Asciugamani per i discorsi.

Alle volte mi infilo nelle conversazioni come se fossi una talpa sfrattata che non sa dove andare a sbattere la testa.
Quando succede di solito la conversazione prende una piega strana, sopratutto quando la gente comincia a entrare sistematicamente in disaccordo con quello che dico.
Ebbene, mi infilo nel discorso sbagliato e scattano le immagini mentali: mi sembra di stare in una di quelle estati napoletane dove fa un caldo inimmaginabile e tutto è viscidamente azzeccoso.
Insomma mi sento come se vivessi questo:

Mi sveglio sul medio-tardi, le 11 per esempio. Il letto è una piscina di sudore, mi sento come se durante la notte mi avessero parcheggiato un treno merci addosso.
Mi alzo, metto un disco ma fa troppo caldo per ascoltare musica. Mentre ascolto i pezzi ho la sensazione che mi stiano versando dell’olio caldo addosso, ma non abbastanza caldo da ustionarti.
Colazione di merda e via per strada. Mi dimentico gli occhiali da sole e mi dirigo verso il mare.
Arrivo in spiaggia. Ho con me un libro ma non faccio nemmeno la mossa di prenderlo. Guardo il cellulare, il sole è fortissimo non riesco nemmeno a vedere che ore sono.
La spiaggia è tutta un frangiflutti, pieno di stronze cellulitiche che mi guardano e parlottano di chissà quale mistero di Fatima ma fortunatamente la cosa inizia e finisce lì.
È molto deprimente non vedo possibilità di uscirne.
Mi arrampico su una specie di scogliera piena di scritte del tipo “poppy & matty 3 metri stt il celo“. Guardo dall’altro lato, nulla all’orizzonte se non qualche magnamunnezza che fa la passeggiata romantica con la fidanzata sotto un sole demoniaco. Penso che ne devo magnare di munnezza prima di portare la mia ragazza a fare una passeggiata sperando che il deodorante regga fino ad ora di cena.
Decido di andare a bagnare i piedi a mare. L’acqua puzza di merda e conchiglie marce. Sento urlare dietro di me e mi giro per vedere che succede.
Le spiagge sono così, inverti l’ordine degli addendi e lo schifo non cambia: una disperazione a base di nonne, mamme, figli e mariti spaesati con i giovani che sono in attesa di emulare la nullità che li ha generati.
Vado da un acquafrescaio che vende roba da bere in una bacinella piena di ghiaccio e acqua, un libero imprenditore appena uscito dal programma Fininvest insomma.
Compro un succo di frutta all’albicocca. Sa di piscio di cane, non l’ho mai assaggiato ma non è difficile andarsene per un’idea.
Mi squilla il cellulare, mi chiama una tipa che mi racconta di cazzi inconcludenti e se deve flirtare o meno con qualcuno che forse potrei conoscere. Dice che mi sente “spento”. Rispondo a monosillabi.
Alla fine mi chiede se vogliamo vederci per un caffè, la immagino tutta sudata con i capelli sporchi che mi racconta i suoi problemi inutili da studentessa inconcludente (ma per vocazione) mentre beve caffè e cerca di scroccare sigarette ad un 50enne rattuso specificando che “di solito non fumo ma oggi sono stressata”. Le rispondo “la settimana prossima, contattami su msn”.
La prima cosa che faccio quando torno a casa è cancellarla da msn.
Torno a casa, quelli difronte stanno finendo uno di quei cazzi di pranzi estivi inutili, stanno al limoncello penso. Di sicuro si annoiano più di me ma non lo ammetteranno mai.
Accendo la tv, l’Inter ha comprato un nuovo giocatore argentino che si dice sia un gran talento. Non me ne frega un cazzo e cambio canale. Parlano di Berlusconi e di processi.
Mi addormento sul divano aspettando la sera.
Mi sveglia il cellulare che squilla con insistenza, è l’ennesimo disperato che mi avvisa di un “evento mondano”. Dico che non vengo. Insiste. Rispondo che non ho voglia. Mi da del ricchione e mi dice che verrà a prendermi alle 10. Mi tocca quello che mi tocca, cioè andarci, ma non me ne frega un cazzo, nemmeno di me stesso.
Faccio una doccia e scendo sotto casa, il coglione porta almeno 20 minuti di ritardo, l’aria calda mi sembra un macigno. Mi viene a prendere con una macchina coi fari scassati.
Mi ritrovo in una specie di concerto punk fatto in casa, mi ubriaco per rendere quella miseria morale quantomeno sopportabile. Mi metto a parlare con una tipa presentatami come una ninfomane. Non le do corda e lei insiste per avere una conversazione con me cercando di essere d’accordo con tutto quello che dico. Le faccio capire che sta sera voglio tenermelo nei pantaloni, dalla sua faccia capisco che qualche ora dopo andrà a raccontare al ragazzo di come è riuscita ad evadere dalla situazione in cui un tipo ha cercato di adescarla.
La birra è piscio caldo, ne bevo tanta e quando torno a casa mi fischiano le orecchie e non capisco un cazzo.
Prendo un asciugamano, mi asciugo il sudore ma non serve a nulla.
Forse sono stanco, ho la febbre oppure sto solo per morire.
Magari è così che e sentiva Syd Barrett prima di impazzire.
Vado a dormire.

Mi sveglio e scopro che sto avendo una conversazione dove era meglio se non mi infilavo.
La prossima volta che mi vedete, per favore non datemi a parlare.
Alle volte per me è come un incubo.

Annunci

Divenire. Ma vedi tu un poco la Madonna.

Le cose cambiano. Lentamente a volte altre mica tanto. Ti ritrovi lì una mattina a guardare il poster che guardi ogni volta che ti svegli ed è sempre lo stesso ma in realtà non lo è più. È sempre lui, un pianoforte tutto ammatondato con strane scritte. Lo guardo, c’è qualcosa che non va ma è sempre lui. Per me che sono fissato con le simmetrie è sempre una tragedia vederlo leggermente più un basso degli altri ma che ci vuoi fare, la pigrizia e la paura di romperlo fanno si che tra l’intenzione e l’effettiva voglia di sistemarlo passi la stessa distanza che c’è tra il dire ed il fare: il mare.
Il mare, appunto.
Il mare.

Mi piace il mare, ma lo odio perché è il ricettacolo di sentimenti ed emozioni di tutti. Poeti, scrittori, musicisti, pensatori, fumatori, persone normali, cafoni, neocafoni.
Non mi va di condividerlo con questa gente, vorrei che fosse solo mio.
Ma non ce l’ho fatta ed alla fine l’ho abbandonato a se stesso.
Per carità una volta ci sono tornato. Era piena estate e la gioia di vivere in me era ai minimi storici. Erano le 14.00, presi il mio fidato Zarathustra ormai più che consumato ed andai al castel dell’ovo. Ma questa è un’altra storia, e non mi interessa.

È che il divenire è diventato normale. E non c’entra che ascoltavo questo brano tutte le mattine a Boston mentre mi recavo a scuola. E non c’entra nemmeno che in questi giorni non l’ho ascoltato.
È che tempo fa mi sono fatto una promessa, ho simulato facendola ad un mio amico ma l’ho fatta a me stesso ed almeno sta volta ho voluto mantenerla. Almeno questa volta, per me.
Perché basta andare a dormire con dei pensieri e svegliarsi con gli stessi. C’è un momento in cui te lo dici da solo e manco te ne accorgi. Basta. Basta cazzo, basta. Sta mattina voglio svegliarmi ed incazzarmi, perché quando mi incazzo mi sento sempre meglio. Ok tendo a suonare in anticipo sul tempo come ai vecchi tempi e rispondo male ma tanto lo faccio sempre, ed almeno certe cose perdono importanza.
È un po’ come quando giri con una bella donna e tutti ti guardano con quell’aria di sufficienza. Il loro codice etico di sopravvivenza vuole che tu guardi e passi avanti conscio della tua insicurezza, che tanto domani lei si sveglia ed esce con un altro, per la serie meglio godersi il momento.
A volte ho avuto la netta sensazione di stare per dire a qualcuno di questi personaggi “Ma cosa volevi coglione, che si mettesse con te?”. Ma chissà perché non l’ho mai fatto.
Eppure con qualche bella ragazza ci sono uscito.

Una volta tanto non ci voglio più camminare sulle aiuole.
Non ci credo più in certe cose.
Mi sono stancato, ma mica adesso.
Un paio di sere fa ho bevuto l’assenzio e mi ha fatto cagare.
Altro che bohémien, è un liquore da mezzeseghe.

Divenire… Tutte queste sono solo chiacchiere da bar culturalmente superiori alla media, l’unica cosa importante è guardarsi allo specchio ancora col pigiama addosso, con le cuffie nelle orecchie che sparano musica a tutto volume, sorridere e dire “ma vafammoc”.
Ne assaporo ogni sillaba.
Ogni lettera.
Ogni istante.
Godo.
Ad maiora semper.

Ma vafammoc.