I sogni non sono stanze in cui puoi urlare.

E vabbuò. Sarebbe facile scrivere di quanto sono sfigato, di quanto siano incompetenti all’aeroporto di Capodichino, del fatto che ora starei atterrando in quella che dovrebbe essere la mia nuova città ed invece sto in camera mia dinnanzi al solito computer. Sarebbe facile ma non lo è. Perché è una vita che detesti lo stesso posto, che odi le persone che ci vivono e non capisci perché continuano a perseverare nei loro errori. Fa male, fa male rendersi conto che è casa tua. Fa male affezionarsi alle persone, alle cose, fa male volersele portare dietro ma poi finisci per lasciarle qui perché hai paura di perderle perché è come se lì fosse tutto vuoto e temporaneo. Sai che è un paese difficile, dove per chi ha vissuto dove c’è a chi piace tenersi la panza in mano è come essere presi e strusciati su una graticola rovente. E quando te ne stai finalmente andando di nuovo senti che non ce la fai, che sta volta è diverso, sta volta non è come la prima dove hai accennato un pianto nell’aeroporto di monaco e poi l’hai concluso con un secco urlo di rabbia una volta arrivato a destinazione. Sembrava fatta e poi ti ritrovi un altro giorno qua. Ma come, non sei partito? Questa volta è diverso, sono preparato, credo di aver racimolato la forza giusta. E dentro di te senti che non è così, e pensare che nemmeno volevi tornarci a casa a Natale. È perché lì a Boston sei anestetizzato, non hai segnali dai sentimenti e dalle emozioni, no non hai segnali da niente e scopri che dopotutto sei scappato dalla vita che hai qui, quella che non volevi. Ma quella che c’è lì non è quella che sognavi.
Però, se non lo è potrebbe pur sempre diventarlo, almeno lì funziona così.
Quando mi voglio spronare a fare qualcosa mi dico “domani mi compro un dinosauro”.
So benissimo che sarebbe meglio dire “oggi mi compro un dinosauro” oppure ancora meglio “adesso mi compro un dinosauro” e questo non è un papiello contro la procrastinazione.
Ho passato una vita a dirmi queste frasi, ma la cosa migliore sarebbe stata ritrovarsi a dire “Ieri ho comprato un dinosauro, ed anche l’altro ieri ed ancora il giorno prima; per questo sono rimasto senza soldi, bene, vediamo a chi ne devo fottere uno oggi”.
Vorrei tanto sovvertire le cose ma per quanto ci provi i non immediati risultati mi tolgono energia.
E poi diciamolo, alla fine è inutile stare a giocare al gioco di cui stai ancora imparando le regole. A loro lascio il potere, io, da napoletano, mi tengo il fottere.

Qual è l’area di un pavimento fantasma?

Il commesso sta ascoltando una canzone che conosco.
Gli faccio notare che conosco il brano ed il gruppo, i Blackfield, e sembra entusiasta.
Al ritorno mi ritrovo a parlare mezz’ora con una senza sapere chi cazzo sia, l’avevo confusa con un’altra.
Mi lascia il suo numero e dice che dobbiamo sentirci per fare non so cosa.
Io quelle così le odio perché non capisci mai se stanno in buona fede o no, se rischi di infilarti in una di quelle cose all’insegna dell’amicizia; insomma, quelle cose tristissime dove tu stai lì e ridi, fai battute e lei ti trova brillante e simpatico quando invece stai a macinare odio e noia.
Oppure cosa peggiore è quando sei inserito in un contesto di un gruppo di persone dove la tua presenza è volentieri tollerata ma per un motivo o per l’altro non riesci a centrare il punto del discorso, quindi ti ritrovi a strappare brandelli di conversazioni qua e la ed a fare domande riguardanti l’argomento principale ma nessuno ti risponde, o se lo fanno è in maniera stizzita.
Nel migliore dei casi quando dici qualcosa nessuno ti sente, nel peggiore fanno finta di non sentirti.
A casa mi addormento e mi sveglio poco dopo con la bocca impastata, in un bagno di sudore. Ho sognato una giapponese non definita che cercava di baciarmi, intervallando i tentativi di saltarmi addosso cantando canzoni tristissime. Alla fine riuscivo ad andarmene inventandomi una scusa qualunque per essere poi inondato di messaggi con richieste di vederci di nuovo.
A tratti mi sento un fantasma e sento che ben presto tutti mi odieranno.
Mi sdraio sul pavimento, sudo e vedo cose, vorrei piangere ma ho la sensazione di non ricordarmi come si fa.
Il pavimento è scomodo e puzza di disinfettante, ho fame ma non sento il bisogno di mangiare.
Chiudo gli occhi e ascolto gente che ride, vorrei scappare via ma non ho la forza.
Mi balza l’idea di tornare nella routine: mi immagino cucinare un piatto di penne col pesto ma mi viene da vomitare solo all’idea.
Chiudo gli occhi e spero che il pavimento mi assorba. Non succede un cazzo, ho gli occhi chiusi e continuo a vedere cose.
Comincio a cantare qualche strana melodia ma non ho la forza di trascriverle.
Vorrei essere da un’altra parte, vorrei essere con una ragazza che mi sorride con sincerità ed affetto, con uno spaghetto alle vongole ed un disco che non ho mai ascoltato ma che mi piace da morire.
Esco fuori al palazzo per scrivere sul mio blog, sto lì e c’è una che mi guarda e mi sorride per almeno mezz’ora.
Alla fine mi alzo per andare a comprare dell’acqua frizzante dal fetuso e le allungo un bigliettino col mio numero di telefono. Lei mi sorride e fa finta di non capire, io alzo le sopracciglia e le sorrido poco prima di andarmene, forse per sempre, non lo so.
Arrivo al negozio ed il commesso è lo stesso di prima.
Non mi riconosce, compro l’acqua frizzante Schweppes Club Soda e me ne torno a casa.
Mi sento sempre di più un fantasma ed ho l’impressione che se corressi incontro a qualcuno riuscirei a passargli attraverso.
È il momento di dare una svolta, prendo la chitarra e vorrei suonare a tutto volume ma non ho l’amplificatore.
È così che suonerebbe il fantasma di un chitarrista, a chitarra spenta e nessuno che riesce ad ascoltare tutte le fredde e metalliche note che suona.
Potrebbe finire tutto da un momento all’altro, ho il fiato sul collo.
Ma ho la sensazione che non succederà, non ho voglia di morire moralmente.

Andiamoci a prendere un Jack & Red Bull dai, poi vattene pure affanculo.

Una volta lessi una frase di Nietzsche che affermava che i gusti sono solo una sorta di autodifesa da ciò che potrebbe non piacerci o giù di lì.
È stata una delle poche frasi scritte da altri che mi ha aperto gli occhi, perché scoprii che rispecchiava il mio pensiero, soprattutto in ambito di gusti musicali.
Sono una persona che ha sempre cercato di lottare contro i pregiudizi, però devo ammettere che io stesso sono vittima di molti di questi. Ma non importa, ho capito che talvolta fa bene non voler sopportare certe cose.
Andando nella direzione opposta devo dire che mi piace avere delle ossessioni. Se mi piace una cosa non voglio che mi piaccia poco, mi deve piacere molto, moltissimo, ci devo entrare dentro e voglio che questa caratterizzi il mio essere.

Alla luce di questo dentro di me ho sempre pensato che il whiskey infondo non mi sia mai piaciuto. Tutta quella passione per il Jack Daniel’s è reale? Cioè mi piace davvero tanto da giustificare il numero assolutamente allucinante di litri bevuti, tutti i gadget acquistati, i calendari appesi ogni anno in camera, la ricerca continua della bottiglia magica che una volta bevuta mi avrebbe donato il sacro potere del rock’n’roll?
L’impressione che ho sempre avuto è che fossi così stronzo da creare tutta questa pantomima solo per avere una scusa in più con me stesso per bere.

Sabato sera comunque ho commesso un errore di inesperienza anche se questo non è il termine giusto perché sono anni che mi ubriaco ed ormai un po’ ho capito come funziona.
Nonostante fosse già qualche giorno che mi sono reso conto che non tanto i comportamenti che adotto, ma i pensieri da cui questi scaturiscono, tendono talvolta ad essere offensivi nei confronti della mia intelligenza, ho ingenuamente pensato che il modo migliore per affrontare la serata fosse proprio quello di bere come un disgraziato.

Prima di scendere ho cenato a casa di un mio caro amico che mi ha poi dato la possibilità di intrattenermi con una mezza bottiglia di scotch. Me la sono goduta lentamente nemmeno fosse una bella donna. Sarà stata poi l’ansia dell’alcolista in carriera ma quando ho finito di corteggiare lo scotch stavo ancora bene, allora ho chiesto se a farmi compagnia potesse essere un po’ di vodka.
Insomma quando ho assaggiato quel liquore schifoso ho capito che posso stare tranquillo, perché tutta la menata sulla storia del whiskey è solo una mia sega mentale, il Jack non me lo sono fatto piacere, è destino che dovesse piacermi.
Non ci sta niente da fare, tutto il rispetto per i russi ma avrei preferito staccare il tappo ad una macchina e scendermi in corpo tutta la benzina più che bere quella roba.
Alla fine al locale ho preso un Jack & Red Bull, drink di mia invenzione (che fantasia, eh…) che bevo sempre.
Mo’ non so se è stato quello a fare da catalizzatore o cosa, fatto sta che ad un certo punto non capivo più un cazzo: ho completamente perso il filo dei miei pensieri ed a tratti rischiavo quasi di affogarmici.
Improvvisamente mi sono ritrovato da solo fuori al locale. Ho messo l’iPod in riproduzione casuale ed è uscita fuori una canzone che non ascoltavo dal marzo 2009.
A parte la coincidenza (quella sera suonava la persona che me l’ha fatta scoprire quella canzone) mentre ascoltavo i Novembre mi son ritrovato per qualche a minuto dialogare con il mio subconscio, e questo è un po’ quello che ci siamo detti:

– We.
– Lì c’è una specie di panchina. Vatti a sedere, questo non è il genere di canzoni che ascolti camminando per strada come un idiota o che ti fanno sognare a tempi che verranno.
– Come?
– Fai che scherza oggi, scherza domani, sei diventato coglione veramente? Muoviti che fa pure freddo.
– Guarda che mi sono promesso smettere di starti a sentire.
– Devi smettere di fare tante cose, anzi sai che ti dico perché non fai un fioretto come fanno i falliti?
– Fottiti.
– Fottiti tu, anche perché nel frattempo ti sei seduto, ho vinto io.
– Se non ti stai zitto non posso ascoltare la canzone.
– Ah vuoi davvero ascoltarla? Così magari è la buona volta che ti metti a piangere a tipo ragazza scartata alle selezioni di Maria de Filippi.
– Non trattarmi male.
– Ma cosa fai? Sei seduto e ti rannicchi su te stesso? Che c’è ti senti schiacciato dal peso degli eventi? Mettiti pure in posizione fetale già che ti trovi. Vorresti fare pena a qualche passante?
– Piantala. Dovremo essere una squadra io e te.
– Squadra sto cazzo, sto sempre a suggerirti cosa fare, anche quando sei sobrio (credi davvero che tutte quelle idee che ti vengono siano farina del tuo sacco?) e poi alla fine non lo fai mai.
– Cosa vuoi insinuare, che non ragiono con la testa ma con altre cose, tipo il pene?
– Eh, vabbuò. Stai sempre a fare la parte del maschio che non vuole avere l’ossessione del sesso che magari ragionassi con quello, scoperesti di più ed io e te quasi non ci conosceremo.
– Ma vedi tu un poco la Madonna.
– No stronzo, non la vedo perché a quelle cose non ci crediamo.
– Ma che vuoi?
– Voglio dirti che la devi smettere.
– Di bere?
– No, di chiedere consigli alle persone sapendo che poi vuoi fare di testa tua. La devi smettere di autoesaltarti e poi pensare che non sei all’altezza di fare quello che senti.
– Ti prenderei a capate.
– A capate devi prenderci qualcun altro, e lo sai benissimo.
– Lo so, ma non so come.
– Capirai, ormai si sta facendo tardi. Mo’ devi accettare passivamente tutte le conseguenze, hai fatto anche guai peggiori, ti ricordi quella volta?
– Non ci provare. Zitto, non dirlo.
– Hai un’immagine di te ben chiara nella testa e fai di tutto per comportarti come si comporterebbe lei, no, non ti prendo per il culo, questo è da ammirare. Ma devi accettare anche il fatto che alcuni possano non comprenderla e fraintenderti.
– Odio quando succede, non è giusto.
– Succede e basta, hai imparato ad accettare persino cose peggiori, dai figurati se non riesci ad accettare il fatto che la gente non ti comprenda per quello che sei.
– Domani ci parlo.
– Perché non ora? Il treno non è ancora passato, cosa farebbe Leonard Bernstein?
– Che diavolo ne so.
– Allora mettiamola così visto che ti piace tanto il personaggio, cosa farebbe Hank Moody? Io un’idea ce l’ho. Cosa aspetti? Tanto peggio di così… Non tanto per gli altri, fottitene, ma per te. Basta accettare le cose passivamente e poi martellarsi l’anima come se fosse colpa nostra perché sta volta davvero non lo è.
– Tu dici?
– Ancora a questo stiamo? Allora ti mancano proprio le basi.
– È che non so più cosa pensare.
– Ahahahah, magari fosse davvero così!
– Mi squilla il cellulare.
– Non rispondere, chi credi che sia, Scarlett Johansson? Non farmi ridere.
– Devo rispondere.
– Non farlo, appena finisce la canzone vai a fare quello che è giusto.

“Pronto? Ah la serata è finita? Io sto vicino al locale, sto ascoltando una canzone. È quasi finita, arrivo e ce ne andiamo”

– Sei un coglione.
– Non posso sottrarmi, sono venuti solo per me.
– Bravo, fai come sempre, rimanda l’azione e goditi l’apatia. Magari fai come quest’autunno che smetti di lavarti, curarti nell’aspetto (semmai l’avessi fatto) e ti chiudi in casa a studiare musica.
– È per il mio futuro, e sti cazzi dell’aspetto tanto sono un cesso se ho successo è solo merito tuo.
– La canzone è quasi finita, tira dritto, vai.
– Domani ci parlo, promesso.
– Domani è meglio studiare armonia, ti ricordo dove vuoi andare.
– Domani. Te lo prometto.
– Sei un pappagallo senza palle.
– Non è vero e lo sai anche tu.
– Si lo so ma volevo provare a spronarti. Comunque ci sto ripensando. Dopotutto il tempo è galantuomo.
– Scherzi? Allora ho vinto.
– Col cazzo, mi fai solo troppa pena, ci rivediamo al prossimo Whiskey & Red Bull.
– Ti odio.
– Io invece ti amo.
– Ad maiora semper. Gli facciamo il mazzo tanto. Rock’n’Roll.
– Sei ridicolo, hai appena toccato il fondo e ti metti a dire certe cose?
– Che devo fa? Sono ubriaco.
– Dicono tutti così, ma non odiavi quello che fanno tutti? Secondo me sei solo un coglione.
– Pensa se fosse uscita “A Change of Season”, chi ti avrebbe sopportato per 22 minuti e passa di canzone?
– Ma magari, quello è un dio di pezzo. Questa invece è solo una canzone a cui sei affezionato perché ti piace avere le ossessioni.
– Sono nervoso e non ragiono bene.
– No, ti sei solo rotto il cazzo, questa roba non ti serve più a niente.
– È finita, tanto vale non farsi più scrupoli, le scorte di carne umana non sono mica esaurite.
– È l’inverno che per noi è finito. Il fatto che continui è solo una formalità.

La prossima volta, prima di prendere l’ennesima consumazione pensateci bene.
Risparmiate e compratevi un disco, a differenza delle sbronze vi rimarrà per sempre.
O magari no.
Ma vafammoc.

Divenire. Ma vedi tu un poco la Madonna.

Le cose cambiano. Lentamente a volte altre mica tanto. Ti ritrovi lì una mattina a guardare il poster che guardi ogni volta che ti svegli ed è sempre lo stesso ma in realtà non lo è più. È sempre lui, un pianoforte tutto ammatondato con strane scritte. Lo guardo, c’è qualcosa che non va ma è sempre lui. Per me che sono fissato con le simmetrie è sempre una tragedia vederlo leggermente più un basso degli altri ma che ci vuoi fare, la pigrizia e la paura di romperlo fanno si che tra l’intenzione e l’effettiva voglia di sistemarlo passi la stessa distanza che c’è tra il dire ed il fare: il mare.
Il mare, appunto.
Il mare.

Mi piace il mare, ma lo odio perché è il ricettacolo di sentimenti ed emozioni di tutti. Poeti, scrittori, musicisti, pensatori, fumatori, persone normali, cafoni, neocafoni.
Non mi va di condividerlo con questa gente, vorrei che fosse solo mio.
Ma non ce l’ho fatta ed alla fine l’ho abbandonato a se stesso.
Per carità una volta ci sono tornato. Era piena estate e la gioia di vivere in me era ai minimi storici. Erano le 14.00, presi il mio fidato Zarathustra ormai più che consumato ed andai al castel dell’ovo. Ma questa è un’altra storia, e non mi interessa.

È che il divenire è diventato normale. E non c’entra che ascoltavo questo brano tutte le mattine a Boston mentre mi recavo a scuola. E non c’entra nemmeno che in questi giorni non l’ho ascoltato.
È che tempo fa mi sono fatto una promessa, ho simulato facendola ad un mio amico ma l’ho fatta a me stesso ed almeno sta volta ho voluto mantenerla. Almeno questa volta, per me.
Perché basta andare a dormire con dei pensieri e svegliarsi con gli stessi. C’è un momento in cui te lo dici da solo e manco te ne accorgi. Basta. Basta cazzo, basta. Sta mattina voglio svegliarmi ed incazzarmi, perché quando mi incazzo mi sento sempre meglio. Ok tendo a suonare in anticipo sul tempo come ai vecchi tempi e rispondo male ma tanto lo faccio sempre, ed almeno certe cose perdono importanza.
È un po’ come quando giri con una bella donna e tutti ti guardano con quell’aria di sufficienza. Il loro codice etico di sopravvivenza vuole che tu guardi e passi avanti conscio della tua insicurezza, che tanto domani lei si sveglia ed esce con un altro, per la serie meglio godersi il momento.
A volte ho avuto la netta sensazione di stare per dire a qualcuno di questi personaggi “Ma cosa volevi coglione, che si mettesse con te?”. Ma chissà perché non l’ho mai fatto.
Eppure con qualche bella ragazza ci sono uscito.

Una volta tanto non ci voglio più camminare sulle aiuole.
Non ci credo più in certe cose.
Mi sono stancato, ma mica adesso.
Un paio di sere fa ho bevuto l’assenzio e mi ha fatto cagare.
Altro che bohémien, è un liquore da mezzeseghe.

Divenire… Tutte queste sono solo chiacchiere da bar culturalmente superiori alla media, l’unica cosa importante è guardarsi allo specchio ancora col pigiama addosso, con le cuffie nelle orecchie che sparano musica a tutto volume, sorridere e dire “ma vafammoc”.
Ne assaporo ogni sillaba.
Ogni lettera.
Ogni istante.
Godo.
Ad maiora semper.

Ma vafammoc.

La Gaia Scienza e le amnesie che mi tormentano.

Sono una persona che di solito si ricorda molte cose. Soprattutto quando si tratta di eventi. Mi diverte molto questa cosa, soprattutto quando riesco a ricordarmi di certi dettagli che altra gente ha invece rimosso. Per esempio, una volta ero in macchina con dei miei amici ed all’improvviso una sigaretta finì sul parabrezza allora… No vabbè chissenefrega.

Al pari di molte persone, sia reali che non, quando c’è qualcosa che mi turba sento il bisogno di scendere per strada e camminare. La Feltrinelli non è la mia meta preferita, è semplicemente la mia meta automatica. Poco fa sono rincasato dopo una piacevole giornata passata in giro con i miei amici, ne avevo davvero bisogno perché quando c’è qualcosa che non va questo assorbe quasi il 100% della mia coscienza, dandomi l’impressione di vivere in una realtà parallela dove tutto è sfocato ed ha un odore grigiastro. Questo genere di uscite mi fanno tornare con i piedi per terra, cosa necessaria.

Ma poi quando sono rincasato ho sentito l’odore di detersivo della casa, ho posato la giacca sul mio letto fresco fatto ed il tempo guardare il mio riflesso nella finestra e mi è preso lo sconforto. È brutto quando ti prende lo sconforto, praticamente è come se ti precipitasse un enorme chitarra sulla testa. Quell’accordo dissonante che risuona quando cadono le chitarre è la cosa più brutta. Per me è praticamente è una pugnalata.
Comunque alla fine ho rimesso la giacca sono sceso di nuovo nonostante fossi fisicamente sfinito.

Come dicevo di solito ricordo molte cose, ma certe volte non riesco a ricordare e la cosa mi manda in paranoia. All’altezza di del cinema Filangieri mi sono ricordato che c’era un aforisma di Nietzsche che ero solito leggere nei momenti di sconforto.
Mi ricordavo fosse in “Aurora” e che fosse numerato con un numero a tre cifre di cui l’ultima un uno. Una roba tipo 481 e fosse a metà libro.
Allora mi precipito alla Feltrinelli, cerco “Aurora” e comincio a rigirarmelo cercando tra gli aforismi con un numero simile a quello che mi ricordavo.
Pieno di rabbia perché non ricordavo nulla, né il titolo né di cosa l’aforisma trattasse ho cominciato a sfogliarlo pagina per pagina. Mi sono impalato lì, sentendo un caldo incredibile, a sfogliare quel libro. L’ho fatto per tre volte e non sono venuto a capo di nulla.
Alla fine, sono tornato a casa.

Poi mi sono ricordato che una volta quell’aforisma l’ho dedicato ad una ragazza di cui ero innamorato, credo che volessi farle capire attraverso quelle parole, e la mia personale interpretazione, quanto fosse importante per me tutto quel casino. Una cosa abbastanza patetica vista adesso ma vabbe. Adesso quel genere di cose le scrivo da ubriaco, prima lo facevo anche da sobrio. Mi pare un salto di qualità in ogni caso.

Comunque alla fine trovare sto cazzo di aforisma era diventato una questione di principio, allora mi sono fatto forza, ho fatto il login alla mia casella di posta elettronica ed ho fatto un salto indietro di un bel po’ di tempo. Alla fine l’ho trovato in una mail inviata il 4 Gennaio 2009 (ma guarda un po’ le coincidenze, è oggi) che si apriva proprio così:

<<Il peso più grande. Che accadrebbe se, un giorno o una notte, un demone strisciasse furtivo nella più solitaria delle tue solitudini e ti dicesse: “Questa vita, come tu ora la vivi e l’hai vissuta, dovrai viverla ancora una volta e ancora innumerevoli volte, e non ci sarà in essa mai niente di nuovo, ma ogni dolore e ogni piacere e ogni pensiero e sospiro, e ogni indicibilmente piccola e grande cosa delle tua vita dovrà fare ritorno a te, e tutte nella stessa sequenza e successione – e così pure questo ragno e questo lume di luna tra i rami e così pure questo attimo e io stesso. L’eterna clessidra dell’esistenza viene sempre di nuovo capovolta e tu con essa… granello di polvere!”? Non ti rovesceresti a terra, digrignando i denti e maledicendo il demone che così ha parlato? Oppure hai forse vissuto una volta un attimo immenso, in cui questa sarebbe stata la tua risposta: “Tu sei un dio e mai intesi cosa più divina!” ? Se quel pensiero ti prendesse in suo potere, a te, quale sei ora, farebbe subire una metamorfosi, e forse ti stritolerebbe; la domanda per qualsiasi cosa: “Vuoi tu questo ancora una volta e ancora innumerevoli volte?” graverebbe sul tuo agire come il peso più grande! Oppure, quanto dovresti amare te stesso e la vita, per non desiderare più alcun’altra cosa che questa ultima eterna sanzione, questo suggello?>>
La Gaia Scienza, Aforisma 341
Friedrich Wilhelm Nietzsche

Era ne “La Gaia Scienza” ecco perché non lo trovavo. Ma vafammoc.

Čajkovskij e gli ultras di giurisprudenza.

Inizio primavera 2011. Siamo nel periodo in cui avevo deciso di mollare giurisprudenza, anche se a tutti dicevo “no sai, mi sono preso sei mesi di stop” in realtà pensavo “col cazzo che ci rimetto piede in quel posto di merda”.
Lo facevo non per la vergogna di dire che avevo abbandonato quel “supermercato di vetro in cui prendono vita i corrotti del domani” ma semplicemente per evitare di ascoltare la solita arringa di quelli che io chiamo gli ultras di giurisprudenza.
Brutta gente e la città ne è piena.
Ed io, come amo spesso dire a persone a cui tengo molto, ho visto cose che manco potete immaginare. E lo dico perché è mio diritto, mi arrogo di questa possibilità perché è sacrosanto criticare ciò che ritengo indegno.

Premetto, non è mia intenzione mancare di rispetto o criticare chi ha fatto questa scelta e ne è felice, ognuno deve fare il cazzo che gli pare nella vita, amici miei vi auguro di trarre da quello che fate la massima soddisfazione ed il massimo prestigio. Per par condicio dico anche: nemici miei vi auguro di finire in malora!

Giurisprudenza. Tremila iscritti ogni anno, quanto un ridente paese di campagna. L’ipocrisia di quelle aule ripiene di assurdità. Ricordo quegli occhi, gli occhi raccontano un sacco di storie sapete. Ci sono quelli infarciti di terrore, che cercano in un numero pronunciato da un vecchio l’ennesima ancora di salvezza per la propria autostima. Ci sono quelli ripieni di speranza, forti delle tante notti insonni. Ci sono quelli che quando li guardi reggono il tuo sguardo perché in loro c’è quell’effimera consapevolezza che tutto gli è dovuto. Leggasi: papà ha fatto la telefonata.
Ricordo tutto, il volto sadico di quegli schifosi matusalemme. Forti del loro sapere estrinsecano la rabbia per la loro vita che sta inesorabilmente finendo verso quelli che invece ce l’hanno tutta davanti.
Infine non dimenticherò mai quell’odore di figli di papà, un misto di sigaretta spenta e profumo d&g, dopobarba e caffè rovesciato, ascelle non lavate e deodorante al borotalco.
E poi ci sono loro, gli ultras di giurisprudenza: non hanno un età o un ceto particolare, quel verme maligno potrebbero utilizzarlo come testimonial per uno spot contro il razzismo. Lo scovi nel barista che ti fa il caffè, nell’amico di tuo padre che è a cena a casa tua, nel conoscente che fa la strada con te mentre ti esterna la sua saggezza da colui che d’inverno va a ballare a “La mela”.
L’ultras di giurisprudenza è quello che fa e dice sempre la cosa giusta, perché nella sua testa ha i fatti che lo dimostrano. Ho visto cose allucinanti in cinque anni, ho visto gente autodistruggersi, certi di un futuro economicamente roseo che gli avrebbe permesso di prendersi le proprie rivincite (verso di chi poi? Scommetto il laureando in scienze della comunicazione che si è fatto la tua ragazza). Ho visto manichini umani farsi strada tra raccomandazioni e bustarelle fregiandosi della propria superiorità. Ho visto gente congenitamente incapace di parlare in lingua italiana festeggiare per un 18 e vendere i libri a sconosciuti ad esame appena convalidato.
L’ultras di giurisprudenza è quello che ti entra nella testa, anzi no, è già nella tua testa e sa meglio di te non cosa è giusto per te, ma cosa tu in realtà, vuoi.
L’ultras di giurisprudenza è lo scrittore, il filosofo, il letterato, l’artista, il calciatore, quello che stoicamente mette da parte la sua vera ma inesistente vocazione per l’infinito bene superiore: “e sord'” (si, dicono proprio così).

Uno dei momenti più bassi della mia carriera universitaria fu quando andai ad un convegno di diritto internazionale a Roma. “Se devo farlo è giusto che diventi un insider, è giusto che viva l’ambiente” pensai, arrivato là li odiai subito, mi fecero schifo, non credo di aver mai desiderato tanto accedermi una sigaretta come in quel momento. Ad un certo punto corsi in bagno, mi misi le cuffie e ascoltai un brano di Bill Evans. Mi dissi che potevo farcela. Quando uscii dal quel cesso tanto profumato quando squallidamente sterilizzato li vidi avventarsi sul buffet di dolci come dei porci, bere litri di succo di ananas, parlare di Berlusconi mentre sputavano pezzi di pastafrolla. Li odiai a morte, salutai la tizia di Milano che avevo conosciuto (un cesso, se fosse stata carina forse sarei rimasto) e scappai via con tutta la disperazione che avevo in corpo. Ricordo che vagai sotto la pioggia per le strade del centro di Roma per ore, con sciarpa e doppiopetto mi sentivo come una ragazzina che scappa dal convento in cui è reclusa ancora col rosario in mano. Poi approdai in una Feltrinelli, ordinai al bar un Jack Daniel’s e lessi una biografia di Čajkovskij.

Leggevo e sfogliavo le pagine con rispetto, come quando il destino ti concede il supremo onore di spogliare la donna di cui sei innamorato. L’estasi del momento in quanto tale diventa secondaria solo alla consapevolezza che quello che sta lentamente ed inesorabilmente diventando un ricordo accresce e cambia la connessione con quello che ami.
In metropolitana ripassavo le note del concerto per violino ed orchestra, all’altezza delle battute in cui il violino suona le sestine accompagnato dai legni pensai che se la dea della musica esiste allora sa anche giocare a calcio, un assist del genere che ti salva da quello che odi è roba da fuoriclasse.

Per concludere qualche sera fa un tassista mi chiede cosa faccio nella vita, gli rispondo “il musicista”. Ricordai di quando il mio migliore amico scrisse di quanto lo facesse sentire fiero il fatto di essere e dire che era un letterato. Lo invidiai da morire.

Ma mentre pronunciavo quelle parole al tassista non sentii nessuna fierezza, era tutto così fottutamente naturale.