Domani mi compro un dinosauro 7/7.

Il momento in cui realizzi certe cose è come una festa, sopratutto se succede di sera.
Ogni singola parte della propria mente diventa come una folla in festa. Tutti si lasciano andare in preda ad una frenesia che fa perdere i freni inibitori. Prima si è calmi come delle rispettabili emozioni ma poco dopo si è come degli animali, si urlano cose quasi folli. Giustificati dalla frenesia del momento ci si sente più forti dei propri avversari, si pretende persino il fatto che riconoscano la loro inferiorità. Se non lo fanno tanto peggio per loro, che si fottano “noi semo i mejo”.
Apparentemente più forti degli altri dimentichiamo ogni nostro difetto e problema, ubriachi di un entusiasmo che ci illude.
Ma prima o poi andremo a dormire.
Al mattino dopo ci sveglieremo normali, con ancora le consapevolezze del giorno prima ma sta volta leggermente latenti.
Perché la vedi lo stesso la pioggia che cade, le strade che si scassano, la gente che urla.
Il traffico, l’esaltazione che va scemando.
I giorni poi passano e quelle vittorie diventano quasi insignificanti.

Insignificanti, finché non ti rendi conto che sotto quell’effetto hai commesso degli errori.
Mentre agivi hai pure pensato che forse non era la cosa giusta da fare ma l’hai fatto comunque.
Ed alla fine scopri che stanno vincendo loro, gli avversari, quelli che volevi ammettessero la tua superiorità.
Non è una novità, dopotutto il potere è sempre stato nelle loro mani.
Capire che prenderli per il culo è stato si ridicolo ma anche terribilmente divertente è la prima pugnalata che ricevi. Se si vince una battaglia mai prendere sottogamba la guerra, volessi fare la fine di Napoleone a Waterloo?

Ed alla fine quello che avevi sconfitto, ridicolizzandolo, riprende improvvisamente vita e comincia ad inseguirti. Sta volta non è come prima. Mentre lo fa ride e balla. Ride di te.
Legittimo orgoglio, istinto di conservazione, personali fatti di principio. Hai agito in nome di tutte queste cose come se fosse la cosa giusta ed alla fine nel sentire quelle risate che ti seguono ti ritrovi non solo con un pugno di mosche, ma persino a pensare che se potessi tornare indietro avresti agito diversamente.
Ma guarda un po’ l’universo alla fine come ti frega, ti ritrovi a vivere delle situazioni che se non fisse successo il maledetto casino te le saresti godute alla grande.

Alla fine per certe cose non c’è via di salvezza. È inutile cercare strategie vincenti perché non c’è nessuna battaglia, nessuna guerra. Sono solo eventi, la guerra crediamo noi che esista. E se proviamo a combatterla finiremo inesorabilmente sconfitti.
L’unica cosa che si può fare è realizzare quello che è accaduto, guardare a 360 gradi la propria esistenza, riprendersela in mano e vedere come sistemare quello che non va.
Dopotutto, cercare di migliorare i propri difetti è pur sempre una sorta di rivincita.

Per quanto possano a volte essere idiote, darsi la zappa sui piedi, non combinare nulla di buono per un bel po’ di tempo, arrivare anche a farsi deridere, ed essere incapaci di togliersi una soddisfazione… alla fine il potere è sempre nelle loro mani, nelle mani delle signore.
Realizzato questo passiamo dalla loro parte.

Coincidenze.

Domani mi compro un dinosauro 2/7.

“A pensarci non è buffo: è kafkiano!”

Le ingiustizie fanno parecchia rabbia, anche quando sai sotto sotto di meritartele. Quando poi chi se le meriterebbe per davvero non le subisce è allora che fanno davvero rabbia, soprattutto quando tu passi per demonio gli altri diventano santi ed eroi, idoli di una miseria morale che a più non posso sta divorando questi giorni.
Oltre che rabbia fanno anche parecchia strada, camminano a braccetto con te per giorni.
Alla fine ti viene l’esasperazione, anche se molti la chiamano esperienza.

Mi sembrava riduttivo spiegare il motivo di questa serie al primo post.
Ho notato che molte persone, sopratutto per convenzione sociale, quando succede qualcosa di brutto nella loro esistenza tendono a comprare per cercare di alleviare la situazione.
Io ho comprato una tastierina, ma se lo scopo dell’acquisto era alleviare qualcosa allora non è servito.
L’altra sera ero di ritorno dalla festa di compleanno di una mia cara amica, e, mentre ero in macchina ho notato una scritta su un muro che diceva “Compra! Compra! Compra!”. Ho pensato che forse per levarmi da mezzo tutta questa inquietudine mi sarei dovuto comprare qualcos’altro. Ma cosa?
Allora ho pensato: “Fanculo, domani mi compro un dinosauro”.

I dinosauri sono l’emblema di quello che era figo che ora non esiste più, un po’ come i pantaloni a zampa d’elefante. Sono l’emblema di qualcosa che c’è stato ma non si sa bene come era e come è scomparso. Insomma, ci siamo capiti.

Perché proprio sette interventi? Che è il mio numero preferito è solo una coincidenza, sette è il numero di giorni che compone una settimana. Una settimana, per chi fa una vita come la mia, è il contenitore di una serie di eventi che ciclicamente si ripete con qualche variazione.
Questa settimana virtuale rappresenterà un po tutto l’excursus che compirò per liberarmi definitivamente da questa situazione. Perché basta, anche i miei amici si sono rotti i coglioni.
Ed una volta finito tutto potrò andare in giro con il mio dinosauro, sticazzi che sembro un mentecatto.
Cioè, ci pensi? Ma vafammoc.

Domani mi compro un dinosauro 1/7.

Ci avete mai pensato? Quando eravate bambini. Le sensazioni di allora. Le parole di allora. Le emozioni di allora. E quando diventate grandi, cosa vi rimane? Cosa buttate via? Il tempo non aspetta. Non importa quanto stretto lo teniate. Il tempo fugge.
È bastardo. Infimo. Come l’universo e tutto il resto del creato.
Oggi non sei niente ma ieri eri qualcosa.
Poi un giorno conosci una donna e… niente, cacaci il cazzo.

Ahahahahah ok c’ho provato ad essere serio ma sticazzi, sto blog stava diventando il ricettacolo delle confessioni di un mentecatto pieno di problemi, manco stessi scrivendo una sceneggiatura per un film che andrà di moda tra gli artisti del centro storico (ve lo immaginate? Che titolo gli diamo? Io pensavo a qualcosa di profondo ma che in realtà non significa un cazzo, tipo “L’abbraccio dello struzzo” oppure “Volando con l’airbag sgonfio” ecc.)
Il fatto è che mi sono reso conto che avere una vita sociale oltre che toglierti tempo ti butta sulle spalle anche una responsabilità non indifferente. Praticamente è come stare a dipingere continuamente un quadro davanti alle persone che frequenti.
Non sarebbe manco troppo difficile, tanto il quadro rappresenta il modo in cui ti mostri agli altri.
Il fatto è che se non fosse che a volte conosci persone nuove e quindi essendo per un bel po’ già disegnato (e non avendo avuto questi la possibilità di assistere al “processo creativo”) ti ritrovi a dover disegnare ed improvvisare munnezza in maniera affrettata come per dire “guarda che io non solo solo così! ho anche dei sentimenti, sono una testa pensante, ho persino un blog! Come? No il grande fratello non lo guardo, no, nemmeno zelig”
Ma mica è solo questo il problema, eh. Se no che ci vuole, pensa che c’è pure gente che li piglia a capate sti quadri e poi li spaccia per “arte contemporanea”. Beati a loro, a me mica vengono queste idee geniali. Eh no.
Il fatto è che non si capisce perché certa gente se ne va di capa e da che sembrava che ti volessero pure dare una mano a fare sto quadro (ok magari tipo buttarci dei brillantini sopra non è proprio aiutarti ma uno apprezza il pensiero ed il gesto… finché possibile) te li ritrovi che non solo cercano di sfregiartelo, ma si mettono pure a fare i buffuncielli afferrandoti il polso e mettendosi a dipingere al posto tuo come a dirti “guarda che non sei così come vuoi far sembrare, infatti ho notato che ecc ecc” non capendo che dopo che te li sei levati dai coglioni bastano due pennellate e via, la puttanata è coperta. Ed a meno di scartavetrare tipo barbone che rovista nella munnezza non verrà mai più fuori.
Il problema è che se non te li levi dai coglioni, come si fa? ma questa è un’altra storia, evvai!
Comunque è inutile buttare il tempo a cercare di sputtanare i quadri degli altri tramite il proprio, almeno io la penso così. Per sputtanare la gente bastano le parole, se poi il tuo sudore puzza di odio e disprezzo non c’è bisogno nemmeno di quelle.
Sarà per questo che usiamo il deodorante, meglio non far sentire che odiamo.
Cioè, ci pensi? Ma vafammoc.

Nun o’ fuck you.

Fa troppo freddo. È un freddo quasi irreale considerato il solito clima.
Ho fatto il conto di quante donne ho conosciuto nell’ultimo periodo. Sette. È una specie di numero perfetto. Mi chiedo chi sarà l’ottava. Magari le dedicherò un pezzo.
Escluso quella che ho scritto per lavoro è un bel po’ che non produco musica decente.
Se butto giù qualcosa di interessante mi sembra di suonarla male allora perdo interesse.
Quando la riascolto mi sembra di bere una di quelle birre cinesi o greche, puri pisciazzoni (cit.) che quando li assaggi ti chiedi come mai non hai ordinato una cocacola, almeno sai che cazzo ti bevi.
Ho visto un film. Mi sono addormentato a singhiozzi. Quando mi sono svegliato mi sono messo nel letto per dormire ma non avevo più sonno. Ho maledetto il creato.
Non mi sono lavato i capelli per giorni. L’altro giorno da Feltrinelli la gente mi guardava come si guardano quelle pubblicità tragiche sulla fame nel mondo. Ho comprato un disco beandomi del mio essere trasandato. Trovo il non curarsi nell’aspetto una qualità interessante delle persone, talvolta è indice di professionalità. Totale dedizione al proprio lavoro, o alla propria arte se vogliamo metterla in altro modo.
Mi piace pensare ai giorni come una discesa verticale, inizi a cadere la mattina e poi atterri di notte nel letto-ascensore che ti riporta su. Non sono una di quelle persone che senza novità diventano come quei coccodrilli che impazziscono nel fango. C’è tanta di quella roba da scoprire del passato che il presente non basta per crearsi un futuro migliore.
Per strada cammino al sole aspettando che i miei occhiali si scuriscano, vedo una marea di fantasmi mattutini. Alcuni vanno persino in bicicletta. Mi chiedo come si faccia ad andare in bicicletta in questa città. Li ammiro. Io ho troppa paura di farmi male.
L’altra volta ho visto il mare, con la luce del tramonto sembrava bellissimo. Le buste nell’acqua sembravano sirene. Ho desiderato tuffarmici, se non altro era una scusa per lavare i capelli.
A volte immagino situazioni che possano distogliermi dalla realtà. Mi chiedo se ne valga veramente la pena viverle, e se poi fosse tutto uguale?
Qualche giorno fa ho letto da qualche parte che una nota imperfezione umana fa si che le cose positive diano assuefazione. Ho letto anche che il mondo è fatto di mediocri, ed i mediocri ti perdonano tutto, tranne il successo.
Bene o male la penso così anche io. Ma perché lo penso, sono forse mediocre anche io? I miei difetti forse non sono tali da essere dei pregi? mi confinano in una blanda ed onirica mediocrità fatta di insuccessi? Ma come fai a reputare qualcosa un successo se poi l’unico obbiettivo è quello di spezzarti le gambe (o i trampoli se si è barato)?
Magari il Tetris è perfetta metafora dell’esistenza, fai tanto per incastrare dei blocchi dalle varie forme geometriche solo per vederli distruggersi.
Oppure no, magari è il Monopoli: costruisci un impero fatto di case ed alberghi solo per veder soccombere gli altri partecipanti a furia di soldi estorti tra vendite ed ipoteche. Una volta mi fu usato questo esempio per descrivere l’attività della criminalità organizzata.
Pensai che puoi costruire quello che ti pare, ma alla fine rimani sempre un ferro da stiro mosso dalla casualità dei dadi.
Ovviamente non lo dissi, non si sa mai chi c’è veramente dinnanzi a te.
Quando andai a Waterloo con la scuola c’era un freddo inumano. Pensai a me stesso, avevo 15 anni, mi dissi che questa è la fine che fanno quelli che si credono dei padreterni. Per me questo rischio non c’è. Mi sbagliavo.
Alle volte mi sento ancora come prima, una nullità. Ma dura poco, sento come un vermetto che dal fianco sinistro mi ricorda che volersi atteggiare a nullità non è che un altro modo subdolo per gonfiare il proprio ego. Dopotutto cosa gonfia l’ego più del ridere di se stessi? Credo nulla.
Fa un freddo irreale. Non mi sento più la faccia. Mi tiro su la sciarpa sul viso. Sto più caldo ma gli occhiali si appannano per via del mio fiato. Non vedo nulla, sento l’odore del cashmere. Mi ricorda di quand’ero piccolo ma è un ricordo neutro, non ho bisogno di appigliarmi ai ricordi.
Ogni tanto l’universo si accorge di me e mi regala periodi di pura follia.
Quando succede vorrei fermare tutto e dirgli “mio caro sta volta non mi trascinerai in nessun vortice di eventi, voglio rimanere solo con la mia practice routine”.
Me lo immagino l’Universo, che dalla sua tv in full hd si appresta a gustare le mie avventure sorseggiando un tè alla vaniglia mangiucchiando pasticcini.
Ce lo vedo che al sentire le mie parole quasi si strozza con una di quelle paste con i canditi rossi.
Dev’essere questo il motivo per cui succedono le tragedie, a qualcuno girano i coglioni e manda affanculo l’Universo.
“Grave tragedia avvenuta nel pomeriggio. Migliaia tra morti e feriti” titolano i giornali.
“Gli esperti a lavoro per dedurne le cause” vaglielo a spiegare che magari è solo qualche stronzo che si è rotto le scatole ed è andato a bussare alla porta giusta una volta tanto.
Una teoria affascinante.
L’altro giorno un caro amico mi ha scritto un sms, diceva “tu piuttosto: meno bukowski e più vafammoc”.
Ha ragione, rimedio subito: