No, ma seriamente? (questo post contiene molte parentesi).

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Ok, io sono uno che facilmente finisce per assuefarsi all’insensatezza.
Ad esempio se una mattina dessi una capata alla porta di quei sociopatici che vivono di fronte a me senza ottenere risposta, potrei facilmente decidere di ripetere l’azione anche la mattina successiva, finendo per collezionare settimane e settimane di capate dentro le porte. La cosa ad un certo punto finirebbe anche per piacermi tant’è che a quel punto potrei anche presentarmi alla gente non più come studente di composizione ma proprio come incapatore di porte di vicini.
Insomma ad assuefazione completata non mi risulterebbee difficile finire per dare questo genere di risposte durante una conversazione con uno sconosciuto:
“Piacere, piacere mio! Ah quindi tu lavori da Starbucks, bello. Io do capate alle porte dei vicini ogni mattina.”
“Come? se mi pagano? Ovviamente no, ma penso che dovrebbero.”
“Ma scusa perché questa domanda? Tu non dai capate alle porte?”
“Se sanguino? no, mi sembra di no. Come dici, iscrivermi in palestra per poter dare maggiore potenza alle mie capate? No, non ancora, ma da domani…”
Ecco per questa ragione spesso mi capitano quelle che io chiamo epifanie dell’ovvio. Realizzo cioè cose che sono ovvie ma visto che sono assuefatto all’insensatezza mi sembrano lampi di genio incredibili.
Ad esempio prendiamo le donne che frequento ultimamente: in vita mia ho conosciuto un numero allucinante di cesse, finte intellettuali con l’indole di una sciacquabicchieri di paese, artiste senza arte (nello stesso senso di un meccanico che non ripara macchine o di una casalinga che non lava a terra), dispensatrici di speranze sessuali e in ultimo portatrici di cultura che non sanno niente, davvero, non sanno niente. Con queste premesse non ci sarebbero voluti tipo due anni per capire che attualmente sto avendo a che fare con delle mongoloidi ed invece siccome sono assuefatto ho dovuto aspettare l’epifania.
Infatti a scuola mia (dovrei dire università ma somiglia più al mio liceo) è pieno ad esempio di queste che si danno un mare di arie (bella questa espressione, me la devo segnare) e poi a stento sanno come sciacquare un bicchiere (questo a discapito della loro indole, insomma c’è una contraddizione di fondo nella loro psiche che potrebbe anche spiegare i loro comportamenti, roba che se Freud le avesse come pazienti finirebbe per mollare tutto ed andare a giocare bollette in un punto snai abusivo).
La cosa bella è che vestono male (sembra che si sono cosparse di colla e poi gettate nell’armadio, penso che se le vedesse una con la quale un tempo uscivo che mo’ fa tipo la fashion blogger le sputerebbe in faccia una ad una), non ti salutano nonostante tu le conosca benissimo e ci abbia parlato anche più di una volta facendo pure attenzione a non mostrare che sei il triplo più intelligente di loro, come se poi ci volesse molto ad essere più intelligente di un castoro senza denti (no ho detto una cazzata, a volte può essere davvero difficile).
La cosa bella è che ognuna di loro poi deve essere per forza speciale. Avere la cazzo di storia che nessuno ha è proprio necessario? Che poi quando te la raccontano sembra che da non si capisce bene quale speaker debba partire una di quelle colonne sonore dei film tristi tipo “lezioni di piano” o quell’altro degli omosessuali che si volevano bene (mi pareva brutto scrivere ricchioni).
Poi dico io, se uno ha una cazzo di storia speciale perché raccontarla al primo stronzo italiano col naso grosso e la borsa della Juventus che ti passa davanti? Che cazzo è una sorta di mettere le mani avanti “sono troppo speciale per te ed io non faccio i bucchini quelli non speciali”? Ma che ne vuoi sapere tu di chi sono io, ad esempio se leggessi il mio blog (cosa che non puoi perché Dio solo sa che cazzo di lingua parli) sapresti che una volta ho raccontato che sono stato fidanzato con una che si credeva di essere un piccione.
Altra cosa, indovina un po’, una storia fatta di cliché e stereotipi messi insieme a cazzo di cane (l’ex fidanzato drogato criminale ma in realtà col cuore tenero, la nonna sfigata che le aveva tramandato l’amore per la musica dicendo pure in punto di morte “tu sarai una diva”, il padre alcolizzato omosessuale che si ingroppava il segretario ecc) non ti rende speciale. Ti rende perfettamente normale perché come ho già detto in passato cercare di essere speciali equivale ad essere normali, è proprio questa la base della normalità.
Tutto ciò è condito, tra una cosa e l’altra, da frasi come “il mio uomo ideale deve essere umile come me”.
Bella mia tu non sei umile, hai un ego grande quanto una discarica di munnezza abusiva in Campania (inoltre il tuo profumo da 45$ organic comprato da whole food ha esattamente lo stesso odore).
Essere umili significa accettare il fatto di poter sbagliare ed imparare dai propri errori. In poche parole di essere umani.
Ad esempio impara da me, io so esattamente di essere solamente un essere umano.
Già, esattamente come uno squalo bianco è solamente un pesce.

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Italian noodles.

Me ne sto seduto in classe a cercare di non addormentarmi.
Il documentario su Star Wars, John Williams e quanto sono bravi gli americani a fare i film, le musiche, le musiche per i film, i film per le musiche, le musiche filmate e i film musicati è di una noia mortale.
L’unica cosa che mi trattiene dall’addormentarmi è l’odio per quello con l’occhio mandorlato seduto di fianco a me.
Sta li sul banchetto con l’iPad e la tastiera apple senza fili super figa che se non ce l’hai sei un rifiuto umano.
Il professore dice una cosa, lui ripete continuamente l’ultima parola del professore.
“John Williams is amazing!”
“Amazing!”
“So, check it out this underscore”
“Underscore!”
E così via.
Prende appunti in maniera digitale, super tecnologica. Perde un’ora per scrivere una definizione e cerca di farmi sentire una nullità perché nel mio modo rabbioso di scrivere spezzo continuamente la punta della matita.
Non è colpa mia, arrabbiarmi è l’unico modo che conosco per concentrarmi.
Lo zen e la virtuosità dell’anima non hanno mai fatto per me, il mio whishful thinking è avvelenato come un pacchetto di sigarette. Non c’è niente da fare, provato pure a cambiare.
L’occhio mandorlato è sempre di fianco a me. Parla continuamente, commenta continuamente. Medito di dirgli di star zitto ma mi fa schifo solo l’idea di rivolgermi verso di lui.
Magrissimo con occhiali da babbeo e capelli lunghi. Un goffo tentativo di ribellione. Immagino come deve essere difficile essere uno di loro. Prodotti in sequenza come in un libro di Huxley cercano disperatamente di appigliarsi a qualcosa per urlare al mondo “gualdatemi, sono divelso!!!”.
Quando capiranno che il cercare di distinguersi li fa tristemente tutti uguali sarà troppo tardi ed avranno già conquistato il mondo trasformandolo in una specie di enorme involtino primavera.
Io comunque sono diverso, meno male.
Almeno abbastanza diverso da trovare un modo per levarmi da mezzo il mandorlato senza doverlo toccare.
Con la scaltrezza che solo chi è vissuto nella città dove il borseggio è considerata “un’arte” non è stato troppo difficile far rotolare il suo iPad del cazzo a terra facendolo sembrare un incidente.
Nel buio della stanza mi scappa un sorriso nel vedere come si fionda a raccogliere il suo prezioso tesoro, maledicendo la smart cover che non ha una buona tenuta.
La prossima volta non lo giri l’ipad verso di me per farmi vedere che stai controllando melodyne in remoto sul tuo mac, me ne sbatto il cazzo di questo vostro ego così gonfio d’aria e brandelli di speranza.
Per carità forse io di ego non dovrei parlare, ma sono arrabbiato, soprattutto con le donne.
Ne ho puntate due, entrambe europee. Entrambe castane con i capelli mossi e più alte di me.
Ho notato con orrore che somigliano vagamente a mia madre, chissà magari qualche altro strano complesso farà presto capolino in questa psiche fin troppo bizzarra.
In ogni caso una non ha dato nessun segno di cedimento, mentre l’altra ha prima iniziato a cedere per poi ritrattare dopo qualche giorno.
Ha lasciato la finestra aperta per la prossima volta che ovviamente, per mia scelta, non ci sarà.
Dopotutto nemmeno mi piace, è stato solo un esperimento.
Un tempo forse ci sarei rimasto male, adesso invece butto tutto nel calderone dell’indifferenza assieme al mio coinquilino che si riferisce alle tagliatelle come “italian noodles”.
Continuo alle volte a sentirmi un fantasma e pensare che se comincio a correre fortissimo finirei per passare attraverso il pullman che porta a Cambridge.
Chissà, in ogni caso mi sento troppo pigro per mettermi a correre.
Ho la fortuna di non ingrassare e non dimagrire.
A correre ci andassero i culoni del cazzo.

La bella top motel.

Se la gente si fosse imparata a contare fino a dieci prima di dire qualcosa il mondo sarebbe un posto non migliore ma di certo non una chiavica come a mo’. Ma mica perché così va a finire che dalla loro bocca esce qualcosa di sensato, no e maquandomai, semplicemente perché non resistendo all’idea di non poter esprimere le loro idee “meritevoli di tutela” (cit. qualunque stronzo dopo due settimane a giurisprudenza) il loro cervello scoppierebbe a tipo le gomme delle macchine quando pigli Via Marina a 60 km/h.

Adesso prendiamo un esempio un po’ lungo e colorito ma che rende l’idea: siamo in un ristorante giapponese, uno di quelli dove magni un po’ di riso e pesce crudo proveniente dai mari di dove sta l’italsider e lo paghi quanto la prima rata di una Ferrari modello Holeinthechest.
Ci vai e magari hai pure prenotato tre giorni prima per fare bella figura con i pidocchiosi del vomero che fino al giorno prima si abboffavano di panzarotti e palle di riso e mo’ ti vengono a dire frasi come “il sushi? ah, che prelibatezza”.
Nonostante la prenotazione ti fanno comunque aspettare ma non perché c’è troppa gente, semplicemente la cameriera nell’accendere una di quelle candele merdosissime che stanno nei ristoranti si è ustionata rischiando di incendiare l’intero locale alluccando  “uhmaronnamiabella!”. Nientedimeno mentre aspetti fuori al locale esce addirittura il proprietario a scusarsi. Camicetta bianca stretta mezza sbottonata con pelo ribelle che fa capolino, capello phonato moda “2004 appuntamento sotto al cimmino”, probabile figlio mezzo scemo di un ex camorrista fallito (che di camorrista non tiene niente se non che si è fatto la galera senza nemmeno sapere il perché), ha deciso di investire i soldi del padre pensando che col pesce crudo fosse meglio perché non si paga il gas che serve a cuocerlo.
È quando entri che le vedi, tutte così belle con la gonna corta tutta vaporosa, lo stivale verde senza tacco, la maglietta scollata e venticinque kili di trucco che manco le fashion blogger quando vanno nei locali punk per farsi guardare dai fidanzati di quelle bassine coi capelli viola.
Mentre tu stai la a magnare roba che il nome tradotto dal giapponese significa “fratomo qua ci sta poco da ridere” le senti che alluccano e smaniano per dire le loro stronzate.
Ed è un attimo, un attimo prima di alluccare “Io penso che a Berlusconi la galera è un poco assai” che dovrebbero fermarsi e contare.
Uno, due, tre, quattro, cinque, sei, sett… Boom.
Cervello di top motel dappertutto, sul sushi, sui muri nei quali se pianti un chiodo zampilla sangue, sulla faccia del cinese ex gestore di centri massaggi abusivi della pianura padana che si finge cuoco santone di sushi.
Boom e l’ennesima stronza fidanzata col palestrato che si fa le lampade che non si dichiara gay solo perché nel paese lo sfottono che si leva dai coglioni.
I prossimi a scoppiare sarebbero i peggiori di tutti, i fan di Harry Potter.
“Oh, ma lo sai che Hermione va tirando i bucchini?”
“Eeeeeeeeeh..”
Boom.

La fiera dei munnezzari.

Certe cose non le comprenderò mai.
Ad esempio, come mai l’emergenza rifiuti continua a perseguitarmi?
Quando vivevo a Napoli dovevo fare i conti con quella che c’era per strada ora non riesco a capire perché devo avere a che fare con quella che c’è nel cervello delle persone con cui ho a che fare.
Quando sono venuto qua sapevo che avrei dovuto fronteggiare dei problemi e soprattuto sapevo che avrei dovuto soffrire un po’. Nonostante ciò alcune situazioni hanno fatto fatto sì che prendessi in maniera sbagliata l’avverarsi di certi problemi, facenti comunque parte dell’avventura che ho intrapreso ormai un anno fa. Certe esperienze comunque fanno parte della vita, in ogni caso è inutile stare a lamentarsi visto che fin qui mi è andato tutto bene.
Cazzate. Come non detto. Se le cose non vanno bene me ne lamento, dopotutto che cazzo me ne fotte. Non ho mica aperto un blog che si chiama Vafammoc per scrivere di quanto sono felice e di quanto la mia vita sia meravigliosa. È la felicità una cosa silenziosa, il resto è solo munnezza e cetrioli che galleggiano per aria.
Ma mannaggia alla notte in cui tutte le vacche sono nere.

Cominciamo con lo stabilire un paio di cose:
1) La gente in capa tiene i peggio guai: Passano giorni a spendere soldi a destra e manca in cazzate, ad offrire cene a donne che in cambio non doneranno mai la propria vagina ed a farsi weekend inutili in posti dove i genitori portano a svernare i figli viziatelli tra pupazzi ed alcolisti non tanto anonimi travestiti da Pippo e Paperino.
Passano settimane a dirti che stanno nei guai e necessitano del tuo aiuto. Quando poi viene il momento in cui ci si sistema e si aiuta a vicenda si tirano indietro a contratto firmato perché trovano qualcosa di più conveniente. La cosa bella è che i soldi prima li bevono e li pisciano e poi dopo si mettono a dire che gli servono per inseguire i sogni.
“Inseguire i sogni”, statti accorto, vir’ e nun t’ sperdere tra i boschi. Fai che incontri qualche maniaco che ti fa passare quell’istinto di infilare affari in esseri viventi che tu chiami “amore per le donne”? Magari per sempre?
2) A manco vent’anni già fanno i guappi di cartone: Tengono tipo diciotto anni e già si credono dei gesucrìsti full power. Ti fanno rimpiangere quei mocciosi del liceo sotto casa tua che ancora si mettono i pantaloni con la scritta “RICH” sul culo perché credono che le così ragazze gli fanno i bucchini. Girano vestiti talmente patinati che ti metti persino scuorno di far vedere che hai qualcosa a che fare con loro. E per mettersi scuorno in america vuol dire che il fatto è proprio serio. Non solo questo, se la tirano in ogni modo possibile: suona un clacson e ti dicono che è un La bemolle perché hanno l’orecchio assoluto (che poi tra l’altro era pure un Fa#) e ti dicono che la loro lingua, l’ucraino, è la più melodica del mondo. Mettono due accordi al pianoforte, fanno la faccia espressiva e si pensano di essere dei geni. Ti sparano in faccia discorsi triti e ritriti sulla musica come linguaggio autonomo dal significato variamente interpretabile.
Ti guardano con aria di sufficienza senza considerare che probabilmente metà della loro famiglia faceva le pulizie a casa di tua zia. Insistono tanto per trovare casa con te.
Bene, considerata l’eventualità… indovina chi farà le pulizie mio caro Mr. Melodia?
3) Prendono decisioni senza considerare i fatti: Lasciamo perdere il fatto che formalmente il mio destino pende dalle tue labbra, che la tua decisione comporterà cosa ne sarà di me. Un anno fa stavo rannicchiato sul letto in posizione fetale aspettando con flebile speranza che la gente scegliesse me come coinquilino. Ora, dopo che il destino mi ha preso per il culo per altre quattro settimane ho deciso di mandare tutti affanculo: A) Come cazzo vuoi decidere se dovrò essere il tuo roommate se mi hai visto mezza volta e non sai nulla di me? Pensa se dovessi scegliermi e fossi un killer di asiatici con gli occhiali? Saresti fottuto. B) Perché sono io a doverti chiedere “Perché non mi fai qualche domanda?” non ci arrivi da solo? Ma che cazzo tieni nel cervello? C) Perché l’unica domanda che mi fai è “quanto tempo staresti in questa casa”? Ma sei cretino? Se il contratto è di un anno con tanto di pagamenti anticipati, quanto cazzo ci devo stare? Una settimana? O magari due giorni? Così magari giusto per traslocare e poi andarmene di nuovo. Ah, come non sapevi che ho l’hobby del trasloco? Cazzi tuoi, mica me l’avevi chiesto.
4) Perché cazzo nessuno risponde alle email: Che cazzo ci vuole a rispondere ad una email? Un tempo c’era la scusa che non le si sapeva controllare ma adesso tutti sti sfaccimma di smartphone che li tenete a fare? Giocare a tagliare la frutta? Perché magari non ve la magnate così vi arriva pure lo zucchero al cervello? Dio mio con le tecnologie di mo’ non dovete nemmeno mettervi a scrivere, parlate ed il cazzo di cellulare con la voce robotica si mette a scrivere. Che cazzo vi siete comprati a fare il cazzo di super nuovo iPhone con il riconoscimento vocale? Per chiedergli se fa i bucchini?? Ma poi dico io, come cazzo volete che vi risponda? È un telefono. Se avessero inventato i telefoni che fanno i bucchini probabilmente adesso nessuno più uscirebbe di casa ed il mondo sarebbe un posto vuoto (e per questo magari migliore).

La cosa bella è che ho avuto momenti talmente tristi e bui che mi sono pure messo ad accattarmi le bottiglie di vino. Poi mentre lavavo i piatti ho avuto l’illuminazione.
Ma dopotutto, a me, che cazzo me ne fotte?

Le tristi avventure Mr. Zompafuossi.

Mr. Zompafuossi è il vero io nella realtà che non vuole mostrare se stessa. Mr. Zompafuossi è il tizio che parla di cose non vere non perché vuole tenerti celata la verità, ma perché ti dice una balla in un modo da farti capire che è una balla, lo fa perché vuole instillarti il dubbio e non risolverlo, gode nel dirti una menzogna facendoti capire che è una menzogna, lo fa perché trova piacere nel far pensare agli altri che non sono degni della verità. Mr. Zompafuossi è quello che quando chiedi spiegazioni su qualcosa le da a tutti ed a te dice “non è successo niente”. Mr. Zompafuossi è il mezzo preferito per sentirsi superiori nelle relazioni, è una pura e volgare iniezione di insicurezza.
Mr. Zompafuossi è l’uomo che vuole ferire come fanno gli animali ma con la certezza di essere ancora uomo. Mr.Zompafuossi è quello che quando dici qualcosa alza il sopracciglio per comunicarti che hai detto una cazzata, ma non ti spiega il motivo, perché lui non lo sa, non saprebbe nemmeno come spiegarlo a parole, ha solo trovato il modo subdolo di fartelo capire. Mr. Zompafuossi è quello che ha il talento che non gli appartiene, trova i modi più subdoli per mostrarlo e continua a farlo perché è convinto di installare insicurezza negli altri. Cerca il tuo aiuto, vuole essere salvato da te e poi improvvisamente ti fa capire che ha risolto tutto da solo, che non ha mai nemmeno avuto bisogno di te, l’ha fatto solo per darti una dimostrazione della sua superiorità e della tua inutilità.
Mr. Zompafuossi vive nei racconti sessuali, vive nelle macchine parcheggiate a via Petrarca, nelle ragazze sverginate, nei rapporti a tre, a quattro, a dieci, a venti. Mr. Zompafuossi è la brava ragazza che un giorno ti guarda all’improvviso facendoti capire che in realtà non lo è. È il punto più basso dell’umano istruito, è il padrone che gioca a fare il cane che si leva il guinzaglio. Mr. Zompafuossi è quello con gli stessi vizi che hai tu, ma lui se li gode meglio.
Fuma come te ma di meno, fa quello che fai tu ma meglio, beve quello che bevi tu ma in posti migliori, frequenta gli stessi locali che frequenti tu ma lui conosce i proprietari, ha la macchina come te ma la sua ha il cruise control, non ha la macchina come te ma lui non perde mai l’autobus perché sa gli orari, ha lavorato come te ma in posti migliori, ha guadagnato quanto te ma ha lavorato di meno, ha lavorato quanto te ma ha guadagnato di più, ha avuto la stessa ragazza che hai avuto tu ma lui ci ha fatto più sesso, ha fatto la stessa spesa che hai fatto tu ma lui ha pagato di meno e mangiato di più.
Conosce, ma non ti presenta nessuno, parla con te ma quando arriva qualcuno si dimentica che esisti perché deve farti vedere che è amico degli altri. Dice che i discorsi degli altri non gli interessano e non li capisce e poi cerca loro di spiegarglieli. Disprezza quelli che hanno avuto più fortuna di lui perché lui ha il merito, ti contraddice in tutto perché pensa che a furia di farlo avrà la tua approvazione. Cerca di trasformarti in lui e quando lo fa ti vuole mostrare quanto siano sbagliati quei comportamenti.
Mr. Zompafuossi è un cavallo che vuole lo zuccherino solo per poi mollarti un calcio. Mr. Zompafuossi non morirà mai ma un giorno, prima o poi, qualcuno lo evirerà.
E ci saremo levati dai coglioni l’ennesimo fallito che scassa solo il cazzo e non serve a niente.

L’invisibilità delle parole.

Mettiamo le cose in chiaro: questo non è un post ad alto contenuto emotivo. A pensarci non contiene proprio niente ed il titolo non strizza l’occhio a quella letteratura neo-cretina fatta di superficialità emotiva che piace tanto ai giovani moderni.
Nel corso della mia vita ci sono state diverse costanti, una di queste (che non è la stronzaggine), è rappresentata da un fenomeno parecchio fastidioso che si manifesta di tanto in tanto.

Per farla breve, quando mi trovo coinvolto in una conversazione con più di due partecipanti compreso me, noto che a volte quello che dico non viene ascoltato. Questo in realtà sarebbe normale, solo che io non parlo di “non ascoltato” nel senso di quando la gente non ti da retta, come quando ti metti a chiedere “vammi a comprare un cane” oppure “ma perché non ti iscrivi a giurisprudenza?” o come fanno gli scostumati “oh, m vuò fa nu bucchin’??” etc.
Per “non ascoltato” intendo, letteralmente “non udito”.
Ora questa cosa, da quando esisto, si è sempre verificata e continua a verificarsi! e non nascondono che qualche volta ci sono pure stato male. Insomma, alle volte mi sono pure ritrovato a ripetere una frase e quelli continuavano a non sentire.
Alla fine non sono riuscito a trovare una spiegazione che fosse in grado di dirmi il perché e da dove venisse questo strano fenomeno. L’unica cosa che sono riuscito a racimolare è una serie di osservazioni sul perché ed il come questo fenomeno avvenisse.

1) parlo velocemente e la gente non capisce.
2) parlo troppo a bassa voce e la gente non capisce.
3) mi mangio le parole e la gente non capisce.
4) i miei amici e le persone che frequento sono una massa di stronzi che se ne fottono di quello che dico e si mettono a fare i tipi saporiti che fanno vedere che ignorano perché sono “al di là”.
5) sto facendo il contrario di pensare ad alta voce, cioè parlare senza voce.
6) in realtà non ho mai parlato, non sto parlando, sto solo credendo di farlo perché sono pazzo.
7) quello che dico è intellettualmente e spiritualmente superiore a tal punto che il cervello degli altri conversanti, rimanendo attonito, decide di sua spontanea volontà di non recepire l’informazione e non provare nemmeno a decodificarla.
8) nel momento in cui sto per aprire bocca si apre uno squarcio spazio/tempo che risucchia le mie parole e teletrasporta in un universo parallelo in cui ci sta uno tale e quale a me solo che fa il barbiere, pippa cocaina, ascolta musica ambient e tiene i capelli pittati di viola. Ovviamente per via dell’anomalia spazio/tempo saranno i suoi amici (probabilmente pipparoli con la erre moscia) a sentire le mie parole. Immagino già la reazione.
9) dio (ammesso che esiste) preme il tasto per censurarmi sul suo telecomando controlla-umani sotto la sezione “cachiamo il cazzo”.
10) c’è una sorta di omertà su quello che a volte dico perché in realtà sono un mafioso solo che non lo so perché la notte sono sonnambulo, vado ad ammazzare la gente e la mattina dopo quando mi sceto non mi ricordo un cazzo. Questo in ogni caso se fosse vero in spiegherebbe il perché la mattina quando mi sveglio sento dei dolori allucinanti a tipo viecchio.

Questo post è dedicato a tutti quelli che si sentono invisibili o estranei all’ambiente in cui si trovano. Non vi preoccupate miei cari amici, mettetevi ad alluccare, spaccatevi una bottiglia di vino nuova da 30€ in testa o date un calcio in faccia ad un bambino di tre anni e mezzo e vedrete come si accorgeranno di voi.

Il declino dell’Italia.


Il declino forte secondo me c’è stato verso fine anni 90 inizio 2000, insomma nell’epoca in cui se parlavi con un tredicenne lui già sapeva cosa sono i bucchini. Praticamente durante quegli anni non si capisce come tutto diventò improvvisamente una merda, così, da un giorno all’altro.
C’era Cecchipaone o come si chiama che conduceva “La macchina del tempo” su Rete 4 che tra tutti i canali mediaset è sempre stato il più gay. Chiamale coincidenze.
Era l’epoca dei cellulari che pesavano settantatré chili, c’erano la TIM e la OMNITEL e poi venne pure la BLU solo che nessuno ce l’aveva. La TIM aveva una cosa che si chiamava “Cartamici” che al prezzo di diecimila (o erano venticinquemila?) lire avevi cinquanta SMS gratuiti da mandare solo ai numeri TIM. Ti finivano in meno di tre giorni perché era appena iniziata l’epoca della mortificazione della lingua e la gente ti mandava gli SMS con su scritto “Ke fai?” e poi ti facevano gli squilli. Uno squillo significava “ti sto pensando” e sta cacata si è portata fino al mio terzo di anno di liceo quando ero fidanzato con una che poi ci lasciammo e quando voleva tornare con me cominciò a farmi gli squilli pure lei. Una volta le risposi pure dicendo “pronto?” e si incazzò perché le avevo fatto spendere soldi. Poi c’erano numeri sconosciuti che ti squillavano e tu dovevi mandare un messaggio con su scritto “Ki 6?”. Di solito rispondeva un tale “Kekko” che poteva essere chiunque.
I dischi costavano quarantamila lire e facevano cacare, c’erano quelli di “aim a babbi gherl” e quelle che quando le Spice Girls si erano già sciolte (dopo aver fatto un merdosissimo film che solo pochi eletti potevano vantarsi di aver visto) Italia 1 realizzò una sorta di reality show dove alla fine vinsero quattro puttane che si misero a fare le cantanti in una girlband: fenomeno musicale già ampiamente trapassato. Poi c’erano pure “Paola e Chiara” e quelli di “Bludadidaduda” insomma la musica faceva cagare e quando la gente riascolta quei pezzi e dice “ah come erano belli quei tempi” capisci che veramente ci sta qualcosa che non va. Poi ci stavano i videogiochi con cui anche il Napoli di Beto poteva vincere la Champions League e potevi modificare i parametri dei giocatori così Pistone dell’Inter poteva davvero essere più forte di Roberto Carlos. C’erano anche i “pomeriggi danzanti” in discoteche come lo “scemuà” o il “Porto Palos” (per quelli che tenevano i genitori con la pazienza di accompagnarli e venirli a prendere) che iniziavano alle 18.00 e finivano alle 22.00 ed i bambini si ammoccavano e le bambine si mettevano pure le minigonne ed ammoccarsi si diceva “pariarie” e se non “pariavi” eri già considerato “ricchione” e ti facevano il gesto della mano dietro l’orecchio. Come “pariare” adesso sia diventato sinonimo di divertirsi non lo si saprà mai.
Poi per sei mesi ci distrussero le palle con una pubblicità di qualcosa che si chiamava “Grande Fratello” senza dire che cazzo fosse. Alla fine si venne a sapere che prendevano un imprecisato numero di imbecilli, ex tossici, minorati mentali, avanzi di galera subumani che pure in galera non li volevano più e li infilavano in una casa arredata Ikea piena di telecamere. Mi immagino la riunione alla Mediaset con uno che una mattina si presenta col gel nei capelli e con tono da ubriacatura canzonesca afferma “Uagliù ma ‘na volta l’Italia era Giuseppe Verdi, Vivaldi, Dante e Michelangelo, mo’ anziché cercare di appare questo improvviso ed insensato declino perché non ci scemuniamo ancora di più? Pigliamo quattro disgraziati e chiudiamoli da una parte, facciamoli chiavare, appiccicare, alluccare, prendersi a mazzate, insomma facciamogli fare esattamente quello che fanno quelle scimmie per cui gli animalisti si lamentano che stanno in via di estinzione e trasmettiamoli in televisione”.
E da lì tutti uscirono pazzi per quella cacata, che se non sapevi chi era Taricone, il cafone di Caserta, eri un fallito emarginato. Non a caso quando morì tutti piangevano perché si ricordavano i bei tempi di quando erano giovani e spensierati e non ancora fuoricorso all’università.
Erano anche i tempi in cui dovevi andare a catechismo. Il primo anno si andava solo il Venerdì ed il secondo il Martedì ed il Giovedì. Il primo anno oltre a spiegarci chi era gesùcristo ed a dirci che ci amava e non dovevamo farlo piangere ci facevano vedere dei cartoni animati dove ti spiegavano cosa succedeva e come si faceva ad andare nel paradiso o all’inferno. Praticamente c’era uno ricco, obeso e diabetico ed uno povero magro e vecchio. Il ricco diabetico moriva per una salsiccia che non aveva masticato mentre quello povero e vecchio moriva di fame e mangiato da dei cani (giuro che era così!) alla fine si vedeva il ricco che bruciava all’inferno mentre urlando di dolore guardava il povero in paradiso che mangiava e beveva vino rosso alla faccia sua. Avevo tipo otto anni e già lì pensai “ohi ohi”. Poi a fine anno ci fecero confessare con dei preti. Quando toccò a me mi ricordo che il prete mi chiese quanti anni avevo, come mi chiamavo, dove abitavo e se dicevo bugie. Ci fecero confessare pure l’anno dopo ed io esordì dicendo come mi chiamavo, quanti anni avevo, dove abitavo e che dicevo bugie. In capa a me la confessione era solo quello, i bei tempi di quando ero innocente e non sapevo che i preti si facessero raccontare i fatti della gente solo per poi farsi le seghe la mattina dopo appena svegli. Il secondo anno poi appesero un cartellone in classe con al centro un disegno dell’ebreo pazzo di gesù ed i nostri nomi disposti in cerchio. Ogni volta che andavi a messa dovevi azzecare una stellina su quel cartellone ed alla fine vinceva chi arrivava più vicino al traguardo. Io avevo una sola stella che tra l’altro non era nemmeno valida perché imbrogliando contai il funerale di mio nonno come messa.
Poi si lamentavano del perché già a dieci anni non credevo più a gesù ed al liceo cercavo di staccare i crocifissi da dentro le classi e dicevo che volevo andare all’inferno (quello lo dico tutt’ora).

La speranza è sempre l’ultima a morire. Dopo tutto questo declino posso dire che finché ci sarà qualcuno che gode perché Fabrizio Corona deve andare in galera (grazie David Trezeguet!) che spera che Maria de Filippi fallisca insieme al suo programma da minorati e che non scrive usando le k posso dire che per questo paese c’è sempre speranza.