Domani mi compro un dinosauro 3/7.

I cambiamenti sono qualcosa che non mi sono mai spiegato. È la ratio secondo la quale talvolta li si desidera che mi è inspiegabile.
Le situazioni cambiano, e quando lo fanno in maniera inaspettata spesso ti ritrovi a desiderare che il presente sia uguale all’immediato passato.
Ma che vuol dire? Essenzialmente nulla, roba da mentecatti probabilmente.

Tempo fa scrissi che per me l’inverno era essenzialmente finito, il fatto che continui è solo una formalità. Bene, non so chi cazzo m’ha fatto fare di scrivere una cosa simile che l’Universo, da bravo lettore appassionato del mio blog, mi ha schiaffato dritto in faccia un freddo allucinante che a Napoli probabilmente non si vedeva dal quindicidiciotto, qualora si sia mai visto.
Ma è un freddo sterile, fine a se stesso, che ti fa solo venire voglia di metterti una giacca più pesante. Nulla di più, nulla di meno.
Non è come quel freddo infame che c’era a Berlino, quel freddo che ti attanaglia dall’interno e ti fa passare ogni voglia di vivere, di dire una parola, di pensare a qualcosa di allegro.
Non è un freddo virtuoso, è un freddo incapace, non mi suggerisce nessuna riflessione, nulla, è come se non ci fosse, eppure c’è.
È un freddo che quando lo incontri è lui che ti guarda come se fossi un velociraptor. Quando lo incroci negli occhi quasi quasi gli rideresti in faccia, al punto che preferiresti ordinare al bar due cedrate, e non tre Long Island dato che è un freddo ridicolo, non hai neanche bisogno dell’alcol per riscaldarti.
Che poi i Long Island li ordini comunque è un’altra storia, quando non digerisci dei maledetti ravioli alla griglia cinesi ti berresti anche il cemento pur di stoppare quell’inferno agrodolce che ha scambiato il tuo organismo per una visita guidata all’Empire State Building.
“Che figo! L’ascensole è uno sballo! Vogliamo salile e scendele in continuazione!”. Siate maledette palle di carne infilate in una pasticcia gommosa infernale.

Il freddo che ha ucciso i dinosauri deve essere stato un freddo infame, ma infame per davvero. Quelli mica campavano a via Filangieri, erano animali cazzuti non ce li vedo mica a fare certi discorsi… Anzi no immaginiamoli.

Velociraptor Gigi al velociraptor Michelino:
– Michelì, ce lo facciamo un giro da Feltrinelli? Vendono il nuovo disco dei Dino Theater!
– No Giggì che cacata, andiamocene sotto i baretti!
– Ma sei pazzo? Li ci sono i triceratopi, quelli se ti danno una capata dopo ti ricordi più il dolore che la giornata.
– Ma nooooo, si vede che non esci mai! ma che hai capito quelli so vegetariani, se la fanno al centro storico. Gli piace di mangiare i friarielli, i broccoli, la rucola… I rafanielli! Noi siamo diversi, teniamo l’istinto omicida, a noi ci piace di magnare la carne.
– Si si dai, andiamoci a mangiare un kebab!
– Si Giggì però sta volta ce lo pigliamo nel panino perché la pita non mi piace più, e poi non andiamo da quello che sta vicino piazzetta Nilo perché non so come mangiarlo e l’ultima volta mi so sbrodolato tutto!
– Eh si mi ricordo, che figur e merd manco nu kebab ti sai mangiare, se lo sapesse Marchetiello, il T-Rex, non riuscirebbe a smettere di pariarti addosso.
– Lascialo perdere a quello, fa il buffinciello solo perché è grosso e tiene una capa enorme, e poi si crede che solo perché legge un sacco di libri allora è meglio di tutti quanti, pensa che quando la uagliona lo lasciò se ne andava in giro da solo tutto ubriaco e voleva pure mettersi a scrivere le poesie su Jurassikbook…
– Eh si mi ricordo, condivideva pure le canzoni di quei brontosauri stonati che cantano solamente versi tristi.
– Intanto però è meglio che nun o’ facimm ‘ncazzà, se gli vengono i 5 minuti quello prima ci magna e poi si mette pure ad alluccare a tipo Mammut-parcheggiatore abusivo che non gli hanno dato le due nocelle e cinquanta dopo aver parcheggiato.
– Maronna tieni ragione. Facciamo na cosa, chiamalo. Perché non lo invitiamo a bere n’assenzio e poi gli offriamo pure due sigarette, quello fuma come ad un disgraziato ma sta sempre a pigliare a capate i distributori perché non tiene la tessera sanitaria e non può accattarle.
– No sei pazzo, l’assenzio è un liquore per mezzeseghe. Beviamoci un qualche cocktails e poi un whiskey, quello vuole fare l’artista maledetto sicuro non può dire di no.
– Si però a ritorno ci pigliamo il tassì, ci dobbiamo fare come la merda.
– Si si… Lo portiamo a quel locale dove secondo me fanno i migliori Long Island della città.
– Ok andata… ma com’è che si chiamava quel locale?

Nella foto all’inizio del post potete ammirare i due velociraptor Gigi e Michelino decidere cosa farne della serata.
Cioè, ci pensi? Ma vafammoc.

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Nun o’ fuck you.

Fa troppo freddo. È un freddo quasi irreale considerato il solito clima.
Ho fatto il conto di quante donne ho conosciuto nell’ultimo periodo. Sette. È una specie di numero perfetto. Mi chiedo chi sarà l’ottava. Magari le dedicherò un pezzo.
Escluso quella che ho scritto per lavoro è un bel po’ che non produco musica decente.
Se butto giù qualcosa di interessante mi sembra di suonarla male allora perdo interesse.
Quando la riascolto mi sembra di bere una di quelle birre cinesi o greche, puri pisciazzoni (cit.) che quando li assaggi ti chiedi come mai non hai ordinato una cocacola, almeno sai che cazzo ti bevi.
Ho visto un film. Mi sono addormentato a singhiozzi. Quando mi sono svegliato mi sono messo nel letto per dormire ma non avevo più sonno. Ho maledetto il creato.
Non mi sono lavato i capelli per giorni. L’altro giorno da Feltrinelli la gente mi guardava come si guardano quelle pubblicità tragiche sulla fame nel mondo. Ho comprato un disco beandomi del mio essere trasandato. Trovo il non curarsi nell’aspetto una qualità interessante delle persone, talvolta è indice di professionalità. Totale dedizione al proprio lavoro, o alla propria arte se vogliamo metterla in altro modo.
Mi piace pensare ai giorni come una discesa verticale, inizi a cadere la mattina e poi atterri di notte nel letto-ascensore che ti riporta su. Non sono una di quelle persone che senza novità diventano come quei coccodrilli che impazziscono nel fango. C’è tanta di quella roba da scoprire del passato che il presente non basta per crearsi un futuro migliore.
Per strada cammino al sole aspettando che i miei occhiali si scuriscano, vedo una marea di fantasmi mattutini. Alcuni vanno persino in bicicletta. Mi chiedo come si faccia ad andare in bicicletta in questa città. Li ammiro. Io ho troppa paura di farmi male.
L’altra volta ho visto il mare, con la luce del tramonto sembrava bellissimo. Le buste nell’acqua sembravano sirene. Ho desiderato tuffarmici, se non altro era una scusa per lavare i capelli.
A volte immagino situazioni che possano distogliermi dalla realtà. Mi chiedo se ne valga veramente la pena viverle, e se poi fosse tutto uguale?
Qualche giorno fa ho letto da qualche parte che una nota imperfezione umana fa si che le cose positive diano assuefazione. Ho letto anche che il mondo è fatto di mediocri, ed i mediocri ti perdonano tutto, tranne il successo.
Bene o male la penso così anche io. Ma perché lo penso, sono forse mediocre anche io? I miei difetti forse non sono tali da essere dei pregi? mi confinano in una blanda ed onirica mediocrità fatta di insuccessi? Ma come fai a reputare qualcosa un successo se poi l’unico obbiettivo è quello di spezzarti le gambe (o i trampoli se si è barato)?
Magari il Tetris è perfetta metafora dell’esistenza, fai tanto per incastrare dei blocchi dalle varie forme geometriche solo per vederli distruggersi.
Oppure no, magari è il Monopoli: costruisci un impero fatto di case ed alberghi solo per veder soccombere gli altri partecipanti a furia di soldi estorti tra vendite ed ipoteche. Una volta mi fu usato questo esempio per descrivere l’attività della criminalità organizzata.
Pensai che puoi costruire quello che ti pare, ma alla fine rimani sempre un ferro da stiro mosso dalla casualità dei dadi.
Ovviamente non lo dissi, non si sa mai chi c’è veramente dinnanzi a te.
Quando andai a Waterloo con la scuola c’era un freddo inumano. Pensai a me stesso, avevo 15 anni, mi dissi che questa è la fine che fanno quelli che si credono dei padreterni. Per me questo rischio non c’è. Mi sbagliavo.
Alle volte mi sento ancora come prima, una nullità. Ma dura poco, sento come un vermetto che dal fianco sinistro mi ricorda che volersi atteggiare a nullità non è che un altro modo subdolo per gonfiare il proprio ego. Dopotutto cosa gonfia l’ego più del ridere di se stessi? Credo nulla.
Fa un freddo irreale. Non mi sento più la faccia. Mi tiro su la sciarpa sul viso. Sto più caldo ma gli occhiali si appannano per via del mio fiato. Non vedo nulla, sento l’odore del cashmere. Mi ricorda di quand’ero piccolo ma è un ricordo neutro, non ho bisogno di appigliarmi ai ricordi.
Ogni tanto l’universo si accorge di me e mi regala periodi di pura follia.
Quando succede vorrei fermare tutto e dirgli “mio caro sta volta non mi trascinerai in nessun vortice di eventi, voglio rimanere solo con la mia practice routine”.
Me lo immagino l’Universo, che dalla sua tv in full hd si appresta a gustare le mie avventure sorseggiando un tè alla vaniglia mangiucchiando pasticcini.
Ce lo vedo che al sentire le mie parole quasi si strozza con una di quelle paste con i canditi rossi.
Dev’essere questo il motivo per cui succedono le tragedie, a qualcuno girano i coglioni e manda affanculo l’Universo.
“Grave tragedia avvenuta nel pomeriggio. Migliaia tra morti e feriti” titolano i giornali.
“Gli esperti a lavoro per dedurne le cause” vaglielo a spiegare che magari è solo qualche stronzo che si è rotto le scatole ed è andato a bussare alla porta giusta una volta tanto.
Una teoria affascinante.
L’altro giorno un caro amico mi ha scritto un sms, diceva “tu piuttosto: meno bukowski e più vafammoc”.
Ha ragione, rimedio subito: