La notte dei morti di fame (reprise).

Napoli è una città difficile ed è difficile raccontarla.
Napoli è una città infame e fa male raccontarla.
Napoli è una città stupida ed ottusa ed è da stupidi ed ottusi raccontarla.
Ma quando è uscito Gomorra è arrivato un nuovo modo di descrivere Napoli, il modo di raccontarla mentre si cammina nei vicoli e si prova rabbia per tanto degrado, lo scrivere su Facebook quanto la si odia e mai trovare il coraggio di lasciarla marcire per i fatti suoi.
Benedetto Croce la descrisse tanti anni fa come “un paradiso abitato da diavoli” ed ancora questo sembra il paragone più calzante e persino il padre di Wolfgang Amadeus Mozart la descrisse in maniera analoga.
La bellezza di Napoli è una bellezza effimera che non sta più nel territorio che abbiamo distrutto, è una bellezza che sta nella gente che schifiamo, nei diavoli di Benedetto Croce, insomma sta proprio in quello che l’ha rovinata.

Vai nel negozio dove hai comprato libri e dischi per anni, praticamente se quel negozio esiste ancora è pure merito tuo ed è un oltraggio che non hanno ancora appeso una tua gigantografia con scritto “grazie per essere sempre venuto ad acculturarti da noi” e ti ritrovi una commessa cacacazzo che ti risponde male. La guardi e più la guardi non solo non capisci perché ti ha risposto male ma vorresti sapere perché cazzo è così stronza. Stai comprando un libro di oltre seicento pagine che si intitola “Arnold Schoenberg: Stile e Pensiero” e quella ti guarda con la stessa sufficienza che hanno quei cani enormi e cacacazzo che quando ti vengono vicino lo fanno solo per sbavarti addosso. Non vivo più in Italia da otto mesi, se ho solo 56 centesi sulla Carta Più non è perché sono un pezzente ma perché vivo nella terra di Sturbucks, dove i commessi sono addestrati alla gentilezza e l’unica cosa di cui ti lamenti è di quanto sono ricchioni. Comunque se Feltrinelli adesso vende le manette pelose che i professori universitari comprano sognando di utilizzarle con le loro studentesse puttane un motivo ci sarà, e pensare che un tempo eravate un negozio serio.
Quando vai a mangiare la pizza con gli amici c’è sempre qualche fallito dall’aria vissuta che arriva, si presenta con sufficienza e non ti rivolge la parola per due ore e mezza. Quando gli fai notare che si sta bevendo la tua birra ti risponde con un laconico “uè, shchusamij” e poi attacca a parlare di quanto è forte Cavani e del fatto che è sbagliato che “Insigne guadagna 400 mila euri e Cavani 7 milioni”. Mi chiedo tu quando cazzo li vedrai QUATTROCENTOMILA euro in vita tua e ti fai pure i problemi che so giusti e sbagliati.
Ai baretti ci vai per salutare gli amici che bene o male vivono là e non riescono a fare a meno dei cocktail annacquati che se va male sanno pure di merda. Ma quella che sta dietro al bancone a farli è bona, non ci sta nulla da dire. Se non è una battona dell’est europa di solito è una di quelle puttane napoletane con il naso piccolo e dritto. Loro, loroso sono le puttane che trattano con nonchalance le altre donne che vanno ad abbeverarsi di cocktail a spese del figlio di papà di turno, e che con fredda indifferenza trattano persino i cafoni dalla faccia cattiva che vogliono pure fare finta di essere principini laureati in giurisprudenza. Quando arrivi tu invece non solo ti trattano male e ti fanno aspettare dieci minuti come uno stronzo, ma ti guardano pure come a farti pesare il fatto che loro hanno i lineamenti perfetti e tu no, magari hai anche le sopracciglia folte mentre loro hanno speso duecento euro da un’altra zoccola di estrazione popolare a farsele aggiustare. Quando paghi con i sette euro a spiccioli non ti guardano nemmeno in faccia e fanno pure le scocciate che devono contarli. Vorresti dirle che si ok sei vestito malissimo, sembri povero, senza lavoro e senza speranze per il futuro e non hai nemmeno una bella femmina affianco, semmai solo qualche amico fallito come te… ma “in realtà sono un compositore e scrivo musica, passo la giornata a mettere puntini su delle linee ma se volessi potrei scrivere un brano che se lo ascoltassi ti rannicchieresti in camera tua, giù sul pavimento in posizione fetale pensando solo a quanto sei una stronza cacacazzo che fa un lavoro inutile che un qualunque immigrato che non parla nemmeno italiano farebbe meglio”.
Ma non lo fai, perché ti fa schifo. Impara a sorridere, puttana. Se il locale dove lavori non è ancora fallito è solo per merito del fatto che la gente è alcolizzata ed ha bisogno dell’alcol proprio come i cani hanno bisogno di mangiare quei croccantini che puzzano di carne avariata.
La cosa più bella poi sono quelli che quando stai all’estero non vedono l’ora di rivederti ed una volta che torni non ti cagano di striscio. Quando arrivi ti dicono “eh hai voglia di fare c’è ancora tempo” poi passano a “domani devo stare con la mia ragazza” a “umaronnamia manca una settimana dobbiamo vederci assolutamente”. Quando li vedi di solito ti abbracciano e minacciano addirittura di offrirti da bere. Quando entri nel bar con loro scopri che si sono dimenticati il portafoglio in macchina e devi pagare tu per loro. Di solito non fanno manco la mossa di ringraziarti e cominciano  a scroccarti il futuro parlando di quando verranno a Boston ed ovviamente avranno necessità di un posto dove dormire. Mentre gli dici “certo, puoi stare da me” ti ricordi di tutte quelle belle storie che si raccontano sulle cose che succedono al Fenway Park di notte.
Infine ci sono quelli che non ti conoscono e cominciano a parlare di musica, attaccano con gruppi assurdi e narrano delle loro epiche nottate passate a scrivere canzoni di tre accordi “nello stile minimale degli Aricibaldcapecazzston, proprio come nella scena ispanico-canadese” di solito sono anche produttori che a pagamento sannomixare e produrre musica progressive house con influenze technopucchiaccation” ma ultimamente “mastico anche un po’ di Jazz, mi piacciono molto le sostituzioni i tritono ma questa è roba tecnica e probabilmente non sai di cosa sto parlando, ma non è colpa tua. A proposito, tu cosa fai nella vita?”

Questa è la vera bellezza di Napoli, la forza della disperazione che ti regala quando ti ritrovi a viverla.

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Domani mi compro un dinosauro 3/7.

I cambiamenti sono qualcosa che non mi sono mai spiegato. È la ratio secondo la quale talvolta li si desidera che mi è inspiegabile.
Le situazioni cambiano, e quando lo fanno in maniera inaspettata spesso ti ritrovi a desiderare che il presente sia uguale all’immediato passato.
Ma che vuol dire? Essenzialmente nulla, roba da mentecatti probabilmente.

Tempo fa scrissi che per me l’inverno era essenzialmente finito, il fatto che continui è solo una formalità. Bene, non so chi cazzo m’ha fatto fare di scrivere una cosa simile che l’Universo, da bravo lettore appassionato del mio blog, mi ha schiaffato dritto in faccia un freddo allucinante che a Napoli probabilmente non si vedeva dal quindicidiciotto, qualora si sia mai visto.
Ma è un freddo sterile, fine a se stesso, che ti fa solo venire voglia di metterti una giacca più pesante. Nulla di più, nulla di meno.
Non è come quel freddo infame che c’era a Berlino, quel freddo che ti attanaglia dall’interno e ti fa passare ogni voglia di vivere, di dire una parola, di pensare a qualcosa di allegro.
Non è un freddo virtuoso, è un freddo incapace, non mi suggerisce nessuna riflessione, nulla, è come se non ci fosse, eppure c’è.
È un freddo che quando lo incontri è lui che ti guarda come se fossi un velociraptor. Quando lo incroci negli occhi quasi quasi gli rideresti in faccia, al punto che preferiresti ordinare al bar due cedrate, e non tre Long Island dato che è un freddo ridicolo, non hai neanche bisogno dell’alcol per riscaldarti.
Che poi i Long Island li ordini comunque è un’altra storia, quando non digerisci dei maledetti ravioli alla griglia cinesi ti berresti anche il cemento pur di stoppare quell’inferno agrodolce che ha scambiato il tuo organismo per una visita guidata all’Empire State Building.
“Che figo! L’ascensole è uno sballo! Vogliamo salile e scendele in continuazione!”. Siate maledette palle di carne infilate in una pasticcia gommosa infernale.

Il freddo che ha ucciso i dinosauri deve essere stato un freddo infame, ma infame per davvero. Quelli mica campavano a via Filangieri, erano animali cazzuti non ce li vedo mica a fare certi discorsi… Anzi no immaginiamoli.

Velociraptor Gigi al velociraptor Michelino:
– Michelì, ce lo facciamo un giro da Feltrinelli? Vendono il nuovo disco dei Dino Theater!
– No Giggì che cacata, andiamocene sotto i baretti!
– Ma sei pazzo? Li ci sono i triceratopi, quelli se ti danno una capata dopo ti ricordi più il dolore che la giornata.
– Ma nooooo, si vede che non esci mai! ma che hai capito quelli so vegetariani, se la fanno al centro storico. Gli piace di mangiare i friarielli, i broccoli, la rucola… I rafanielli! Noi siamo diversi, teniamo l’istinto omicida, a noi ci piace di magnare la carne.
– Si si dai, andiamoci a mangiare un kebab!
– Si Giggì però sta volta ce lo pigliamo nel panino perché la pita non mi piace più, e poi non andiamo da quello che sta vicino piazzetta Nilo perché non so come mangiarlo e l’ultima volta mi so sbrodolato tutto!
– Eh si mi ricordo, che figur e merd manco nu kebab ti sai mangiare, se lo sapesse Marchetiello, il T-Rex, non riuscirebbe a smettere di pariarti addosso.
– Lascialo perdere a quello, fa il buffinciello solo perché è grosso e tiene una capa enorme, e poi si crede che solo perché legge un sacco di libri allora è meglio di tutti quanti, pensa che quando la uagliona lo lasciò se ne andava in giro da solo tutto ubriaco e voleva pure mettersi a scrivere le poesie su Jurassikbook…
– Eh si mi ricordo, condivideva pure le canzoni di quei brontosauri stonati che cantano solamente versi tristi.
– Intanto però è meglio che nun o’ facimm ‘ncazzà, se gli vengono i 5 minuti quello prima ci magna e poi si mette pure ad alluccare a tipo Mammut-parcheggiatore abusivo che non gli hanno dato le due nocelle e cinquanta dopo aver parcheggiato.
– Maronna tieni ragione. Facciamo na cosa, chiamalo. Perché non lo invitiamo a bere n’assenzio e poi gli offriamo pure due sigarette, quello fuma come ad un disgraziato ma sta sempre a pigliare a capate i distributori perché non tiene la tessera sanitaria e non può accattarle.
– No sei pazzo, l’assenzio è un liquore per mezzeseghe. Beviamoci un qualche cocktails e poi un whiskey, quello vuole fare l’artista maledetto sicuro non può dire di no.
– Si però a ritorno ci pigliamo il tassì, ci dobbiamo fare come la merda.
– Si si… Lo portiamo a quel locale dove secondo me fanno i migliori Long Island della città.
– Ok andata… ma com’è che si chiamava quel locale?

Nella foto all’inizio del post potete ammirare i due velociraptor Gigi e Michelino decidere cosa farne della serata.
Cioè, ci pensi? Ma vafammoc.

La Gaia Scienza e le amnesie che mi tormentano.

Sono una persona che di solito si ricorda molte cose. Soprattutto quando si tratta di eventi. Mi diverte molto questa cosa, soprattutto quando riesco a ricordarmi di certi dettagli che altra gente ha invece rimosso. Per esempio, una volta ero in macchina con dei miei amici ed all’improvviso una sigaretta finì sul parabrezza allora… No vabbè chissenefrega.

Al pari di molte persone, sia reali che non, quando c’è qualcosa che mi turba sento il bisogno di scendere per strada e camminare. La Feltrinelli non è la mia meta preferita, è semplicemente la mia meta automatica. Poco fa sono rincasato dopo una piacevole giornata passata in giro con i miei amici, ne avevo davvero bisogno perché quando c’è qualcosa che non va questo assorbe quasi il 100% della mia coscienza, dandomi l’impressione di vivere in una realtà parallela dove tutto è sfocato ed ha un odore grigiastro. Questo genere di uscite mi fanno tornare con i piedi per terra, cosa necessaria.

Ma poi quando sono rincasato ho sentito l’odore di detersivo della casa, ho posato la giacca sul mio letto fresco fatto ed il tempo guardare il mio riflesso nella finestra e mi è preso lo sconforto. È brutto quando ti prende lo sconforto, praticamente è come se ti precipitasse un enorme chitarra sulla testa. Quell’accordo dissonante che risuona quando cadono le chitarre è la cosa più brutta. Per me è praticamente è una pugnalata.
Comunque alla fine ho rimesso la giacca sono sceso di nuovo nonostante fossi fisicamente sfinito.

Come dicevo di solito ricordo molte cose, ma certe volte non riesco a ricordare e la cosa mi manda in paranoia. All’altezza di del cinema Filangieri mi sono ricordato che c’era un aforisma di Nietzsche che ero solito leggere nei momenti di sconforto.
Mi ricordavo fosse in “Aurora” e che fosse numerato con un numero a tre cifre di cui l’ultima un uno. Una roba tipo 481 e fosse a metà libro.
Allora mi precipito alla Feltrinelli, cerco “Aurora” e comincio a rigirarmelo cercando tra gli aforismi con un numero simile a quello che mi ricordavo.
Pieno di rabbia perché non ricordavo nulla, né il titolo né di cosa l’aforisma trattasse ho cominciato a sfogliarlo pagina per pagina. Mi sono impalato lì, sentendo un caldo incredibile, a sfogliare quel libro. L’ho fatto per tre volte e non sono venuto a capo di nulla.
Alla fine, sono tornato a casa.

Poi mi sono ricordato che una volta quell’aforisma l’ho dedicato ad una ragazza di cui ero innamorato, credo che volessi farle capire attraverso quelle parole, e la mia personale interpretazione, quanto fosse importante per me tutto quel casino. Una cosa abbastanza patetica vista adesso ma vabbe. Adesso quel genere di cose le scrivo da ubriaco, prima lo facevo anche da sobrio. Mi pare un salto di qualità in ogni caso.

Comunque alla fine trovare sto cazzo di aforisma era diventato una questione di principio, allora mi sono fatto forza, ho fatto il login alla mia casella di posta elettronica ed ho fatto un salto indietro di un bel po’ di tempo. Alla fine l’ho trovato in una mail inviata il 4 Gennaio 2009 (ma guarda un po’ le coincidenze, è oggi) che si apriva proprio così:

<<Il peso più grande. Che accadrebbe se, un giorno o una notte, un demone strisciasse furtivo nella più solitaria delle tue solitudini e ti dicesse: “Questa vita, come tu ora la vivi e l’hai vissuta, dovrai viverla ancora una volta e ancora innumerevoli volte, e non ci sarà in essa mai niente di nuovo, ma ogni dolore e ogni piacere e ogni pensiero e sospiro, e ogni indicibilmente piccola e grande cosa delle tua vita dovrà fare ritorno a te, e tutte nella stessa sequenza e successione – e così pure questo ragno e questo lume di luna tra i rami e così pure questo attimo e io stesso. L’eterna clessidra dell’esistenza viene sempre di nuovo capovolta e tu con essa… granello di polvere!”? Non ti rovesceresti a terra, digrignando i denti e maledicendo il demone che così ha parlato? Oppure hai forse vissuto una volta un attimo immenso, in cui questa sarebbe stata la tua risposta: “Tu sei un dio e mai intesi cosa più divina!” ? Se quel pensiero ti prendesse in suo potere, a te, quale sei ora, farebbe subire una metamorfosi, e forse ti stritolerebbe; la domanda per qualsiasi cosa: “Vuoi tu questo ancora una volta e ancora innumerevoli volte?” graverebbe sul tuo agire come il peso più grande! Oppure, quanto dovresti amare te stesso e la vita, per non desiderare più alcun’altra cosa che questa ultima eterna sanzione, questo suggello?>>
La Gaia Scienza, Aforisma 341
Friedrich Wilhelm Nietzsche

Era ne “La Gaia Scienza” ecco perché non lo trovavo. Ma vafammoc.