Nun o’ fuck you.

Fa troppo freddo. È un freddo quasi irreale considerato il solito clima.
Ho fatto il conto di quante donne ho conosciuto nell’ultimo periodo. Sette. È una specie di numero perfetto. Mi chiedo chi sarà l’ottava. Magari le dedicherò un pezzo.
Escluso quella che ho scritto per lavoro è un bel po’ che non produco musica decente.
Se butto giù qualcosa di interessante mi sembra di suonarla male allora perdo interesse.
Quando la riascolto mi sembra di bere una di quelle birre cinesi o greche, puri pisciazzoni (cit.) che quando li assaggi ti chiedi come mai non hai ordinato una cocacola, almeno sai che cazzo ti bevi.
Ho visto un film. Mi sono addormentato a singhiozzi. Quando mi sono svegliato mi sono messo nel letto per dormire ma non avevo più sonno. Ho maledetto il creato.
Non mi sono lavato i capelli per giorni. L’altro giorno da Feltrinelli la gente mi guardava come si guardano quelle pubblicità tragiche sulla fame nel mondo. Ho comprato un disco beandomi del mio essere trasandato. Trovo il non curarsi nell’aspetto una qualità interessante delle persone, talvolta è indice di professionalità. Totale dedizione al proprio lavoro, o alla propria arte se vogliamo metterla in altro modo.
Mi piace pensare ai giorni come una discesa verticale, inizi a cadere la mattina e poi atterri di notte nel letto-ascensore che ti riporta su. Non sono una di quelle persone che senza novità diventano come quei coccodrilli che impazziscono nel fango. C’è tanta di quella roba da scoprire del passato che il presente non basta per crearsi un futuro migliore.
Per strada cammino al sole aspettando che i miei occhiali si scuriscano, vedo una marea di fantasmi mattutini. Alcuni vanno persino in bicicletta. Mi chiedo come si faccia ad andare in bicicletta in questa città. Li ammiro. Io ho troppa paura di farmi male.
L’altra volta ho visto il mare, con la luce del tramonto sembrava bellissimo. Le buste nell’acqua sembravano sirene. Ho desiderato tuffarmici, se non altro era una scusa per lavare i capelli.
A volte immagino situazioni che possano distogliermi dalla realtà. Mi chiedo se ne valga veramente la pena viverle, e se poi fosse tutto uguale?
Qualche giorno fa ho letto da qualche parte che una nota imperfezione umana fa si che le cose positive diano assuefazione. Ho letto anche che il mondo è fatto di mediocri, ed i mediocri ti perdonano tutto, tranne il successo.
Bene o male la penso così anche io. Ma perché lo penso, sono forse mediocre anche io? I miei difetti forse non sono tali da essere dei pregi? mi confinano in una blanda ed onirica mediocrità fatta di insuccessi? Ma come fai a reputare qualcosa un successo se poi l’unico obbiettivo è quello di spezzarti le gambe (o i trampoli se si è barato)?
Magari il Tetris è perfetta metafora dell’esistenza, fai tanto per incastrare dei blocchi dalle varie forme geometriche solo per vederli distruggersi.
Oppure no, magari è il Monopoli: costruisci un impero fatto di case ed alberghi solo per veder soccombere gli altri partecipanti a furia di soldi estorti tra vendite ed ipoteche. Una volta mi fu usato questo esempio per descrivere l’attività della criminalità organizzata.
Pensai che puoi costruire quello che ti pare, ma alla fine rimani sempre un ferro da stiro mosso dalla casualità dei dadi.
Ovviamente non lo dissi, non si sa mai chi c’è veramente dinnanzi a te.
Quando andai a Waterloo con la scuola c’era un freddo inumano. Pensai a me stesso, avevo 15 anni, mi dissi che questa è la fine che fanno quelli che si credono dei padreterni. Per me questo rischio non c’è. Mi sbagliavo.
Alle volte mi sento ancora come prima, una nullità. Ma dura poco, sento come un vermetto che dal fianco sinistro mi ricorda che volersi atteggiare a nullità non è che un altro modo subdolo per gonfiare il proprio ego. Dopotutto cosa gonfia l’ego più del ridere di se stessi? Credo nulla.
Fa un freddo irreale. Non mi sento più la faccia. Mi tiro su la sciarpa sul viso. Sto più caldo ma gli occhiali si appannano per via del mio fiato. Non vedo nulla, sento l’odore del cashmere. Mi ricorda di quand’ero piccolo ma è un ricordo neutro, non ho bisogno di appigliarmi ai ricordi.
Ogni tanto l’universo si accorge di me e mi regala periodi di pura follia.
Quando succede vorrei fermare tutto e dirgli “mio caro sta volta non mi trascinerai in nessun vortice di eventi, voglio rimanere solo con la mia practice routine”.
Me lo immagino l’Universo, che dalla sua tv in full hd si appresta a gustare le mie avventure sorseggiando un tè alla vaniglia mangiucchiando pasticcini.
Ce lo vedo che al sentire le mie parole quasi si strozza con una di quelle paste con i canditi rossi.
Dev’essere questo il motivo per cui succedono le tragedie, a qualcuno girano i coglioni e manda affanculo l’Universo.
“Grave tragedia avvenuta nel pomeriggio. Migliaia tra morti e feriti” titolano i giornali.
“Gli esperti a lavoro per dedurne le cause” vaglielo a spiegare che magari è solo qualche stronzo che si è rotto le scatole ed è andato a bussare alla porta giusta una volta tanto.
Una teoria affascinante.
L’altro giorno un caro amico mi ha scritto un sms, diceva “tu piuttosto: meno bukowski e più vafammoc”.
Ha ragione, rimedio subito:

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