Italian noodles.

Me ne sto seduto in classe a cercare di non addormentarmi.
Il documentario su Star Wars, John Williams e quanto sono bravi gli americani a fare i film, le musiche, le musiche per i film, i film per le musiche, le musiche filmate e i film musicati è di una noia mortale.
L’unica cosa che mi trattiene dall’addormentarmi è l’odio per quello con l’occhio mandorlato seduto di fianco a me.
Sta li sul banchetto con l’iPad e la tastiera apple senza fili super figa che se non ce l’hai sei un rifiuto umano.
Il professore dice una cosa, lui ripete continuamente l’ultima parola del professore.
“John Williams is amazing!”
“Amazing!”
“So, check it out this underscore”
“Underscore!”
E così via.
Prende appunti in maniera digitale, super tecnologica. Perde un’ora per scrivere una definizione e cerca di farmi sentire una nullità perché nel mio modo rabbioso di scrivere spezzo continuamente la punta della matita.
Non è colpa mia, arrabbiarmi è l’unico modo che conosco per concentrarmi.
Lo zen e la virtuosità dell’anima non hanno mai fatto per me, il mio whishful thinking è avvelenato come un pacchetto di sigarette. Non c’è niente da fare, provato pure a cambiare.
L’occhio mandorlato è sempre di fianco a me. Parla continuamente, commenta continuamente. Medito di dirgli di star zitto ma mi fa schifo solo l’idea di rivolgermi verso di lui.
Magrissimo con occhiali da babbeo e capelli lunghi. Un goffo tentativo di ribellione. Immagino come deve essere difficile essere uno di loro. Prodotti in sequenza come in un libro di Huxley cercano disperatamente di appigliarsi a qualcosa per urlare al mondo “gualdatemi, sono divelso!!!”.
Quando capiranno che il cercare di distinguersi li fa tristemente tutti uguali sarà troppo tardi ed avranno già conquistato il mondo trasformandolo in una specie di enorme involtino primavera.
Io comunque sono diverso, meno male.
Almeno abbastanza diverso da trovare un modo per levarmi da mezzo il mandorlato senza doverlo toccare.
Con la scaltrezza che solo chi è vissuto nella città dove il borseggio è considerata “un’arte” non è stato troppo difficile far rotolare il suo iPad del cazzo a terra facendolo sembrare un incidente.
Nel buio della stanza mi scappa un sorriso nel vedere come si fionda a raccogliere il suo prezioso tesoro, maledicendo la smart cover che non ha una buona tenuta.
La prossima volta non lo giri l’ipad verso di me per farmi vedere che stai controllando melodyne in remoto sul tuo mac, me ne sbatto il cazzo di questo vostro ego così gonfio d’aria e brandelli di speranza.
Per carità forse io di ego non dovrei parlare, ma sono arrabbiato, soprattutto con le donne.
Ne ho puntate due, entrambe europee. Entrambe castane con i capelli mossi e più alte di me.
Ho notato con orrore che somigliano vagamente a mia madre, chissà magari qualche altro strano complesso farà presto capolino in questa psiche fin troppo bizzarra.
In ogni caso una non ha dato nessun segno di cedimento, mentre l’altra ha prima iniziato a cedere per poi ritrattare dopo qualche giorno.
Ha lasciato la finestra aperta per la prossima volta che ovviamente, per mia scelta, non ci sarà.
Dopotutto nemmeno mi piace, è stato solo un esperimento.
Un tempo forse ci sarei rimasto male, adesso invece butto tutto nel calderone dell’indifferenza assieme al mio coinquilino che si riferisce alle tagliatelle come “italian noodles”.
Continuo alle volte a sentirmi un fantasma e pensare che se comincio a correre fortissimo finirei per passare attraverso il pullman che porta a Cambridge.
Chissà, in ogni caso mi sento troppo pigro per mettermi a correre.
Ho la fortuna di non ingrassare e non dimagrire.
A correre ci andassero i culoni del cazzo.

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L’invisibilità delle parole.

Mettiamo le cose in chiaro: questo non è un post ad alto contenuto emotivo. A pensarci non contiene proprio niente ed il titolo non strizza l’occhio a quella letteratura neo-cretina fatta di superficialità emotiva che piace tanto ai giovani moderni.
Nel corso della mia vita ci sono state diverse costanti, una di queste (che non è la stronzaggine), è rappresentata da un fenomeno parecchio fastidioso che si manifesta di tanto in tanto.

Per farla breve, quando mi trovo coinvolto in una conversazione con più di due partecipanti compreso me, noto che a volte quello che dico non viene ascoltato. Questo in realtà sarebbe normale, solo che io non parlo di “non ascoltato” nel senso di quando la gente non ti da retta, come quando ti metti a chiedere “vammi a comprare un cane” oppure “ma perché non ti iscrivi a giurisprudenza?” o come fanno gli scostumati “oh, m vuò fa nu bucchin’??” etc.
Per “non ascoltato” intendo, letteralmente “non udito”.
Ora questa cosa, da quando esisto, si è sempre verificata e continua a verificarsi! e non nascondono che qualche volta ci sono pure stato male. Insomma, alle volte mi sono pure ritrovato a ripetere una frase e quelli continuavano a non sentire.
Alla fine non sono riuscito a trovare una spiegazione che fosse in grado di dirmi il perché e da dove venisse questo strano fenomeno. L’unica cosa che sono riuscito a racimolare è una serie di osservazioni sul perché ed il come questo fenomeno avvenisse.

1) parlo velocemente e la gente non capisce.
2) parlo troppo a bassa voce e la gente non capisce.
3) mi mangio le parole e la gente non capisce.
4) i miei amici e le persone che frequento sono una massa di stronzi che se ne fottono di quello che dico e si mettono a fare i tipi saporiti che fanno vedere che ignorano perché sono “al di là”.
5) sto facendo il contrario di pensare ad alta voce, cioè parlare senza voce.
6) in realtà non ho mai parlato, non sto parlando, sto solo credendo di farlo perché sono pazzo.
7) quello che dico è intellettualmente e spiritualmente superiore a tal punto che il cervello degli altri conversanti, rimanendo attonito, decide di sua spontanea volontà di non recepire l’informazione e non provare nemmeno a decodificarla.
8) nel momento in cui sto per aprire bocca si apre uno squarcio spazio/tempo che risucchia le mie parole e teletrasporta in un universo parallelo in cui ci sta uno tale e quale a me solo che fa il barbiere, pippa cocaina, ascolta musica ambient e tiene i capelli pittati di viola. Ovviamente per via dell’anomalia spazio/tempo saranno i suoi amici (probabilmente pipparoli con la erre moscia) a sentire le mie parole. Immagino già la reazione.
9) dio (ammesso che esiste) preme il tasto per censurarmi sul suo telecomando controlla-umani sotto la sezione “cachiamo il cazzo”.
10) c’è una sorta di omertà su quello che a volte dico perché in realtà sono un mafioso solo che non lo so perché la notte sono sonnambulo, vado ad ammazzare la gente e la mattina dopo quando mi sceto non mi ricordo un cazzo. Questo in ogni caso se fosse vero in spiegherebbe il perché la mattina quando mi sveglio sento dei dolori allucinanti a tipo viecchio.

Questo post è dedicato a tutti quelli che si sentono invisibili o estranei all’ambiente in cui si trovano. Non vi preoccupate miei cari amici, mettetevi ad alluccare, spaccatevi una bottiglia di vino nuova da 30€ in testa o date un calcio in faccia ad un bambino di tre anni e mezzo e vedrete come si accorgeranno di voi.

La notte dei morti di fame (reprise).

Napoli è una città difficile ed è difficile raccontarla.
Napoli è una città infame e fa male raccontarla.
Napoli è una città stupida ed ottusa ed è da stupidi ed ottusi raccontarla.
Ma quando è uscito Gomorra è arrivato un nuovo modo di descrivere Napoli, il modo di raccontarla mentre si cammina nei vicoli e si prova rabbia per tanto degrado, lo scrivere su Facebook quanto la si odia e mai trovare il coraggio di lasciarla marcire per i fatti suoi.
Benedetto Croce la descrisse tanti anni fa come “un paradiso abitato da diavoli” ed ancora questo sembra il paragone più calzante e persino il padre di Wolfgang Amadeus Mozart la descrisse in maniera analoga.
La bellezza di Napoli è una bellezza effimera che non sta più nel territorio che abbiamo distrutto, è una bellezza che sta nella gente che schifiamo, nei diavoli di Benedetto Croce, insomma sta proprio in quello che l’ha rovinata.

Vai nel negozio dove hai comprato libri e dischi per anni, praticamente se quel negozio esiste ancora è pure merito tuo ed è un oltraggio che non hanno ancora appeso una tua gigantografia con scritto “grazie per essere sempre venuto ad acculturarti da noi” e ti ritrovi una commessa cacacazzo che ti risponde male. La guardi e più la guardi non solo non capisci perché ti ha risposto male ma vorresti sapere perché cazzo è così stronza. Stai comprando un libro di oltre seicento pagine che si intitola “Arnold Schoenberg: Stile e Pensiero” e quella ti guarda con la stessa sufficienza che hanno quei cani enormi e cacacazzo che quando ti vengono vicino lo fanno solo per sbavarti addosso. Non vivo più in Italia da otto mesi, se ho solo 56 centesi sulla Carta Più non è perché sono un pezzente ma perché vivo nella terra di Sturbucks, dove i commessi sono addestrati alla gentilezza e l’unica cosa di cui ti lamenti è di quanto sono ricchioni. Comunque se Feltrinelli adesso vende le manette pelose che i professori universitari comprano sognando di utilizzarle con le loro studentesse puttane un motivo ci sarà, e pensare che un tempo eravate un negozio serio.
Quando vai a mangiare la pizza con gli amici c’è sempre qualche fallito dall’aria vissuta che arriva, si presenta con sufficienza e non ti rivolge la parola per due ore e mezza. Quando gli fai notare che si sta bevendo la tua birra ti risponde con un laconico “uè, shchusamij” e poi attacca a parlare di quanto è forte Cavani e del fatto che è sbagliato che “Insigne guadagna 400 mila euri e Cavani 7 milioni”. Mi chiedo tu quando cazzo li vedrai QUATTROCENTOMILA euro in vita tua e ti fai pure i problemi che so giusti e sbagliati.
Ai baretti ci vai per salutare gli amici che bene o male vivono là e non riescono a fare a meno dei cocktail annacquati che se va male sanno pure di merda. Ma quella che sta dietro al bancone a farli è bona, non ci sta nulla da dire. Se non è una battona dell’est europa di solito è una di quelle puttane napoletane con il naso piccolo e dritto. Loro, loroso sono le puttane che trattano con nonchalance le altre donne che vanno ad abbeverarsi di cocktail a spese del figlio di papà di turno, e che con fredda indifferenza trattano persino i cafoni dalla faccia cattiva che vogliono pure fare finta di essere principini laureati in giurisprudenza. Quando arrivi tu invece non solo ti trattano male e ti fanno aspettare dieci minuti come uno stronzo, ma ti guardano pure come a farti pesare il fatto che loro hanno i lineamenti perfetti e tu no, magari hai anche le sopracciglia folte mentre loro hanno speso duecento euro da un’altra zoccola di estrazione popolare a farsele aggiustare. Quando paghi con i sette euro a spiccioli non ti guardano nemmeno in faccia e fanno pure le scocciate che devono contarli. Vorresti dirle che si ok sei vestito malissimo, sembri povero, senza lavoro e senza speranze per il futuro e non hai nemmeno una bella femmina affianco, semmai solo qualche amico fallito come te… ma “in realtà sono un compositore e scrivo musica, passo la giornata a mettere puntini su delle linee ma se volessi potrei scrivere un brano che se lo ascoltassi ti rannicchieresti in camera tua, giù sul pavimento in posizione fetale pensando solo a quanto sei una stronza cacacazzo che fa un lavoro inutile che un qualunque immigrato che non parla nemmeno italiano farebbe meglio”.
Ma non lo fai, perché ti fa schifo. Impara a sorridere, puttana. Se il locale dove lavori non è ancora fallito è solo per merito del fatto che la gente è alcolizzata ed ha bisogno dell’alcol proprio come i cani hanno bisogno di mangiare quei croccantini che puzzano di carne avariata.
La cosa più bella poi sono quelli che quando stai all’estero non vedono l’ora di rivederti ed una volta che torni non ti cagano di striscio. Quando arrivi ti dicono “eh hai voglia di fare c’è ancora tempo” poi passano a “domani devo stare con la mia ragazza” a “umaronnamia manca una settimana dobbiamo vederci assolutamente”. Quando li vedi di solito ti abbracciano e minacciano addirittura di offrirti da bere. Quando entri nel bar con loro scopri che si sono dimenticati il portafoglio in macchina e devi pagare tu per loro. Di solito non fanno manco la mossa di ringraziarti e cominciano  a scroccarti il futuro parlando di quando verranno a Boston ed ovviamente avranno necessità di un posto dove dormire. Mentre gli dici “certo, puoi stare da me” ti ricordi di tutte quelle belle storie che si raccontano sulle cose che succedono al Fenway Park di notte.
Infine ci sono quelli che non ti conoscono e cominciano a parlare di musica, attaccano con gruppi assurdi e narrano delle loro epiche nottate passate a scrivere canzoni di tre accordi “nello stile minimale degli Aricibaldcapecazzston, proprio come nella scena ispanico-canadese” di solito sono anche produttori che a pagamento sannomixare e produrre musica progressive house con influenze technopucchiaccation” ma ultimamente “mastico anche un po’ di Jazz, mi piacciono molto le sostituzioni i tritono ma questa è roba tecnica e probabilmente non sai di cosa sto parlando, ma non è colpa tua. A proposito, tu cosa fai nella vita?”

Questa è la vera bellezza di Napoli, la forza della disperazione che ti regala quando ti ritrovi a viverla.

Trick or Vafammoc?

Non capisco perché ogni volta che vado nello Starbucks a North End per scroccare il wifi (la lavanderia sotto casa mia non è affidabile e cominciano pure a schifarmi…) c’è sempre un cesso dai capelli sporchi che cerca di posteggiarmi. Quasi sempre.

Ma poi parliamoci chiaro, mi vengono vicino e chiedono se sto bevendo cioccolata calda, quasi a pensare “ma che dolce e tenero ragazzo”.
A questo punto per levarmele dai coglioni mi gioco la carta del sociopatico: rispondo a senza motivo che non bevo caffè americano.
“Perché?”
“Sono italiano”
“Gli italiani non bevono caffè?”
“Non bevono caffè americano”
“Perché?”
“È veleno”
“Wow!”

Insomma succede sempre l’esatto contrario di quello che desidero, anzichè pensare che sono un reietto pazzo con strane idee mi trovano interessante e vogliono sapere sempre più cose.
Poi quando becchi quella che ti piace fai tanto per fare il tipo interessante e finisci per essere scartato come sociopatico/pessimista/allucinato/troppofilosofo/ forsepurechevotachi/iodisicurononvoteròmai/ almenoperoggi/chissàforsevendepuredroga/aibambini. Ma questa è un’altra storia dove prima ti cacano il cazzo, ridono alle battute, escono, vengono a casa tua e poi fanno finta di non vederti per strada. Ma si sa, so guaglione, anna’ pazzià, se non pazzeano mo’ quando lo fanno, mannaggia a chitemuort, prima o poi pure ti riacchiappo, e poi voglio vedere, perché si sa, se non ti faccio a quattro pezzi mo’, quando ecc. ecc.*

Ma poi voglio sapere n’altra cosa.
Sapevo che Halloween qui è un po’ na fissazione ma non credevo a sti livelli. In tutti i cavolo di posti tipo Starbucks ai soliti caffè dai nomi lunghi come la costituzione hanno aggiunto “Pumpkin” che se non vado errato significa “zucca” o comunque se non zucca si intende ‘na cosa arancione più o meno sferica che anzichè magnarsela con la pasta la svuotano tipo pollastro e ci mettono una candela accesa dentro. Ah, di solito la tagliano pure a forma di capa di mostro.
Insomma, una trovata utile e geniale.
Ieri mattina nel mio break tra una classe e l’altra ho avuto la malsana idea di fare colazione da Starbucks (“lì hanno i dolcettini buoniiiii *_*” cit. imbecille media che vuole starcazz pure in italia) che, nonostante mi faccia schifo, di tanto in tanto ci vado ancora non so perché e chi cazzo m’ha ciecato.
Mentre aspettavo il mio cappuccino fatto male quella nerd che di solito trasforma le ordinazioni da pura e semplice idea astratta ad elemento concreto del mondo fenomenico urla “MOKA CHOCOLATE VANILLA CINNAMON HALF CREAM COFFEE DOUBLE SUGAR PUMPKIN LATTE GRANDE”.
Io dal conto mio stavo pensando beatamente ai cazzi miei. Ma poi mi son ritrovato a porre una domanda al mio intelletto: ma la parola “pumpkin” è solo una menata per Halloween o questi so cazzi che mettono pure la zucca nel caffè?
Comunque se la notte di Halloween qualcuno viene a bussare fuori alla porta di casa mia facendo quella cacata “dolcetto o scherzetto?” mi metto ad alluccare a tipo parcheggiatore abusivo a cui hanno scippato il cliente. Poi voglio vedere chi si caca sotto.

 *Potrebbe funzionare come testo di una canzone neomelodica (neoborbonica)???

Noi non siamo bostoniani.

Piove, e figurati se non piove. Fa anche freddo, mettiamoci smanicato, infradito e pantaloncini corti.
Domani prendiamo la Green Line per andare a vedere i Red Sox. Qual è? La B o la C? Aspetta un attimo ma qui perché passa solo la E? Vabbè sono le 18 beviamoci due casse di birra così possiamo prendere a calci le ragazze nella metro mentre andiamo a vedere i Red Sox. Ma non era 2$ il biglietto? Ah 2$ solo con la Charlie Card? E dove cazzo si prende la Charlie Card? Te la regalano? E dove? Comunque gli Yankees fanno schifo non siamo newyorkesi.
Organizziamo un party, mi raccomando portate da bere. Ma come è finita la birra? Aspetta ma sono le 23.05 non possiamo comprarne più. Meno male che domani giocano i Red Sox. Vabbè tanto giocano anche dopodomani, e pure il giorno dopo. Non sia mai che non li guardo, fai che per miracolo potessimo pure vincere dopo 5 ore di partita?
Ah comunque sto cercando casa. Ma davvero? Ed i bedbugs? No quelli non ci stanno, giusto qualche topo di tanto in tanto. Ma veramente? Io ho preso uno studio a fenway, il broker mi ha detto che era un’offertona e c’erano anche otto persone che lo volevano. Ma veramente? E quanto paghi? 1000$ al mese e non ho nemmeno le finestre! Fantastico! Pensa che la porta non si apre nemmeno del tutto perché sbatte contro la cucina, che poi è anche la camera da letto. Incredibile, magari fossi stato anche io così fortunato.
Ho comprato i mobili ikea per la casa ma tanto a fine mese li butto tutti per strada per comprarne di nuovi. Giusto, perché provare a venderli quanto puoi buttarli.
Hai comprato il giaccio? Mettilo nel caffè che fa freddo!!
Ho comprato la pizza. Ananas e salame piccante? Yes! Vediamoci i Red Sox!
Oh no non faccio in tempo a comprare il mio cornetto mattutino con uova, bacon, prosciutto e formaggio.
Il bidet? E che cazz’ è?
Oh sono le 16.30, iamm a magnà la dinner.
Quando starnutisci ricordati di farlo sul gomito.
Scusa mi vendi una sigaretta?
Adesso quando compriamo il caffè possiamo decidere se avere il bicchiere con Obama o con Romney. Bellissimo!
Vabbuò comunque ho comprato la maglia per andare al matrimonio.
Tiene lo smoking disegnato sopra.
Elegantissima.

La casa dei playmobil.

Quattro ore. Ho iniziato dal bagno, poi mi sono reso conto che non era ancora abbastanza e sono passato al pavimento della mia stanza.
Ho preso il detersivo per lavare a terra che c’era nel mobiletto. Non sono riuscito ad aprirlo.
Evidentemente non lo usavano da anni. L’ho messo sotto l’acqua per cercare di farlo scrostare. Non è servito a nulla.
Ho dovuto fare uno sforzo disumano. “Ecco come ci si sente quando vai in palestra” ho pensato.
Ci ho messo un po’ a capire come funzionava la cosa per lavare a terra. Al paese mio si mette lo straccio e lo si strizza nel secchio. Qua c’è la spugna con tanto di molla che si strizza da sola.
Mentre facevo avanti e indietro per tutta la stanza lavando alla meno peggio ho urtato il detersivo che avevo accuratamente lasciato aperto per pura pigrizia.
Mezza bottiglia si rovescia sul pavimento. Meglio così, è talmente sporco che dovrò farci almeno cinque passate. Alla fine ne faccio due.
Vado a bere un bicchiere d’acqua in cucina.
Torno in camera e guardo il pavimento. Vedo microbi ovunque, li vedo mentre aspettano che me ne vado a dormire per poi saltarmi addosso.
Li sento che parlottano su come annidarsi nella mia pasta e pesto.
Non posso dargliela vinta.
Vado da CVS e sto mezz’ora per cercare di capire dove vendono i disinfettanti. Alla fine ne compro uno qualunque.
“Clorox” si chiama, ha lo stesso odore della piscina dei miei zii a Baia Verde.
Vado a pagare. Prendo anche delle salviettine, non si sa mai.
13 dollari mi dice la commessa. Le do la carta, non funziona come al solito.
Pago cash ma capisco cape di cazzo e le do 30 dollari anziché 13.
Mi guarda con uno sguardo tra il comprensivo e l’annoiato. Ribadisce che sono 13.
Le do 20 ma non ha il resto quindi dice che ne vuole 15 per darmi il resto giusto.
Sbaglio a contare e gliene do 16. Mi ridà un dollaro e mi chiede come mai sto comprando tutte queste cose per pulire.
“Fatti i cazzi tuoi” penso. “Il mio appartamento è sporco” rispondo.
Lei accenna un “oh yes” con una strana inflessione tra il “non me ne frega a niente” ed il “povero cristo che butta soldi in queste cose”.
Rientro a casa e ci sono microbi ovunque.
Lavo di nuovo a terra, sta volta butto il Clorox nell’acqua e come un forsennato cerco di raggiungere tutti gli angoli della casa. Disinfetto tutto, dai bordi delle finestre alla vasca da bagno.
Per terra nel bagno c’è un tripudio di lordume, faccio piazza pulita.
Mi bruciano le mani. Metto dei guanti.
Sono quelli in lattice tipo chirurgo. Ne infilo uno. Ok. Ne infilo n’altro. Si rompe.
Maledico il creato.
Pulisco anche la cucina, disinfetto qualsiasi cosa.
Alla fine mi guardo allo specchio, ho una macchia sulla maglietta.
Il Clorox mi è schizzato addosso e si è scambiata.
Assurdo, mai fare le pulizie con la maglietta buona.
Mi vorrei arrabbiare ma non ho la forza.
Alla fine penso che è esperienza, mai fare le pulizie con la maglietta buona.
Quattro ore. Alla fine delle quali la casa odora come una piscina comunale, con il solito retro-odore di gas che non ho ancora capito da dove proviene.
Mi sdraio sul letto a quattro di bastoni.
Ormai è scesa la sera e questa non è casa mia.
Mi pare la casa dei playmobil: tutta ordinata e pulita, perfetta per viverci se fossi un pupazzo playmobil.
Ma io non sono un pupazzo playmobil.
Questa non è casa mia ma fra un mese la cambio, dovrò pulirne un’altra.
Forse il giorno che me ne andrò da questo appartamento dovrò lasciare al quello che me l’ha data in subaffitto una bottiglia di vino con un biglietto con su scritto “Grazie”.
Forse dovrei ma non so se lo farò, non voglio sempre rinunciare ad essere me stesso.
La settimana scorsa ho regalato da mangiare e bere ad un barbone.
Quando l’ho rivisto non mi ha ringraziato, mi ha chiesto dei soldi.
Qui c’è troppo buonismo e voglio pure adattarmi.
Ok.
Ma vafammoc, fai che avete scagnat’ o cazz pa’ banc re l’acqua?

Ecco come sarebbe andato a finire se il Titanic non fosse mai affondato.

Arrivano a NYC, lei è incinta e le cose vanno bene finché non sforna due gemelli idioti e cacacazzo. Lui trova lavoro ma va male, ne trova un altro e va pure peggio. Alla fine si ritrova a vendere noci di cocco in acqua sporca sulla spiaggia di Coney Island. Lei entra in depressione postgravidanza, in particolare osservando un bicchiere d’acqua si rende conto di come il liquido opprima e schiacci il vetro del bicchiere contro il legno del tavolo e per questo viene presa dalla Nausea di vivere. Dopo un paio di giorni si trova a frequentare i locali della 52esima e fare sveltine nei cessi con musicisti jazz sottopagati. Dopo un paio di settimane molla marito e figli con la classica sequenza “non sei più quello che cerco / non siamo fatti l’uno per l’altra / la nostra relazione non è che una costrizione voluta dall’abitudine / sei un mentecatto infatti t’agg mis pur e corn ecc.”. Dopo aver venduto il gioiello dal valore inestimabile ad un pappone per circa 120$ se li spende tutti da uno che legge i tarocchi in mezzo alla via. Dopo due settimane si mette con uno col Mercedes. Lui finisce a fare il pupazzo di topolino a disney world ed i figli vanno in orfanotrofio. Dopo vent’anni come nel più sputtanato dei film ritrovano il padre che beve vermut in un bar e gli dicono “dov’eri quando mi serviva una figura paterna?” e poi gli sputano in faccia senza nemmeno pagargli da bere.