L’invisibilità delle parole.

Mettiamo le cose in chiaro: questo non è un post ad alto contenuto emotivo. A pensarci non contiene proprio niente ed il titolo non strizza l’occhio a quella letteratura neo-cretina fatta di superficialità emotiva che piace tanto ai giovani moderni.
Nel corso della mia vita ci sono state diverse costanti, una di queste (che non è la stronzaggine), è rappresentata da un fenomeno parecchio fastidioso che si manifesta di tanto in tanto.

Per farla breve, quando mi trovo coinvolto in una conversazione con più di due partecipanti compreso me, noto che a volte quello che dico non viene ascoltato. Questo in realtà sarebbe normale, solo che io non parlo di “non ascoltato” nel senso di quando la gente non ti da retta, come quando ti metti a chiedere “vammi a comprare un cane” oppure “ma perché non ti iscrivi a giurisprudenza?” o come fanno gli scostumati “oh, m vuò fa nu bucchin’??” etc.
Per “non ascoltato” intendo, letteralmente “non udito”.
Ora questa cosa, da quando esisto, si è sempre verificata e continua a verificarsi! e non nascondono che qualche volta ci sono pure stato male. Insomma, alle volte mi sono pure ritrovato a ripetere una frase e quelli continuavano a non sentire.
Alla fine non sono riuscito a trovare una spiegazione che fosse in grado di dirmi il perché e da dove venisse questo strano fenomeno. L’unica cosa che sono riuscito a racimolare è una serie di osservazioni sul perché ed il come questo fenomeno avvenisse.

1) parlo velocemente e la gente non capisce.
2) parlo troppo a bassa voce e la gente non capisce.
3) mi mangio le parole e la gente non capisce.
4) i miei amici e le persone che frequento sono una massa di stronzi che se ne fottono di quello che dico e si mettono a fare i tipi saporiti che fanno vedere che ignorano perché sono “al di là”.
5) sto facendo il contrario di pensare ad alta voce, cioè parlare senza voce.
6) in realtà non ho mai parlato, non sto parlando, sto solo credendo di farlo perché sono pazzo.
7) quello che dico è intellettualmente e spiritualmente superiore a tal punto che il cervello degli altri conversanti, rimanendo attonito, decide di sua spontanea volontà di non recepire l’informazione e non provare nemmeno a decodificarla.
8) nel momento in cui sto per aprire bocca si apre uno squarcio spazio/tempo che risucchia le mie parole e teletrasporta in un universo parallelo in cui ci sta uno tale e quale a me solo che fa il barbiere, pippa cocaina, ascolta musica ambient e tiene i capelli pittati di viola. Ovviamente per via dell’anomalia spazio/tempo saranno i suoi amici (probabilmente pipparoli con la erre moscia) a sentire le mie parole. Immagino già la reazione.
9) dio (ammesso che esiste) preme il tasto per censurarmi sul suo telecomando controlla-umani sotto la sezione “cachiamo il cazzo”.
10) c’è una sorta di omertà su quello che a volte dico perché in realtà sono un mafioso solo che non lo so perché la notte sono sonnambulo, vado ad ammazzare la gente e la mattina dopo quando mi sceto non mi ricordo un cazzo. Questo in ogni caso se fosse vero in spiegherebbe il perché la mattina quando mi sveglio sento dei dolori allucinanti a tipo viecchio.

Questo post è dedicato a tutti quelli che si sentono invisibili o estranei all’ambiente in cui si trovano. Non vi preoccupate miei cari amici, mettetevi ad alluccare, spaccatevi una bottiglia di vino nuova da 30€ in testa o date un calcio in faccia ad un bambino di tre anni e mezzo e vedrete come si accorgeranno di voi.

Il declino dell’Italia.


Il declino forte secondo me c’è stato verso fine anni 90 inizio 2000, insomma nell’epoca in cui se parlavi con un tredicenne lui già sapeva cosa sono i bucchini. Praticamente durante quegli anni non si capisce come tutto diventò improvvisamente una merda, così, da un giorno all’altro.
C’era Cecchipaone o come si chiama che conduceva “La macchina del tempo” su Rete 4 che tra tutti i canali mediaset è sempre stato il più gay. Chiamale coincidenze.
Era l’epoca dei cellulari che pesavano settantatré chili, c’erano la TIM e la OMNITEL e poi venne pure la BLU solo che nessuno ce l’aveva. La TIM aveva una cosa che si chiamava “Cartamici” che al prezzo di diecimila (o erano venticinquemila?) lire avevi cinquanta SMS gratuiti da mandare solo ai numeri TIM. Ti finivano in meno di tre giorni perché era appena iniziata l’epoca della mortificazione della lingua e la gente ti mandava gli SMS con su scritto “Ke fai?” e poi ti facevano gli squilli. Uno squillo significava “ti sto pensando” e sta cacata si è portata fino al mio terzo di anno di liceo quando ero fidanzato con una che poi ci lasciammo e quando voleva tornare con me cominciò a farmi gli squilli pure lei. Una volta le risposi pure dicendo “pronto?” e si incazzò perché le avevo fatto spendere soldi. Poi c’erano numeri sconosciuti che ti squillavano e tu dovevi mandare un messaggio con su scritto “Ki 6?”. Di solito rispondeva un tale “Kekko” che poteva essere chiunque.
I dischi costavano quarantamila lire e facevano cacare, c’erano quelli di “aim a babbi gherl” e quelle che quando le Spice Girls si erano già sciolte (dopo aver fatto un merdosissimo film che solo pochi eletti potevano vantarsi di aver visto) Italia 1 realizzò una sorta di reality show dove alla fine vinsero quattro puttane che si misero a fare le cantanti in una girlband: fenomeno musicale già ampiamente trapassato. Poi c’erano pure “Paola e Chiara” e quelli di “Bludadidaduda” insomma la musica faceva cagare e quando la gente riascolta quei pezzi e dice “ah come erano belli quei tempi” capisci che veramente ci sta qualcosa che non va. Poi ci stavano i videogiochi con cui anche il Napoli di Beto poteva vincere la Champions League e potevi modificare i parametri dei giocatori così Pistone dell’Inter poteva davvero essere più forte di Roberto Carlos. C’erano anche i “pomeriggi danzanti” in discoteche come lo “scemuà” o il “Porto Palos” (per quelli che tenevano i genitori con la pazienza di accompagnarli e venirli a prendere) che iniziavano alle 18.00 e finivano alle 22.00 ed i bambini si ammoccavano e le bambine si mettevano pure le minigonne ed ammoccarsi si diceva “pariarie” e se non “pariavi” eri già considerato “ricchione” e ti facevano il gesto della mano dietro l’orecchio. Come “pariare” adesso sia diventato sinonimo di divertirsi non lo si saprà mai.
Poi per sei mesi ci distrussero le palle con una pubblicità di qualcosa che si chiamava “Grande Fratello” senza dire che cazzo fosse. Alla fine si venne a sapere che prendevano un imprecisato numero di imbecilli, ex tossici, minorati mentali, avanzi di galera subumani che pure in galera non li volevano più e li infilavano in una casa arredata Ikea piena di telecamere. Mi immagino la riunione alla Mediaset con uno che una mattina si presenta col gel nei capelli e con tono da ubriacatura canzonesca afferma “Uagliù ma ‘na volta l’Italia era Giuseppe Verdi, Vivaldi, Dante e Michelangelo, mo’ anziché cercare di appare questo improvviso ed insensato declino perché non ci scemuniamo ancora di più? Pigliamo quattro disgraziati e chiudiamoli da una parte, facciamoli chiavare, appiccicare, alluccare, prendersi a mazzate, insomma facciamogli fare esattamente quello che fanno quelle scimmie per cui gli animalisti si lamentano che stanno in via di estinzione e trasmettiamoli in televisione”.
E da lì tutti uscirono pazzi per quella cacata, che se non sapevi chi era Taricone, il cafone di Caserta, eri un fallito emarginato. Non a caso quando morì tutti piangevano perché si ricordavano i bei tempi di quando erano giovani e spensierati e non ancora fuoricorso all’università.
Erano anche i tempi in cui dovevi andare a catechismo. Il primo anno si andava solo il Venerdì ed il secondo il Martedì ed il Giovedì. Il primo anno oltre a spiegarci chi era gesùcristo ed a dirci che ci amava e non dovevamo farlo piangere ci facevano vedere dei cartoni animati dove ti spiegavano cosa succedeva e come si faceva ad andare nel paradiso o all’inferno. Praticamente c’era uno ricco, obeso e diabetico ed uno povero magro e vecchio. Il ricco diabetico moriva per una salsiccia che non aveva masticato mentre quello povero e vecchio moriva di fame e mangiato da dei cani (giuro che era così!) alla fine si vedeva il ricco che bruciava all’inferno mentre urlando di dolore guardava il povero in paradiso che mangiava e beveva vino rosso alla faccia sua. Avevo tipo otto anni e già lì pensai “ohi ohi”. Poi a fine anno ci fecero confessare con dei preti. Quando toccò a me mi ricordo che il prete mi chiese quanti anni avevo, come mi chiamavo, dove abitavo e se dicevo bugie. Ci fecero confessare pure l’anno dopo ed io esordì dicendo come mi chiamavo, quanti anni avevo, dove abitavo e che dicevo bugie. In capa a me la confessione era solo quello, i bei tempi di quando ero innocente e non sapevo che i preti si facessero raccontare i fatti della gente solo per poi farsi le seghe la mattina dopo appena svegli. Il secondo anno poi appesero un cartellone in classe con al centro un disegno dell’ebreo pazzo di gesù ed i nostri nomi disposti in cerchio. Ogni volta che andavi a messa dovevi azzecare una stellina su quel cartellone ed alla fine vinceva chi arrivava più vicino al traguardo. Io avevo una sola stella che tra l’altro non era nemmeno valida perché imbrogliando contai il funerale di mio nonno come messa.
Poi si lamentavano del perché già a dieci anni non credevo più a gesù ed al liceo cercavo di staccare i crocifissi da dentro le classi e dicevo che volevo andare all’inferno (quello lo dico tutt’ora).

La speranza è sempre l’ultima a morire. Dopo tutto questo declino posso dire che finché ci sarà qualcuno che gode perché Fabrizio Corona deve andare in galera (grazie David Trezeguet!) che spera che Maria de Filippi fallisca insieme al suo programma da minorati e che non scrive usando le k posso dire che per questo paese c’è sempre speranza.

La Gaia Scienza e le amnesie che mi tormentano.

Sono una persona che di solito si ricorda molte cose. Soprattutto quando si tratta di eventi. Mi diverte molto questa cosa, soprattutto quando riesco a ricordarmi di certi dettagli che altra gente ha invece rimosso. Per esempio, una volta ero in macchina con dei miei amici ed all’improvviso una sigaretta finì sul parabrezza allora… No vabbè chissenefrega.

Al pari di molte persone, sia reali che non, quando c’è qualcosa che mi turba sento il bisogno di scendere per strada e camminare. La Feltrinelli non è la mia meta preferita, è semplicemente la mia meta automatica. Poco fa sono rincasato dopo una piacevole giornata passata in giro con i miei amici, ne avevo davvero bisogno perché quando c’è qualcosa che non va questo assorbe quasi il 100% della mia coscienza, dandomi l’impressione di vivere in una realtà parallela dove tutto è sfocato ed ha un odore grigiastro. Questo genere di uscite mi fanno tornare con i piedi per terra, cosa necessaria.

Ma poi quando sono rincasato ho sentito l’odore di detersivo della casa, ho posato la giacca sul mio letto fresco fatto ed il tempo guardare il mio riflesso nella finestra e mi è preso lo sconforto. È brutto quando ti prende lo sconforto, praticamente è come se ti precipitasse un enorme chitarra sulla testa. Quell’accordo dissonante che risuona quando cadono le chitarre è la cosa più brutta. Per me è praticamente è una pugnalata.
Comunque alla fine ho rimesso la giacca sono sceso di nuovo nonostante fossi fisicamente sfinito.

Come dicevo di solito ricordo molte cose, ma certe volte non riesco a ricordare e la cosa mi manda in paranoia. All’altezza di del cinema Filangieri mi sono ricordato che c’era un aforisma di Nietzsche che ero solito leggere nei momenti di sconforto.
Mi ricordavo fosse in “Aurora” e che fosse numerato con un numero a tre cifre di cui l’ultima un uno. Una roba tipo 481 e fosse a metà libro.
Allora mi precipito alla Feltrinelli, cerco “Aurora” e comincio a rigirarmelo cercando tra gli aforismi con un numero simile a quello che mi ricordavo.
Pieno di rabbia perché non ricordavo nulla, né il titolo né di cosa l’aforisma trattasse ho cominciato a sfogliarlo pagina per pagina. Mi sono impalato lì, sentendo un caldo incredibile, a sfogliare quel libro. L’ho fatto per tre volte e non sono venuto a capo di nulla.
Alla fine, sono tornato a casa.

Poi mi sono ricordato che una volta quell’aforisma l’ho dedicato ad una ragazza di cui ero innamorato, credo che volessi farle capire attraverso quelle parole, e la mia personale interpretazione, quanto fosse importante per me tutto quel casino. Una cosa abbastanza patetica vista adesso ma vabbe. Adesso quel genere di cose le scrivo da ubriaco, prima lo facevo anche da sobrio. Mi pare un salto di qualità in ogni caso.

Comunque alla fine trovare sto cazzo di aforisma era diventato una questione di principio, allora mi sono fatto forza, ho fatto il login alla mia casella di posta elettronica ed ho fatto un salto indietro di un bel po’ di tempo. Alla fine l’ho trovato in una mail inviata il 4 Gennaio 2009 (ma guarda un po’ le coincidenze, è oggi) che si apriva proprio così:

<<Il peso più grande. Che accadrebbe se, un giorno o una notte, un demone strisciasse furtivo nella più solitaria delle tue solitudini e ti dicesse: “Questa vita, come tu ora la vivi e l’hai vissuta, dovrai viverla ancora una volta e ancora innumerevoli volte, e non ci sarà in essa mai niente di nuovo, ma ogni dolore e ogni piacere e ogni pensiero e sospiro, e ogni indicibilmente piccola e grande cosa delle tua vita dovrà fare ritorno a te, e tutte nella stessa sequenza e successione – e così pure questo ragno e questo lume di luna tra i rami e così pure questo attimo e io stesso. L’eterna clessidra dell’esistenza viene sempre di nuovo capovolta e tu con essa… granello di polvere!”? Non ti rovesceresti a terra, digrignando i denti e maledicendo il demone che così ha parlato? Oppure hai forse vissuto una volta un attimo immenso, in cui questa sarebbe stata la tua risposta: “Tu sei un dio e mai intesi cosa più divina!” ? Se quel pensiero ti prendesse in suo potere, a te, quale sei ora, farebbe subire una metamorfosi, e forse ti stritolerebbe; la domanda per qualsiasi cosa: “Vuoi tu questo ancora una volta e ancora innumerevoli volte?” graverebbe sul tuo agire come il peso più grande! Oppure, quanto dovresti amare te stesso e la vita, per non desiderare più alcun’altra cosa che questa ultima eterna sanzione, questo suggello?>>
La Gaia Scienza, Aforisma 341
Friedrich Wilhelm Nietzsche

Era ne “La Gaia Scienza” ecco perché non lo trovavo. Ma vafammoc.