Italian noodles.

Me ne sto seduto in classe a cercare di non addormentarmi.
Il documentario su Star Wars, John Williams e quanto sono bravi gli americani a fare i film, le musiche, le musiche per i film, i film per le musiche, le musiche filmate e i film musicati è di una noia mortale.
L’unica cosa che mi trattiene dall’addormentarmi è l’odio per quello con l’occhio mandorlato seduto di fianco a me.
Sta li sul banchetto con l’iPad e la tastiera apple senza fili super figa che se non ce l’hai sei un rifiuto umano.
Il professore dice una cosa, lui ripete continuamente l’ultima parola del professore.
“John Williams is amazing!”
“Amazing!”
“So, check it out this underscore”
“Underscore!”
E così via.
Prende appunti in maniera digitale, super tecnologica. Perde un’ora per scrivere una definizione e cerca di farmi sentire una nullità perché nel mio modo rabbioso di scrivere spezzo continuamente la punta della matita.
Non è colpa mia, arrabbiarmi è l’unico modo che conosco per concentrarmi.
Lo zen e la virtuosità dell’anima non hanno mai fatto per me, il mio whishful thinking è avvelenato come un pacchetto di sigarette. Non c’è niente da fare, provato pure a cambiare.
L’occhio mandorlato è sempre di fianco a me. Parla continuamente, commenta continuamente. Medito di dirgli di star zitto ma mi fa schifo solo l’idea di rivolgermi verso di lui.
Magrissimo con occhiali da babbeo e capelli lunghi. Un goffo tentativo di ribellione. Immagino come deve essere difficile essere uno di loro. Prodotti in sequenza come in un libro di Huxley cercano disperatamente di appigliarsi a qualcosa per urlare al mondo “gualdatemi, sono divelso!!!”.
Quando capiranno che il cercare di distinguersi li fa tristemente tutti uguali sarà troppo tardi ed avranno già conquistato il mondo trasformandolo in una specie di enorme involtino primavera.
Io comunque sono diverso, meno male.
Almeno abbastanza diverso da trovare un modo per levarmi da mezzo il mandorlato senza doverlo toccare.
Con la scaltrezza che solo chi è vissuto nella città dove il borseggio è considerata “un’arte” non è stato troppo difficile far rotolare il suo iPad del cazzo a terra facendolo sembrare un incidente.
Nel buio della stanza mi scappa un sorriso nel vedere come si fionda a raccogliere il suo prezioso tesoro, maledicendo la smart cover che non ha una buona tenuta.
La prossima volta non lo giri l’ipad verso di me per farmi vedere che stai controllando melodyne in remoto sul tuo mac, me ne sbatto il cazzo di questo vostro ego così gonfio d’aria e brandelli di speranza.
Per carità forse io di ego non dovrei parlare, ma sono arrabbiato, soprattutto con le donne.
Ne ho puntate due, entrambe europee. Entrambe castane con i capelli mossi e più alte di me.
Ho notato con orrore che somigliano vagamente a mia madre, chissà magari qualche altro strano complesso farà presto capolino in questa psiche fin troppo bizzarra.
In ogni caso una non ha dato nessun segno di cedimento, mentre l’altra ha prima iniziato a cedere per poi ritrattare dopo qualche giorno.
Ha lasciato la finestra aperta per la prossima volta che ovviamente, per mia scelta, non ci sarà.
Dopotutto nemmeno mi piace, è stato solo un esperimento.
Un tempo forse ci sarei rimasto male, adesso invece butto tutto nel calderone dell’indifferenza assieme al mio coinquilino che si riferisce alle tagliatelle come “italian noodles”.
Continuo alle volte a sentirmi un fantasma e pensare che se comincio a correre fortissimo finirei per passare attraverso il pullman che porta a Cambridge.
Chissà, in ogni caso mi sento troppo pigro per mettermi a correre.
Ho la fortuna di non ingrassare e non dimagrire.
A correre ci andassero i culoni del cazzo.