitaria gestito da analfabeti scostumati) e poi supermercato per cercare di superare i miei limiti e comprare quella cazzo di carta cesso.
Bocciato all’esame o meno, mi sento più leggero.
I lunedì di gennaio sono sempre orribili, questi qui nuvolosi poi… una città come questa con le nuvole non dovrebbe avere niente a che fare.
Il supermercato odora di frutta, verdura refrigerata e carne rancida, che belle combinazioni, chissà se sono volute.
Entro e mi aggiro per il locale alla ricerca della carta igienica. La trovo, la punto, le giro intorno ma non riesco a metterla nel carrello. Una ragazza molto carina mi passa affianco canticchiando (male) una canzone che sta ascoltando a tutto volume sull’ipod pezzotto* da 30€.
Sono bloccato, ora non la raccoglierò mai. Non la carta igienica ovviamente, parlo della forza di andare lì e prenderla.
Diamine è una cosa normale comprare la carta igienica, tutti lo fanno, non ci sarebbe nemmeno bisogno di pubblicizzarla. Perché non ci riesco? l’idea che qualcuno possa sapere che sto comprando l’utensile che userò una volta seduto sul cesso mi distrugge. Io sono una persona dignitosa io, non mica posso comprare la carta igienica.
Esco, ho fallito.
No diamine non può andare così.
Rientro, ma esco di nuovo…
…e rientro ancora, mi avvicino al banco dei surgelati ed aspetto.
Mi giro, punto la carta igienica
Ce la farò.
Dannazione, esco di nuovo.
Sto per andarmene ma sento urlare – Oè!!! Tu! Piezz’ e merd! – e mi giro con espressione interrogativa.
– Si, tu! Vieni qua! Latrina!
– Scusi??
– Ti ho visto sai, quatto quatto che ti fottevi i bastoncini di pesce
– Prego?
– Vuota le tasche, infame, i bastoncini che mo’ ti trovo addosso sai dove te li metto?
Uh maronna mia bella, tiro fuori tutto quello che ho: pacchetto di sigarette da dieci quasi vuoto, cellulare bucchinaro** immeritato, cuffiette bianche di nota marca da figlio di papà, chiavi di casa con annesso portachiavi della squadra del cuore (non è quella cittadina), pacchetto di gomme non ancora iniziato, spicci vari (resto delle sigarette comprate la mattina stessa), biglietto di auguri di natale fermo nel cappotto da almeno un mese.
Vaglielo a spiegare adesso a questo che tutto sto circo l’ho fatto perché non avevo il coraggio di comprare della carta igienica.
In ogni caso mi è sempre piaciuto lo sguardo da interrogativo perso delle persone, quello sguardo che noti quando qualcuno si aspetta di gioire segretamente perché hai passato un guaio ed invece ti è andata bene e tu allora pensi «non te lo aspettavi eh, strunz». Insomma, è la vittoria nella guerra tra i poveri d’umanità, tra gli squattrinati morali.
 – Forse mi sono sbagliato.
– Eh mi sa pure a me, dottò.
– Scusa ma perché sei entrato ed uscito tutte quelle volte?
– Mi piace sentire l’odore del suo supermercato.
– Ah.
– Direi se non altro che è particolare, usate qualche prodotto speciale?
– No, no, no (l’ultimo “no” dura un’eternità), tutta roba naturale di prima qualità.
– Capisco.
Ed ecco che ha finalmente fine la più assurda conversazione della mia vita, quando la racconterò in giro nessuno ci crederà, come quella storia del filippino che in pieno dicembre si fece il bagno a mare col cane dei sui datori di lavoro, aveva ancora la divisa di lavoro addosso. Il filippino eh, non il cane.
Questa città spesso mi spaventa.
Va bene, e dopo questo mi sa che me ne vado a fare un giro perché mi piace molto osservare le umanità, da un punto di vista narcisistico come il mio è un po’ come nuotare a mare quando la corrente porta giù di tutto: buste della munnezza, assorbenti, alghe che odorano di animali morti (dette anche friarielli); e tu sei li che cerchi goffamente di evitarli, di preservare l’integrità del tuo corpo senza farla contaminare dal marciume.
Per esempio prendiamo quel tizio con gli occhiali che parla al telefono: “Parla” è un eufemismo mi sa, più che altro si sta appiccicando al telefono con la fidanzata. Urla, sbraita, sputa, secondo me ha pure pezzi di cornetto a crema e amarena ancora tra i denti.
“Mariù tu m’hai rutt o’ cazz!
Ecco qua dai.
– Mariù la macchina nuova! Dentro a ‘nu fuosso? Ma chi cazz’ te la ha data sta laurea?
Ecco fammi indovinare: ora rallenta ed abbassa leggermente il tono della voce per correggersi e per apparare***.
– Patente Mariù, intendevo patente. Mi fai sempre sbagliare mannaggia al creato!
Indovinato.
Questa si che era bella, ma mai quanto questa città così prevedibile. Nessuno commenta ad alta voce ma si limitano a fissarlo ed a compiere cerchi per aria in senso orario utilizzando la mano. Qualcuno ridacchia. Altri se lo fanno passare per l’anticamera.
Passiamo ad altro, vediamo cosa c’è intorno a me, dunque:
Due adolescenti appena usciti da scuola che slinguazzano su una panchina.
Vecchio che porta il cane a pisciare senza la paletta per raccogliere gli avanzi della cena di ieri sera metabolizzati dal cocker.
Bionda fashion tutta in tiro che aspetta a qualcuno fumando sigarette economiche.
Barbone puzzolente che dorme, probabilmente ubriaco.
Punkabbestia con cani e chitarra scordata che suona male.
Tabaccaia che bestemmia Gesù perché non ha beccato i numeri al lotto.
Manca solo il sole e siamo nella tipica giornata cittadina.
Cristo non è manco la mezza e già tengo fame, mi devo levare sto vizio di non fare colazione. Lo metterò nella lista di Giovanni Patani, quello che fa il digiuno domani.

* D’imitazione. Falso, contraffatto.
** Gergo della Napoli giovanile contemporanea, aggettivo che attribuisce qualità di valore e spavalderia. Semantica inspiegabile dato l’originale significato della parola.
*** Tentare di sistemare le cose.

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Il demiurgo. – Episodio Uno – Parte I: Capitolo I.

Parte I – Condizione meramente potestativa.

“Questi circoli, legati come in violento fiume, né superavano né erano superati, ma a forza erano portati e portavano, sicché tutto l’animale era agitato, ma procedeva senz’ordine, dove il caso lo spingeva e senza ragione, servendosi di tutti e sei i movimenti: perché andava innanzi e indietro, e di nuovo a destra e a sinistra, in basso e in alto, e in ogni verso errando per le sei direzioni. Infatti, benché fosse molta l’onda affluente e refluente, che dava la nutrizione, anche maggiore scompiglio producevano a ciascuno le impressioni esteriori, quando il corpo incontrasse per caso al di fuori un fuoco estraneo o anche la solidità della terra o l’umida rovina delle acque, ovvero fosse colto dal turbine dei venti portati dall’aria, e i moti provocati da tutte queste cagioni attraverso al corpo colpissero l’anima. E però questi moti dopo furono chiamati col nome comune di sensazione, e anche ora si chiamano così.”
Platone – Timeo.

Capitolo I

Un passo.
Un altro.
Ancora.
Dio mio, quanta pesantezza.
È come se ogni pensiero si fosse trasferito dalla mia testa ad ogni singola cellula del mio corpo. Pesantezza mentale, pesantezza spirituale.
Guarda un po’, ho fatto una rima.
Sarà, magari la tristezza mi rende poetico.
Non so nemmeno perché sto scrivendo su questo foglio, forse quel flusso di coscienza che tanto ho ricercato in passato sta prendendo vita.
Come se poi sapessi anche cosa fosse davvero il flusso di coscienza, mi sono atteggiato per anni di aver letto Joyce quando tutto quello che so l’ho raccapezzato tra Wikipedia e quello che mi ha detto un mio amico che si era preso una laurea in lettere moderne, o forse era antiche? Ma io che ne so.
In ogni caso, questa stazione puzza di piscio. È incredibile come tutte le stazioni dei treni puzzino di piscio, secondo me è una sorta di parametro internazionale per far capire alle persone che si trovano in una stazione.
Cosa ancora più incredibile è che io stia scrivendo questo su un pezzo di carta mentre cammino.
Va bene dai, ormai ho iniziato, è meglio provare a finire visto che io di solito non finisco mai un cazzo di quello che incomincio. Sono una sorta di Leonardo da Vinci degli studenti fuoricorso.
Ok, basta cazzeggiare e facciamo le cose serie: mi chiamo Fabrizio, ho 27 anni e sono uno scrittore. Non sono uno scrittore nel senso che scrivo per mestiere perché quello che scrivo in realtà non lo ha mai letto nessuno, sono uno scrittore perché mi piace dire di esserlo. In teoria dovrebbe funzionare come scusa per chiavare ma non è così. Le teorie non funzionano mai, le elaborano solo per darti l’illusione di avere controllo. Mi sa che l’inettitudine alla vita è una malattia ed io ne sono affetto. Ad un ipocondriaco l’ultima cosa che manca è proprio una malattia immaginaria, cavolo andiamo proprio bene (sarcasmo).
Ecco basta, da domani si fa sul serio: mi ci metto e tirerò fuori un romanzo bellissimo in cui tutti si rispecchieranno e leggeranno del mio dolore ammirandomi e compatendomi.
Gesù, ormai siamo insieme da non so quanto tempo e sto ancora parlando di me senza avervi ancora raccontato niente, se mi state ancora leggendo siete davvero delle brave persone. Curioso, mi vanto di essere uno scrittore ma non ho la minima idea di come diavolo si scriva un libro.
Sarà, io intanto butto parole poi quello che esce esce e dio ci pensa.
Allora facciamo una cosa ricominciamo da capo (di nuovo?).
Mi chiamo Fabrizio, ho ventisette (due-sette!) anni e faccio lo scrittore. Sono iscritto a giurisprudenza, non so nemmeno più a che anno fuori corso. Vivo da solo da due anni e condivido uno squallido appartamento del centro storico con un architetto disoccupato e con un aspirante pizzaiolo che però fa il cameriere da tempo immemore. Vincenzo e Massimo, due bravi ragazzi e totalmente inadatti alla vita. Un minimo comune multiplo che si applica perfettamente in una casa che non vuol essere diretto riflesso delle nostre incapacità ed è quindi tenuta con cura maniacale: ogni cosa al suo posto, bollette pagate sempre in tempo, mai un filo di polvere. Un’assurda ma più reale ironia non te la puoi nemmeno immaginare.
Questo è quanto, ma prima di dirvi perché sono finito in una stazione che puzza di piscio è meglio fare un passo indietro.

Il demiurgo. – Episodio Zero – Premessa e premessa alla premessa.

Certe persone sono troppo narcisiste per andare a fare psicanalisi, ed io potrei essere una di quelle.
Quando ne ho sentito il bisogno pensavo che il senso di pagare qualcuno per aiutarti a trovare te stesso fosse un controsenso, – posso sempre provare a cercarmelo da me – mi sono detto. Ed allora ho pensato che scrivere dei miei guai (che poi tanto guai non sono, semmai si tratta solo di infelicità) mi avrebbe aiutato di più anziché stare continuamente a rimuginarci vedendo ogni cosa come il frutto di chissà quale inadempimento originale.
C’è da dire un’altra cosa: impossibilitato da qualche acciacco fisico a fare quello che di solito faccio mi sono ritrovato ad annoiarmi e quindi come una volta Gianfranco Marziano disse alla presentazione del suo libro « mi sono dato al hobby delle casalinghe, mi sono messo a scrivere ».
Altra cosa importante è che avrei potuto semplicemente pubblicarlo così com’era e metterlo online aggratiss solo che mi piaceva l’idea di fare qualcosa in stile delle serie tv che si portano tanto. Certo purtroppo qua non ci sono isole magiche o scrittori che chiavano come pazzi ma solo tanto, tanto squallore quotidiano, quindi vediamo come va a finire.

La premessa è scritta in un italiano quanto più possibile bellillo e profumato, questo nel caso Marina Berlusconi si trovasse a passare per di qui e si decidesse a comprarne i diritti per un milione di miliardi di euro . Il resto del libro è scritto come scrivo di solito, cioè male.

Il demiurgo.

Premessa.

Il titolo non inganni il lettore, questo non è un trattato di filosofia, al contrario infatti ha velleità di essere un romanzo anche se di validità narrativa vera e propria ce ne è ben poca. È una non-storia senza alcuna morale e senza alcun interesse nemmeno nel provare ad avercela. È uno squarcio di vita, uno squarcio della Napoli contemporanea che ho vissuto e filtrato attraverso il mio intelletto. E più che sui personaggi questo è un libro incentrato proprio sulla città. Non mi interessava però parlare della Napoli piena di sole che mostra orgogliosa il suo bel golfo ed allo stesso tempo non mi è mai passato per la testa di narrare la Napoli dell’asse mediano, di Scampia e della camorra. Entrambe sono due Napoli che sempre ho intravisto ma mai conosciuto per davvero, nonostante abbia vissuto e sofferto la mia città per poco più di un quarto di secolo.
Questo è, senza quella particolare forma di presunzione che altro non è che la modestia, soltanto un tentativo. Il lettore mi perdoni se dovessi fallire nel mio intento.
Al di là del bene e del male mi si consenta inoltre di spiegare il perché ed il percome di questo titolo che nulla sembra avere a che fare con i caffè e con le sigarette di cui tanto si parla nel romanzo: nella filosofia di Platone, più specificatamente in quella descritta nel Timeo, si fa accenno alla figura del Demiurgo come Artefice dell’Universo, il cui operato consisteva nel dar forma, ordine e misura ad una materia preesistente governata da disordine e caos, prendendo però a modello forme ed idee eterne ma indipendenti dal Demiurgo stesso.
E come nel mito verosimile di Platone anche i miei personaggi sono ognuno Demiurgo di se stesso, con il quale si confrontano tutti i giorni cercando di plasmare la loro vita attingendo da un mondo di idee e belle speranze che aleggia continuamente al di sopra del cielo della loro città.

Inutile specificare che ogni riferimento a cose, persone o fatti realmente accaduti è puramente casuale. Le strade e le piazze di cui parlo sono tutte realmente esistenti, stesso vale per i locali ed i luoghi a cui farò riferimento anche se ovviamente in quel caso il nome verrà cambiato e distorto.

No, ma seriamente? (questo post contiene molte parentesi).

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Ok, io sono uno che facilmente finisce per assuefarsi all’insensatezza.
Ad esempio se una mattina dessi una capata alla porta di quei sociopatici che vivono di fronte a me senza ottenere risposta, potrei facilmente decidere di ripetere l’azione anche la mattina successiva, finendo per collezionare settimane e settimane di capate dentro le porte. La cosa ad un certo punto finirebbe anche per piacermi tant’è che a quel punto potrei anche presentarmi alla gente non più come studente di composizione ma proprio come incapatore di porte di vicini.
Insomma ad assuefazione completata non mi risulterebbee difficile finire per dare questo genere di risposte durante una conversazione con uno sconosciuto:
“Piacere, piacere mio! Ah quindi tu lavori da Starbucks, bello. Io do capate alle porte dei vicini ogni mattina.”
“Come? se mi pagano? Ovviamente no, ma penso che dovrebbero.”
“Ma scusa perché questa domanda? Tu non dai capate alle porte?”
“Se sanguino? no, mi sembra di no. Come dici, iscrivermi in palestra per poter dare maggiore potenza alle mie capate? No, non ancora, ma da domani…”
Ecco per questa ragione spesso mi capitano quelle che io chiamo epifanie dell’ovvio. Realizzo cioè cose che sono ovvie ma visto che sono assuefatto all’insensatezza mi sembrano lampi di genio incredibili.
Ad esempio prendiamo le donne che frequento ultimamente: in vita mia ho conosciuto un numero allucinante di cesse, finte intellettuali con l’indole di una sciacquabicchieri di paese, artiste senza arte (nello stesso senso di un meccanico che non ripara macchine o di una casalinga che non lava a terra), dispensatrici di speranze sessuali e in ultimo portatrici di cultura che non sanno niente, davvero, non sanno niente. Con queste premesse non ci sarebbero voluti tipo due anni per capire che attualmente sto avendo a che fare con delle mongoloidi ed invece siccome sono assuefatto ho dovuto aspettare l’epifania.
Infatti a scuola mia (dovrei dire università ma somiglia più al mio liceo) è pieno ad esempio di queste che si danno un mare di arie (bella questa espressione, me la devo segnare) e poi a stento sanno come sciacquare un bicchiere (questo a discapito della loro indole, insomma c’è una contraddizione di fondo nella loro psiche che potrebbe anche spiegare i loro comportamenti, roba che se Freud le avesse come pazienti finirebbe per mollare tutto ed andare a giocare bollette in un punto snai abusivo).
La cosa bella è che vestono male (sembra che si sono cosparse di colla e poi gettate nell’armadio, penso che se le vedesse una con la quale un tempo uscivo che mo’ fa tipo la fashion blogger le sputerebbe in faccia una ad una), non ti salutano nonostante tu le conosca benissimo e ci abbia parlato anche più di una volta facendo pure attenzione a non mostrare che sei il triplo più intelligente di loro, come se poi ci volesse molto ad essere più intelligente di un castoro senza denti (no ho detto una cazzata, a volte può essere davvero difficile).
La cosa bella è che ognuna di loro poi deve essere per forza speciale. Avere la cazzo di storia che nessuno ha è proprio necessario? Che poi quando te la raccontano sembra che da non si capisce bene quale speaker debba partire una di quelle colonne sonore dei film tristi tipo “lezioni di piano” o quell’altro degli omosessuali che si volevano bene (mi pareva brutto scrivere ricchioni).
Poi dico io, se uno ha una cazzo di storia speciale perché raccontarla al primo stronzo italiano col naso grosso e la borsa della Juventus che ti passa davanti? Che cazzo è una sorta di mettere le mani avanti “sono troppo speciale per te ed io non faccio i bucchini quelli non speciali”? Ma che ne vuoi sapere tu di chi sono io, ad esempio se leggessi il mio blog (cosa che non puoi perché Dio solo sa che cazzo di lingua parli) sapresti che una volta ho raccontato che sono stato fidanzato con una che si credeva di essere un piccione.
Altra cosa, indovina un po’, una storia fatta di cliché e stereotipi messi insieme a cazzo di cane (l’ex fidanzato drogato criminale ma in realtà col cuore tenero, la nonna sfigata che le aveva tramandato l’amore per la musica dicendo pure in punto di morte “tu sarai una diva”, il padre alcolizzato omosessuale che si ingroppava il segretario ecc) non ti rende speciale. Ti rende perfettamente normale perché come ho già detto in passato cercare di essere speciali equivale ad essere normali, è proprio questa la base della normalità.
Tutto ciò è condito, tra una cosa e l’altra, da frasi come “il mio uomo ideale deve essere umile come me”.
Bella mia tu non sei umile, hai un ego grande quanto una discarica di munnezza abusiva in Campania (inoltre il tuo profumo da 45$ organic comprato da whole food ha esattamente lo stesso odore).
Essere umili significa accettare il fatto di poter sbagliare ed imparare dai propri errori. In poche parole di essere umani.
Ad esempio impara da me, io so esattamente di essere solamente un essere umano.
Già, esattamente come uno squalo bianco è solamente un pesce.

Nevi sporche di umanità.

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Una sedia rossa non è che abbia tanto significato. Anzi, non ne ha nessuno. Esserci seduto non ne ha, allo stesso tempo, alcuno. L’unica cosa che mi viene in mente è utilizzare i miei denti già digrignati per poter macinare ancora più disprezzo per quelli che in una sedia rossa ci trovano qualcosa di speciale.
Comunque è sicuramente non speciale anche se altrettanto disgustoso essere seduti difronte ad un pianista obeso ed alle sue natiche pelose, ben in vista per giunta.
Sono talmente disgustato che lo stesso disgusto è fonte di altro disgusto.
Più lo guardo e più mi sembra un concentrato di hamburger vivente. Secondo me nemmeno suda, il grasso gli cola direttamente dai pori della pelle.
La stronza che vende le case tiene il fisico da modella triste col culo moscio. Anni ed anni di “dealing with” con studenti ed affitti non pagati l’hanno resa fredda ed impersonale. Più di mezzo palazzo se la scoperebbe a sangue, io al limite le darei un bacio sulla fronte dicendole “sei molto più di quello che sembri” per poi andarmene senza aver pagato l’affitto.
Ah guarda un po’, mi hanno appena suggerito di chiudere gli occhi e pensare a tutto ciò che di bello Boston ha fatto per me.
Ho agito di istinto: ho rivolto il palmo della mano verso l’alto per poi farle disegnare dei cerchi nell’aria in senso antiorario.
Nessuno l’avrà capito perché qui i gesti sono un linguaggio troppo complicato. La società della semplicità: semplicizza i sentimenti, la musica, gli odori, tutto.
Non c’è nulla più squallido della superficialità che commuove le persone. Ha lo steso sapore di quelle cioccolate calde fatte con l’acqua.
Il colore forse è pure quello ma sempre munnezza rimane.
Genero troppi pensieri, penso a situazioni in cui sto pensando, penso a pensieri nei pensieri che avrò o non potrò mai avere.
In questo momento vorrei solo sprofondare ma solo perché vorrei qualcosa di nuovo.
Tutto ciò che è nuovo diventa vecchio molto presto. Proprio come una moquette, è solo questione di tempo prima che cominci a puzzare.
Per me l’inverno è appena cominciato, il fatto che si stia avviando già verso la fine è solo una formalità.

Tredici sbalzi di umanità.

Tentativo di flusso di coscienza numero 1: Triskaidekaphobia

Uno due tre quattro cinque sei sette otto nove dieci undici.
Uno due tre quattro cinque sei sette otto nove dieci undici dodici.
Uno due tre quattro cinque sei sette otto nove dieci undici dodici quattordici.
Quindici sedici ventisette trentotto quarantuno cinquantanove settantaquattro ottantuno.
Schoenberg aveva la fobia del numero tredici. Ho controllato, nella mia copia di “Manuale d’Armonia” c’è pagina tredici. La cosa non deve farlo riposare in pace.

Tentativo di flusso di coscienza numero 2: [R]assegno

Cammino tirando dritto e (di)sprezzando qualunque cosa vedo o sento, nulla di nuovo ma sta volta è di più. Forse dormo troppo poco e sogno troppo. A occhi aperti si intende, ma non ci posso fare niente è una vita che va avanti così.
Si è creato un vuoto da qualche parte e nella mia testa qualcosa è cambiato, sento non è più come prima ma razionalmente non mi spiego il perché.
Sarà, forse ho passato troppo tempo a rassegnarmi di essere sempre tale e quale.

Tentativo di flusso di coscienza numero 3: Otto

C’è qualcosa tra il mondo reale ed un eventuale mondo delle idee. C’è un collegamento, un laccio. Prima mentre camminavo l’ho visto. Non so se l’ho immaginato ma in ogni caso l’ho visto. Ha una forma simile a quella di un 8, un po’ allungato verso il centro.
Non ho ancora capito come funziona in ogni caso credo che bisogna agganciarci qualcosa, giusto sotto il limite dell’inconscio.
Non ho capito ancora cosa attaccarci ma in ogni caso deve essere un qualcosa di predisposto, tipo un’ispirazione.

Tentativo di flusso di coscienza numero 4: Volontà d’onnimpotenza

Dopo l’esame di film scoring mi sono seduto sul divano a controllare i risultati delle partite. Una mi ha guardato in maniera strana e mi ha chiesto come stavo. Ho risposto con un verso, non so bene quale. L’ho ignorata ed ho cercato di sintonizzare l’applicazione della rai per sentire la radio. Tanto per cambiare non funziona.
Lei mi guarda di nuovo, mi dice che dal quel divano potrebbe anche non alzarsi mai più.
Voleva stabilire una conversazione, le ho risposto con un cenno del viso.
Due minuti dopo l’ho salutata, mi ha guardato interdetta. Avrei potuto invitarla a prendere un caffè ma non l’ho fatto.
Sarà, ma in quel momento mi sono sentito onnipotente.

Tentativo di flusso di coscienza numero 5: Coccoina

Venticinque anni fanno un quarto di secolo. Non ho mai provato la cocaina e tutti gli altri tipi di droga. Ormai è tardi per iniziare.
Una volta una mi chiese un parere sul suo fidanzato che era cocainomane ed una sera l’aveva pure presa a schiaffi.
Un paio d’anni dopo l’ho pure conosciuto, un coglione di dimensioni bibliche.
All’epoca ero un debole, quella gente mi intimoriva.
Ora li ignoro ma una parte di me teme ancora quella Napoli altolocata e spregiudicata.
Non ho mai risolto questa cosa, dentro di me è cresciuto un piccolo mostro.

Tentativo di flusso di coscienza numero 6: DNP

Uno col disturbo narcisistico di personalità maligno è un masochista con la sindrome di Stoccolma verso se stesso?

Tentativo di flusso di coscienza numero 7: Cose Tortuose

Forse non dovrei scrivere queste cose, magari sembro pazzo. Ma, sorpresa, non lo sono! Un pazzo non sa di essere pazzo. Si crede normale. Esattamente come un normale non sa di essere normale ma anzi, crede di essere speciale quando invece è come tutti gli altri. Quindi se io penso di essere speciale non sono malato, ma normale. Però non è tanto normale credere di essere in un modo quando lo si è in un altro. Credo che nel termine “normale” sia compresa una sorta di coerenza di fondo. Uno normale sa di essere normale proprio come tutti gli altri che lo circondano. Invece no, uno normale si crede speciale perché se no non bombarderebbe gli altri con se stesso.
Ora ho capito, la gente lancia torte di se stesso alla gente e pretende che le mangino. Ti tiro una torta di me stesso, tu ti sporchi la faccia e devi pure mangiarla perché è una torta di me stesso, non è possibile che non ti piaccia. Se cerchi di pulirti la faccia, magari anche disgustato non è colpa mia che ti ho tirato una torta in faccia, sei tu che sei sbagliato perché non ti piace.
Certi comportamenti umani proprio non li capisco.

Tentativo di flusso di coscienza numero 8: Serie B.lack

Facciamo una cosa, andiamo a correre io e te, solo io e te, te ed io come quella volta che siamo andati all’ospedale ed il tassista ne(g)ro ha fatto il razzista e ci portò in quell’ospedale lontanissimo fottendoci 40 dollari e passa.
Pezzo di merda, figlio di puttana. Era di New Orleans, altra città che ha prodotto quell’abominio che è il jazz.
Ma come il jazz ci piace tanto, quello contemporaneo però. I tamarri tipo Joshua Redman, Kenny Garrett, insomma quella roba là si che ci piace. È il bop che ci fa schifo. Quella volta che ci perdemmo al terzo chorus su Cherockee non ce la dimenticheremo mai. Pezzi di merda. Indovina quelli che suonavano con noi di che colore erano.
Celeste.

Tentativo di flusso di coscienza numero 9: Tolstoj non si era giustificato

Mi piaci molto, ma da me a volte pretendi troppo. Sono fatto così, non ce la posso fare a starti sempre sempre sempre sempre dietro. Ieri ho sognato che ci baciavamo e si sentiva che provieni da un paese molto, molto freddo. Oggi comunque ti ho vista e ti ho salutata, ci conosciamo bene ma mi hai dato l’uno percento della tua attenzione, quello che basta per alzare il palmo della mano e scuoterlo. Io ho fatto lo stesso, anche io ti do poca percentuale della mia attenzione che comunque è sempre più della tua, spalmato su quella poltrona di pelle finta viola ti ho pure lanciato un sorriso. Tutto ciò è molto immaturo da parte mia ma non è te che mi interessa, è quello che c’è nella tua testa che non vuoi sempre rivelarmi. È quella conoscenza, è quella disciplina e dedizione che bramo tanto.
Io comunque, a differenza tua, sono bravo anche a fare altro.
Se non mi credi, fottiti.

Tentativo di flusso di coscienza numero 10: Animal Fuck

Una mucca molto triste se ne è andata dall’ovile dove, appunto, non centrava un cazzo. Una mucca speciale dotata dell’abilità di capire gli altri, persino le non mucche. Una mucca triste perché una mucca nasce per essere munta o mangiata mentre in quel posto tutti volevano solo la lana delle pecore. Tutti volevano bene alla mucca e la mucca riusciva a fingere con se stessa di voler bene a tutti ma poi un giorno la mucca se ne è andata.
Appena è andata via, così di punto in bianco, si è fermata dietro l’ovile a guardare un albero. Dentro l’albero ha visto una foglia piccola piccola piccola che si muoveva in maniera impercettibile al vento.
Era ancora sera presto quando la mucca se ne è andata e tutti gli animali correvano felici a destra e manca ma la mucca era da sola e nessuno l’ha notata. Triste triste la mucca ha provato anche a imprecare in mucchese mentre stava per inciampare ma nessuno l’ha notata.
Un mucca buona e triste se ne è andata, una mucca buona e triste non diventerà mai carne di macello.
Una mucca buona e triste è diventata macellaio ed ora tutti hanno paura di lei quando prima la consideravano un elemento positivo.
Adesso la mucca governa il mondo e tutti quelli che le stanno antipatici hanno paura.
Anche le altre mucche tristi.

Tentativo di flusso di coscienza numero 11: Stupidometrie

Dodici quadrati fanno un quadrato molto grande? Quale cazzo è l’area di un esagono?
Cristo, credevo che il momento di rimpiangere il non aver fatto un cazzo di niente a scuola non sarebbe mai arrivato.
Eravamo animali da macello.

Tentativo di flusso di coscienza numero 12: Thief Rolls

Il mio orologio preferito va indietro. Pezzo di merda, da te non me lo sarei mai aspettato. Li odiavo gli orologi, adesso non so perché mi piacciono. È normale questa cosa? Per carità prima adoravo e leggevo un sacco di cultura orientale, sopratutto quella cinese. Adesso mi fa schifo quella roba e penso che siano tutte un mare enorme di cazzate. Me la presi pure con mio padre una volta e commisi un errore, aveva ragione. Pensavo che in oriente fossero persone superiori invece adesso mi fanno tutti schifo, a tratti alcuni di loro non li considero nemmeno essere umani.
No vabbè non esageriamo, alcuni di loro sono buoni, come quelle patatine fritte bianche che però sanno di granchio. Gli altri, non lo so. Fatto sta che se non esistessero non ne noterei la differenza.

Tentativo di flusso di coscienza numero 13: Vegans Vaginas

Non sono sicuro che essere vegani sia una buona cosa. Mi sembra una stronzata colossale. Molti animali nascono per essere mangiati, altri per essere accarezzati guardarli mentre pisciano e pensare “uh che bellini”.
Che schifo, una volta ho visto una donna pisciare in pubblico.
Ero a Berlino ed era capodanno.
Fu una merda.
Ed una donna era lì, accovacciata, che pisciava.
A volte la vita può essere davvero crudele.

I titoli ai flussi di coscienza sono stati assegnati un’ora ed una bottiglia di vino bianco dopo aver concepito e scritto il post.

Un barattolo di nutella ripieno di merda.

Scritto per subitotrannete.

subitotrannete

Ormai l’Italia mi scivola addosso: l’ho sempre sempre detestata ma una volta andato a vivere all’estero ho cominciato a riempirmi la bocca con i compositori italiani, le pummarole, il mare ed il mandolino che manco so suonare. Fortunatamente ho smesso.
Vado a parlare con la mia professoressa di composizione speranzoso che si decida a rivelarmi qualche segretissimo segreto che mi faccia scrivere musica come Tchaikovsky ed invece niente, si finisce a parlare di camorra.
Io speravo che mi spiegasse un po’ di contrappunto orchestrale ed invece mi sono ritrovato io a spiegarle chi è Sandokan, cosa sono le paranze e perché gli eroinomani a Napoli li chiamano i visitors.
Che bravo che sono, le ho lette su Gomorra ste cose, mica le ho vissute.
Mi affascina la camorra ma sono sempre stato troppo codardo per andarle dietro.
È vero, sono un codardo. Ma come tutti i codardi conservo uno spirito…

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